La coscienza non è un elemento del processo di creazione della ricchezza, ma dovrebbe diventarlo. In un lontano passato, forse prima della rivoluzione industriale, la ricchezza poteva formarsi attraverso lenti ma costanti processi, i cui lunghi tempi di realizzazione ponevano problemi finanziari non prioritari. L’homo oeconomicus non aveva ancora scoperto del tutto la sua infinita passione per il dominio del tempo, e la tentazione del breve termine non si era ancora del tutto impossessata della sua funzione di utilità. La capacità razionale di quel tipo di “uomo” era contemperata forse da “una coscienza” e le sue scelte sequenziali erano frutto di riflessioni, razionali e di medio periodo. L’utilità ricavabile dalle sue analisi e previsioni era un profitto, non solo economico, metro della soddisfazione intrinseca del proprio agire. Nei cicli di creazione del valore, il finanziamento della successiva fase economica non era dovuta solo alla condivisione di una ricchezza capace di creare nuovi consumatori, ma anche il necessario conseguimento di una personale opportunità.

Ora vogliamo veramente continuare ad avere come considerazione strategica un siffatto paradigmatico esempio? La consapevolezza ci induce a ritenere che l’agire economico dell’uomo è come quello descritto, certo, ma che oggi questo paradigma è divenuto l’espressione più alta non della creazione di una o più ricchezze, quanto piuttosto della distruzione oggettiva di tempo, risorse, spazio. L’affannoso conseguimento di eccessi di ricchezza per pochi nel breve termine, non sottrae utilità e benessere solo ai propri “contemporanei” ma fa scadere molto anche la qualità della vita di chi verrà dopo.

Il prodotto interno lordo dell’aurea euro, negli ultimi tre mesi dello scorso anno, è diminuito dello 0,6 per cento e i dati degli ultimi due mesi danno tempo stabile su recessione. In Italia abbiamo fatto peggio: tutto il 2012 viene rubricato al meno 2,2 per cento. Per quanto stabile nel suo trend, l’economia non da segnali di ripresa mentre le Borse europee, danno timidi segnali positivi, in controtendenza. Una prospettiva quella borsistica che forse si potrà configurare in una timida ripresa nei prossimi mesi, ma bisogna fare i conti con bassi livelli di investimenti, crollo della produzione e dei redditi, contrazione del consumi. In uno scenario di questo tipo, uno scenario quasi post-bellico, la finzione della campagna elettorale la fa da padrona. Non solo finzione, ma anche stupidità, mancanza di responsabilità, arguzia narcisistica funzionale solo ai propri adepti e clientes, eliminazione di qualunque riferimento alla Politica come servizio al bene comune.

Non ci sono più le mezze stagioni, direbbe fra l’altro una nota conduttrice radiofonica. Il ritmo delle stagioni, in un’economia agricola, era il giusto tempo necessario per conseguire dei risultati valutabili. Oggi invece il crollo etico-morale, l’arricchimento sfrenato, l’inaffidabile valutazione dei rischi, l’inattendibile alterazione dei conti, sono tutti elementi che vogliono a tutti i costi giustificare un’economia del breve termine, un economia dove la legge del più forte è stata forse sostituita dalla legge del più furbo, che poi in encomia può diventare di colpo il più stupido. È chiaro che continua ad essere veritiero che “il lavoro è origine della ricchezza e la divisione del lavoro è causa della sua crescita”, ma la finanza, l’economia finanziaria devono essere sottoposte a riforme strutturali per renderle funzionali all’economia reale: la finanza va messa al servizio dell’economia e usata per supportare il lavoro; l’economia va ristrutturata per consentire una reale disponibilità di risorse aggiuntive per una coerente creazione di ricchezza ed armonica distribuzione.

Non c’è in questa “necessità” una tentazione dirigista, un socialismo “irreale” nascosto da impalcature liberali. C’è l’esigenza di fare chiarezza, addirittura di fare verità. Solo accrescendo il livello complessivo della consapevolezza cominceremo a fare giustizia di una crisi che è nata prima nelle coscienze asfittiche e silenti che nelle borse valori o negli uffici delle banche.

© Rivoluzione Liberale

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