Una gentile amica mi ha scritto facendomi notare che non è da liberali fare oggetto di persecuzione giudiziaria e mediatica i fatti privati di una persona e magari fondare su di essi l’avversione a un politico le cui idee per altro verso potrebbero essere condivise. Poiché chi mi ha scritto è una delle persone più rette, intelligenti e colte che conosco e per di più viene da un passato liberale (sfociato però nel berlusconismo acritico) mi sono fatto un esame di coscienza e ne ho tratto qualche considerazione.

La prima è ovvia: quello che fa nella sua vita privata un privato cittadino riguarda solo lui e nessuno ha il diritto di censurarlo, finché resta nei limiti della legalità. Coi festini di Arcore, è rimasto Berlusconi in questi limiti? Ha agito correttamente la Giustizia milanese ad accanirsi nei suoi confronti, dedicandovi tempo e risorse che sarebbe stato meglio impiegare altrimenti ed alimentando quell’aura di vittimismo che al Cavaliere è sempre andata a pennello? Spetterà al Tribunale e ai successivi gradi di giurisdizione deciderlo. Personalmente, dubito un po’ che i PM riusciranno a dimostrare la corruzione di minorenne: finora le prove sono confuse, affidate alle testimonianze contraddittorie di lenoni e ragazze allegre, alcune delle quali sono ufficialmente sul libro paga del Cavaliere, e quindi complessivamente inaffidabili. E particolarmente inaffidabile sarebbe qualsiasi cosa dicesse, pro o contro l’imputato, la protagonista principale dello scandalo, l’ineffabile Ruby Rubacuori (e altro). Se fossi un giudice, mi guarderei bene dal fondarvi una sentenza. Quanto alla concussione, mi riesce egualmente dubbia: non risulta che l’allora Presidente del Consiglio abbia minacciato o promesso niente nella sua telefonata da Parigi alla Questura di Milano. Penso invece che quando un Capo di Governo interviene a favore di una persona accusata di furto (non di peccatucci veniali) perché questa persona ha partecipato alle sue cene e per giustificarlo s’inventa addirittura la ragion di Stato, quello che gli si può imputare è l’abuso d’ufficio. Per questo, il Tribunale di Milano dovrebbe derubricare il reato e giudicarlo per quello che è, non per quello che i PM sostengono che sia.

Ma mettiamo da parte gli aspetti legali, del tutto aperti. La questione è, invece, di carattere morale e investe la personalità dell’ex premier, la sua immagine in Italia e nel mondo e, di riflesso, quella del Paese che ha rappresentato e vuol tornare a rappresentare. Ripetiamolo: un privato cittadino in casa sua fa quello che gli pare, se non viola articoli del codice penale. Un Capo di Governo, cioè un personaggio pubblico, deve invece, che gli piaccia o no, rispondere anche della sua vita privata. Questo è uno dei prezzi da pagare quando si cercano incarichi pubblici al più alto livello e ciò specialmente quando la vita privata può offendere la morale comune, espone al ridicolo e, peggio ancora, al facile ricatto di persone avide di favori e di denaro. Questa è una verità accettata in qualsiasi Paese dell’Occidente. Per questo, Clinton ha sfiorato l’impeachment, pur essendo stato un grande Presidente degli Stati Uniti e il suo Vice, l’incolpevole Gore, ha perso le elezioni. Per questo un candidato democratico alla Casa Bianca, Gary Hart, e un Ministro alla Difesa della Gran Bretagna, Profumo, dovettero dare le dimissioni. Per questo, da noi, Piero Marrazzo è uscito silenziosamente dalla scena.

Neanche il discredito universale che i bunga-bunga hanno gettato, non solo su Berlusconi, ma sull’Italia (leggere i giornali di tutto il mondo, per un certo periodo, è stato fonte di sofferenza e di vergogna per ogni italiano sensibile) servono a far riflettere gli incondizionali del Cavaliere. L’argomento è a portata di mano: la colpa è della stampa che le magagne berlusconiane le ha descritte e propalate, infischiandosene dell’interesse della Patria. Ora, anche se dà fastidio la morbosa attenzione che gran parte della stampa dedica ai ludi di Berlusconi (un po’ di autocensura sarebbe benvenuta), mi rifiuto di cedere al facile sofisma che attribuisce la responsabilità del discredito a chi racconta le magagne altrui e non a chi le compie. Se la stampa non si ferma di fronte all’interesse patrio, dove si è mai fermato lui? A chi spettava proteggere l’immagine del Paese? A lui o alla stampa? Ha mai pensato che le sue serate non si confacevano alla dignità di un Capo di Governo e, se venute a galla, com’era inevitabile, avrebbero portato al discredito mondiale? Si è mai detto che il traffico di ragazze allegre non è decente che avvenga in una casa custodita da Carabinieri e Agenti di Polizia pagati da tutti noi, e sotto i loro occhi? Ha mai accettato un sacrificio, una rinuncia ai suoi abituali costumi, per proteggere l’immagine della funzione che incarnava e del Paese che rappresentava? Perché si dovrebbe chiedere autocensura ai giornali e non a lui, che ha cercato e ottenuto per cinque volte i nostri voti e torna a chiederli, come se nulla fosse, per la sesta volta? Ora si scusa allegando la sua solitudine di separato. A parte il fatto che la sua separazione è frutto proprio della ripulsa generata dai suoi costumi nella sua ex-moglie, chi gli avrebbe contestato il diritto a una normale, discreta relazione? Chi critica oggi il suo rapporto con la Pascale?

Però, ripetiamolo: l’avversione a Berlusconi non si fonda solo e neppure principalmente sulle sue carenze morali e neppure sulla lunga serie di asserite frodi fiscali, subornazione di testimoni e così via. È giusto dargli il beneficio del dubbio e, anzi, della presunta innocenza, fino a eventuali condanne passate in giudicato. Certo, se queste condanne sopravvenissero quando Silvio Berlusconi fosse nuovamente insediato a Palazzo Chigi, le conseguenze in Italia e nel mondo sarebbero devastanti. Tornerebbero allora i titoloni in tutti i giornali del Pianeta e il discredito tornerebbe a sommergerci. Berlusconi dovrebbe andarsene se condannato all’interdizione dai pubblici uffici (cosa inedita nella nostra storia) e, se riuscisse a rimanere in piedi per qualche improbabile artificio legale o colpo di spugna parlamentare, quale capo di governo straniero accetterebbe di stringergli la mano? Forse solo il suo amico e socio Putin, quel fiorellino del KGB! Se davvero ama il Paese, non dovrebbe essere lui stesso a evitare all’Italia questo rischio, rinunciando a ogni incarico di governo, ma esplicitamente e sul serio, non a chiacchiere, come avvenuto finora? Chi gli vieterebbe di restare, da senatore e deputato, capo della sua parte, lasciando ad altri il compito di governare? Non è, in fin dei conti, quello che gli chiede quella Lega al cui sostegno affida parte delle sue fortune? Non è quello che voleva ottenere Alfano, poi richiamato alla cuccia, con le sue patetiche primarie, annunciate e vergognosamente rientrate?  Non era questo che avrebbe forse permesso di tentare un asse dei moderati che avrebbe potuto sbarrare la strada alla sinistra? Non è per questo che l’intero PPE, a cui appartiene, lo ha rinnegato e il capo dei deputati PDL a Strasburgo è emigrato da Monti?

Ma la nostra avversione verso il berlusconismo si basa su ragioni più profonde: il liberalismo tradito; le promesse disattese; gli anni gettati via senza una sola riforma, un solo euro risparmiato, una sola provincia abolita, una sola amministrazione pubblica sburocratizzata o dimagrita;  il decadimento della vita pubblica; il baciamano a Gheddafi; l’acquiescenza ai ricatti della Lega; il tentativo di far tacere la Corte Costituzionale e punire la Magistratura, subordinandole al potere politico; e alla fine il disastro finanziario al quale ci stava portando con la sua leggerezza, lasciando poi a Mario Monti l’onere di salvarci, per presto rinnegarlo e attaccarlo volgarmente; e ora il populismo sfrenato che a forza di colpi ad effetto promette cose impossibili o dannose e minaccia di portarci lontano da quell’Europa che resta il nostro porto di salvezza; e già ora ci sta costando l’apprensione dei mercati e centinaia di milioni in più di interessi sul debito pubblico. L’anno prossimo, il Tesoro dovrà collocare sul mercato 410 miliardi di titoli. Davvero pensiamo che ci riuscirà Berlusconi a tassi accettabili? Quanto ci costerebbe, solo di interessi accresciuti, il suo governo?

Pensiamoci un po’: col suo populismo, cosa lo differenzia tanto da Beppe Grillo, capelli e barba a parte?

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