L’arte è ora come non mai un bene di lusso rientrante tra i “beni durevoli” insieme all’oro e agli immobili. Questa visione in merito alla gestione della ricchezza ha rimpiazzato la precedente incentrata sulla liquidità di valute soggette al deprezzamento. Finora la turbolenza del mercato è stata positiva e, qualora la tendenza cambiasse, gli effetti si esaurirebbero in tempi contenuti.

Ora il valore delle opere d’arte, indipendentemente dalla moneta in cui sono quotate, è determinato in dollari. Tuttavia, i “piani B”, soprattutto per le case d’asta, mancano. Quindi, lo scenario di una crisi reale nel mercato dell’arte vedrebbe operatori del settore in crisi e commercianti pronti a cogliere la palla al balzo a seconda delle scommesse finanziare fatte in precedenza. Ad ogni modo, quest’instabilità incombe come una spada di Damocle e la fiducia ne soffre.

La situazione dell’Arte Antica internazionale non testimonia la crisi, tanto che vi sono stati stime e risultati di vendita superiori a quelli di 6-7 anni fa. Vengono invece a mancare gli acquirenti italiani ed il mercato italiano, da sempre fragile, è in evidente recessione forse per un cambio di gusto o economico. Negli ultimi vent’anni l’Arte Antica però non è stata certo il fattore trainante del mercato. Numerosi sono i punti a sfavore per i neo-collezionisti, come l’incertezza attributiva ed i prezzi elevati, unici garanti di un buono stato di conservazione, di una provenienza accertata e di una bibliografia affidabile.

L’Arte Moderna e Contemporanea testimoniano ancora di più con la crisi che le grandi fortune economiche sono localizzate fuori dall’Italia e che sono nettamente di meno gli acquirenti italiani in confronto a quelli esteri. Inoltre, la situazione di instabilità ha reso ancora più significativa l’Arte Contemporanea rispetto all’Arte Antica e innegabile che le opere di artisti a mercato locale reggono meglio.

Il settore artistico contemporaneo vede scambi molto veloci e tempi di incremento degli investimenti più brevi, anche se i potenziali rischi di svalutazione su lungo termine sono maggiori (artisti annoverati come grandi maestri a parte). Per di più, gli interessi economici sono superiori per un numero più elevato di opere, un rifornimento più agevole e continuo, investimenti e finanziamenti in generale più consistenti e la certezza di attribuzione. La più immediata comprensibilità e la vicinanza culturale e di gusto giocano di sicuro a favore. Del resto, alcuni artisti sono ancora viventi e produttivi.

La legislazione italiana non aiuta gli scambi: in accordo con la protezionistica Legge Bottai (Legge 1 giugno 1939, n. 1089) di epoca fascista, sommariamente aggiornata dal Codice Urbani (Legge 6 luglio 2002, n. 137), le opere d’arte dai 50 anni dalla realizzazione necessitano per l’esportazione di una autorizzazione da parte della Soprintendenza locale degli uffici centrali del Ministero nel giro di 40-45 giorni. Questo non incoraggia per niente un acquirente desideroso di avere tra le mani il bene tanto desiderato ed il mercato chiuso dell’Italia saccheggiata non ha visto tornare in patria le opere uscite. Così, le grandi case d’asta (Christie’s, Sotheby’s, Dorotheum) hanno ben poco interesse  a battere aste in Italia.

Crisi a parte, il collezionista è cambiato radicalmente. Non è competente quanto quello di un tempo, ma si affida a mercanti o a figure di fiducia con una veloce telefonata. Non è facile dunque determinare la nazionalità dei compratori; si sa solo che i grandi protagonisti sono russi ed orientali. L’acquirente medio-alto borghese si è eclissato, soprattutto all’estero nell’Arte Antica, dove vi è una radicale polarizzazione dalla fine degli anni ’90: opere di alta qualità e ad alto costo da una parte, opere a basso prezzo dall’altra.

È bene comprare utilizzando al meglio gli strumenti di informazione e tenendo in considerazione i valori commerciali, ma in particolare allenando l’occhio e seguendo il proprio gusto. Il gusto non è mai stato così importante per l’Arte Antica, in un’epoca in cui ha ancora meno senso acquistarne per investimento.

© Rivoluzione Liberale

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