La campagna elettorale prosegue a colpi di promesse, soluzioni avanzate ma senza certezze. Ognuno sfodera il suo asso nella manica ma nessuna forza politica ha ben chiaro in testa che l’Italia e gli italiani non hanno bisogno di sognare, bensì di tornare a crescere e prosperare. Nei casi più estremi, molte fasce della popolazione – compresi i 723mila tra bambini e ragazzi che vivono in condizioni di povertà assoluta (e 1.882.000 in povertà relativa) – sperano addirittura di tornare, semplicemente, a vivere. “Siamo, tra i paesi dell’Ocse – afferma il Garante per l’Infanzia Vincenzo Spadafora – quello con il più alto tasso di povertà relativa tra i bambini. Il 15 per cento vivono in famiglie con redditi inferiori rispetto alla media nazionale. Aumentano le famiglie a rischio povertà. Quest’ultima è fonte di emarginazione e di discriminazione. Impedisce ai minori di vivere secondo aspirazioni e capacità, limitandone la libertà personale”.

Anche in questa campagna elettorale ognuno espone le proprie ricette per ridurre le tasse, per aumentare i posti di lavoro, per aiutare i giovani e le famiglie ma, in verità, nessuno è davvero disposto a rinunciare ai propri privilegi, retaggio della Prima e della Seconda Repubblica e spauracchio della Terza. Le condizioni del Paese reale – come quelle esposte sopra – sfuggono alle promesse dei vari competitor e nessuno osa citare cifre così scottanti: l’intensità della povertà minorile è aumentata di sette punti in quattro anni. I minori sono il 6,5% dei poveri in Italia, un tasso inferiore solo a quello di Romania, Ungheria e Slovacchia.

Le promesse elettorali banalizzano i beni comuni essenziali: un reddito sostenibile, un tenore di vita dignitoso per ogni individuo, la libertà di crescere e di affermarsi. Si preannunciano 4 milioni nuovi posti di lavoro ma subito dopo ci si ritrae specificando che si tratta solo di “un’ipotesi”. Si fanno progetti sulla cultura, l’educazione e la formazione che assomigliano alle solite derive accademiche destinate a rimanere sulla carta per mancanza di concretezza. I giovani sono sulla bocca di tutti ma, puntualmente, il merito viene soffocato dai soliti privilegi e dal dilagante nepotismo tipicamente italiano.

Le promesse elettorali, a destra, a sinistra e al centro, rischiano di vanificare il concetto di “bene comune”, un concetto-cardine sul quale si fonda ogni società civile che sia liberaldemocratica. Una società liberaldemocratica in cui prospera il bene comune è una società equa e giusta. In essa gli individui, esseri razionali liberi ed eguali, agiscono a partire da determinati principi di giustizia che, come afferma John Rawls, “significa agire a partire da imperativi categorici, nel senso che essi si applicano al nostro caso indipendentemente dai nostri scopi particolari”. L’imperativo morale kantiano è categorico proprio perché prescinde da scopi o desideri personalistici e particolaristici. In quest’ottica il bene comune è un imperativo categorico non una promessa.

La politica liberale – votata alla promozione della libertà dell’uomo e alla concretizzazione del benessere comunitario – mira, nello specifico, a potenziare l’accesso effettivo ai diritti di cittadinanza, la tutela delle diverse identità culturali, un’ampia diffusione delle conoscenze e dei saperi, una giustizia efficace. L’idea di bene comune è inoltre subordinata ad un principio morale generale: in una ‘società equa’ il principale obiettivo dell’etica pubblica consiste nell’attualizzazione di ‘un ordine giusto’ in tema sia di riconoscimento, manifestazione e soddisfazione dei bisogni sia di riconoscimento ed apprezzamento dei meriti.

Il fulcro di una società liberale è l’interesse per il bene comune inteso come esercizio pratico della libertà, e quindi della giustizia e dell’equità, da parte dei singoli e di conseguenza dell’intera comunità. La giustizia, a sua volta, è il frutto di una scelta morale individuale e collettiva, mentre l’equità dei punti di partenza garantisce l’equità della scelta stessa, fornendo ad ogni individuo le risorse fondamentali (i beni comuni essenziali) per realizzare il proprio piano di vita: la salute, la libertà, un reddito, certe competenze e una necessaria dose di autostima.

Nel nostro Paese, molto spesso, l’estrema politicizzazione a cui sono sottoposti certi temi – che hanno anche un certo peso etico – rende impossibile metterli al centro di una discussione pubblica vera, di un dibattito morale che permetta ai cittadini di farsi in proposito delle idee proprie che non siano né di destra né di sinistra, né di centro. In pratica di scegliere per motivazioni di coscienza individuale e non per disciplina di partito. Sulla posizione etica prevale l’essere di destra o di sinistra; di grandi temi morali, quelli che molto spesso hanno per oggetto i beni comuni essenziali, se ne discute nei talk show assecondandoli alle regole del cabaret televisivo, banalizzandoli usandoli come proiettili per colpire l’avversario. Solo riconducendo il discorso sui beni comuni, e sul bene comune, all’interno di un vasto dibattito pubblico condiviso, plurale, aperto, liberale sarà forse possibile uscire dalla terribile ‘impasse’ culturale, politica, economica e sociale che tormenta il nostro Paese ormai da troppo tempo.

Gli italiani sono ritenuti troppo spesso dei poveri ingenui ma in verità non sono più disposti a cibarsi delle solite chiacchiere carnevalesche. A parole tutti sembrano promettere le medesime cose: meno tasse; più lavoro; più formazione; più diritti civili; più prosperità per le famiglie, per le imprese o i lavoratori; più meritocrazia. Il problema è la scarsa praticabilità dei programmi elettorali e la loro scarsa aderenza alla realtà: il nostro è un Paese martoriato dall’imposizione fiscale, dove i salari sono tra i più bassi d’Europa e dove, nel contempo, il costo del lavoro è molto alto, dato che dall’entrata dell’euro ad oggi è cresciuto il 30% in più della media europea. Le università italiane non sono in grado di competere con quelle europee e tanto meno in campo internazionale. Il nostro sistema dell’istruzione non produce  formazione innovativa e non impiega nuove risorse, anzi vede decrescere il numero dei professori impiegati, soprattutto di quelli più giovani, molto spesso costretti ad emigrare all’estero per sfuggire ai soliti meccanismi di posizionamento pre-confezionato.

Le riforme progressiste e riformiste devono necessariamente essere integrate con ricette più liberali in grado di premiare le virtù del singolo e della libera iniziativa individuale, penalizzata anche dagli innumerevoli cavilli burocratici resi necessari per avviare un’impresa.

La forza liberale deve esplodere per ridurre il macigno delle rendite di posizione che bloccano il libero mercato, anche quello delle risorse umane; per garantire un minimo salariale alle categorie in difficoltà senza però abusare delle ricette assistenzialistiche; per realizzare un più efficace sistema di ‘giustizia distributiva’ in grado di garantire una migliore visione del welfare e delle disabilità combattendo, nel contempo, un welfare esasperato.

Gli ‘imperativi ‘liberali’ ‘crescita’ e ‘occupazione’ passano attraverso l’eliminazione dei privilegi, una minore pressione fiscale per famiglie e imprese; una concreta lotta all’evasione; una burocrazia più agile; una giustizia più veloce; un’istruzione con più fondi, ma spesi bene, per competere; una sana politica della salute e della disabilità; una giustizia distributiva equa ed onesta.

Una società liberale è una società in cui prospera il bene comune che si fonda sull’uguaglianza dei punti di partenza e quindi delle opportunità; i beni sociali principali, inoltre, sono distribuiti in modo eguale, e ‘una distribuzione equa’ può esserci solo se agevola i più svantaggiati. Come sostiene John Rawls le disuguaglianze di reddito legate alle capacità d’iniziativa e alla bravura di ogni singolo individuo, e quindi al merito, si possono ritenere giuste, ma non sono ugualmente giuste le disuguaglianze immeritate legate a condizioni irreversibili, sia sociali sia naturali: nascere poveri o diversamente abili non rappresenta un demerito. Una ‘giustizia distributiva equa’ dovrebbe quindi tener conto delle disuguaglianze immeritate creando, in questo modo, un sistema dove i meno avvantaggiati possono comunque disporre di alcuni beni principali fondamentali quali la salute, la libertà, il reddito.

Al di là delle promesse elettorali, la realtà dei fatti è da circa un ventennio sempre la stessa. L’Italia ha alle spalle quindici anni di stagnazione e cinque di recessione. Un ventennio da dimenticare, verrebbe da dire, eppure la campagna elettorale in corso sembra essere più una reincarnazione della Seconda Repubblica e sempre meno l’alba della Terza. L’Italia ha bisogno di una rigenerazione liberale che tarda ad arrivare. Oggi, più che in altri momenti storici, è necessario individuare nuovi modelli di sviluppo del bene comune e nuovi modelli di benessere attenti ai principi di equità, giustizia e solidarietà liberale. In una società liberaldemocratica gli individui hanno obiettivi e fini diversi ma proprio per questo è necessario che gli uomini raggiungano, al di là delle vaghe promesse di ognuno, un comune accordo sui criteri della ‘equa distribuzione dei beni essenziali’. Ci si augura quindi la fine delle rendite di posizione, di un sistema politico fondato sulle alleanze tra leader che il vecchio sistema elettorale tende a far resistere ma che, in verità, si rivelano sempre più inadeguate a gestire la modernità.

Come afferma Rawls, è necessario stabilire in via preliminare una “pubblica concezione di giustizia”, che formi “lo statuto fondamentale di un’associazione umana bene-ordinata”. Pluralismo non vuol dire relativismo morale, concezione nociva per la stessa vita democratica e liberale, la quale ha bisogno di fondamenta vere e solide, di principi etici che per il loro stesso ruolo di ‘fondamenta’ della vita sociale, politica ed economica non sono negoziabili. A differenza dei beni privati che instaurano dinamiche di competizione con l’Altro, il bene comune in quanto bene relazionale richiede, inoltre, alti livelli di cooperazione e di solidarietà. In pratica, il bene comune dovrebbe rispecchiare un adeguato spirito di collaborazione e di “fiducia sociale”, capacità ampiamente diffuse in società civili avanzate. “L’abitudine ad avere una fiducia di tipo sociale e a collaborare reciprocamente – afferma Novak – costituisce una parte importante nell’ecologia della libertà. […] Di fatto queste attitudini rappresentano una grande conquista culturale, nata dal rispetto reciproco e da una lunga verifica della forza intrinseca del lavoro di squadra”. ‘Rispetto reciproco’ e ‘lavoro di squadra’, valori liberali tanto declamati e scarsamente praticati (anche in questa campagna elettorale) nel nostro Paese dove (di conseguenza) scarseggia la “fiducia sociale”, da parte di un elettorato spossato e disilluso.

La giustizia come equità rappresenta una delucidante configurazione (liberale) del bene comune: la tutela dell’interesse generale non può prescindere dai principi di ‘giustizia’ e di ‘equità’, i pilastri di una società più civile e più umana. L’equità liberale, però, non appiattisce le risorse e il merito individuale, non favorisce l’assistenzialismo senza fine ma mira a concretizzare il bene comune rendendo praticabili (per tutti) i beni comuni fondamentali, che sono in sostanza i principali ‘diritti civili’: salute, istruzione, lavoro, realizzazione individuale, reddito sostenibile, uguaglianza delle opportunità, dignità umana. In pratica significa rendere concreta la libertà, il bene comune per eccellenza che appartiene, senza alcun dubbio, a tutti gli individui. La libertà non si può promettere.

© Rivoluzione Liberale

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