Questa anomala campagna elettorale, fatta di iperboliche promesse, di proclami e di accuse reciproche, manca sostanzialmente di una analisi seria dei problemi del Paese e di una seria proposta per affrontare e risolvere questi problemi. Molto di moda è oggi puntare il dito contro gli altri, contro la finanza, gli speculatori internazionali, l’Unione Europea,la Germania. Darela colpa agli altri è la tattica propria di chi non ha idea di come risolvere i propri difetti, o addirittura è la principale causa di tali difetti e su questi prospera.

L’Italia è parte di un sistema internazionale, certo, e tale sistema è oggi assai interconnesso e globalizzato, ma il nostro Paese ha anche suoi propri difetti che lo rendono debole, particolarmente vulnerabile alle tempeste finanziarie e poco attraente per chi vuole investire.

Dovrebbe essere cosa riconosciuta che in Italia ci sia, per esempio, una generale struttura statale (comprensiva anche delle istituzioni locali) vecchia, ridondante, pletorica, inefficiente e per questo costosissima: dovrebbe essere il primo pensiero di qualunque forza liberaldemocratica seriamente interessata ad una riforma che renda il Paese più moderno, efficiente e competitivo.

Che in Italia oltre alla elevata pressione fiscale ci sia in aggiunta il grosso problema di una oppressiva burocrazia pubblica con livelli nazionali, regionali, provinciali e comunali che si sovrappongono (e non di rado in contrasto tra loro) e che ostacolano in modo a volte decisivo il lavoro e l’imprenditorialità. Che poi in Italia i 3 milioni e mezzo di dipendenti pubblici siano un numero largamente superiore alle medie dei nostri concorrenti, creando una costosa zavorra nella competizione internazionale. 

A tutto ciò si aggiunge un livello di corruzione nelle istituzioni pubbliche elevatissimo per un Paese cosiddetto civile, come denunciato anche nell’ultimo rapporto della Corte dei Conti, e che prospera proprio nella complessità della macchina burocratico-amministrativa dello Stato.

Che questi siano difetti intrinseci italiani e che impediscono quella ripresa economica senza la quale non si possono abbassare, per esempio, le tasse o trovare le risorse per i servizi pubblici, e come fare a correggerli dovrebbero essere argomenti di dibattito in campagna elettorale, altro che mirabolanti promesse future senza alcuna base realistica.

Naturalmente problemi e difetti così ampi e radicati non si possono risolvere con interventi estemporanei e improvvisati, ma occorre una profonda riforma della struttura stessa dello Stato, del suo ruolo e dello scopo stesso a cui le istituzioni devono rispondere. Quando si parla di rivoluzione liberale si dovrebbe infatti fare riferimento principalmente a questo.

Lo Stato deve tornare a fare l’arbitro, colui che fissa le regole e che le fa rispettare, togliendo alla pubblica amministrazione invece la gestione diretta dell’economia, l’intervento diretto nei mercati, la pretesa di controllare ogni attività privata “concedendo” il diritto di lavorare a chi vuole esercitare una attività.

Una simile rivoluzione culturale, prima che politica, necessita di una ampio sostegno di opinione pubblica ed una condivisione ampia tra forze politiche che le beghe di bottega elettorali di questi giorni allontanano a dismisura e rendono sempre meno probabile, e questo non ci rende ottimisti sul futuro prossimo del nostro paese. 

© Rivoluzione Liberale

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