Una situazione “gravissima” per la quale “sono in gioco il prestigio e l’onore dell’Italia”. Con queste parole il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nella recente visita (6 febbraio) al penitenziario milanese di San Vittore, ha sottolineato la serietà e l’emergenza del sovraffollamento delle carceri italiane; la gravità della quale è stata ancor più evidenziata da una mortificante, per un Paese che abbia la presunzione di definirsi civile, sentenza di condanna della Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo secondo la quale “l’Italia vìola i diritti dei detenuti”.

L’Italia, infatti, è stata recentemente condannata (8 gennaio) dalla Corte Europea che ha punito, in base al articolo 3 della “Convenzione Europea sui Diritti del Uomo”, il “trattamento inumano e degradante” denunciato da 7 carcerati (ma sono centinaia i ricorsi effettuati e quindi pendenti) detenuti a Busto Arsizio (provincia di Varese) ed a Piacenza decretando, come se non bastasse, un risarcimento complessivo a loro favore di 100mila euro per danni morali.

Le Autorità italiane sono state richiamate a porre rimedio al sovraffollamento delle prigioni ed a dotare il sistema carcerario di una sorta di “ricorso interno” per permettere a chi si trovi dietro le sbarre di denunciare eventuali privazioni alle condizioni di vita e, nel caso, avere uno strumento per rivendicare un risarcimento a seguito delle stesse.

Questa sentenza non è, però, una novità per l’Italia perché segue a quella analoga del 2009. Un secondo richiamo ed una seconda condanna per il trattamento dei detenuti a conferma dell’incapacità delle Istituzioni di garantire diritti base sia a chi si trovi in attesa di giudizio, sia a chi si trovi a scontare una pena definitiva.

Non può che essere definito come un buco nell’acqua, quindi, il “piano carceri”, predisposto dopo la sentenza del 2009 dal Governo Berlusconi in carica in quel momento, che prevedeva la costruzione di nuovi penitenziari, l’ampliamento di quelli esistenti ed il ricorso a pene alternative al carcere.

Situazione fallimentare che coinvolge le carceri da nord a sud del Paese. Un caso analogo è stato riportato dalla stampa locale di Brescia, altra realtà della benestante e benpensante Lombardia. Un detenuto cinquantenne di “Canton Mombello” si è rivolto alla Corte Europea (uno dei sopra citati ricorsi pendenti) per denunciare la realtà locale che vede un tasso di sovraffollamento del 255%, ovvero 255 detenuti ogni 100 posti letto previsti: il secondo peggior penitenziario d’Italia.

A fronte di una capacità di 47mila unità, al primo gennaio 2013 sono circa 65.700 i detenuti reclusi nelle carceri italiane: una situazione che vede una eccedenza di quasi 19mila unità (il 139,6% della capacità delle strutture il che significa una media di oltre 139 carcerati ogni 100 posti), il più alto dell’Unione Europea dove la media è sul 99% .

In tale contesto, ogni detenuto in Italia ha statisticamente a disposizione meno di tre metri quadrati di cella a fronte dei7 metri quadratiprevisti dagli standard internazionali ed il minimo di4 metri quadratidecretati dalla Corte Europea per una “accettabile detenzione”.

Un sistema al collasso, quindi, i problemi del quale vengono acuiti dalle anomalie, lentezza e pertanto inefficenza, del sistema giudiziario: sul totale della popolazione carceraria ben il 19% (oltre 12mila) dei carcerati sono in attesa di primo giudizio; circa il 20%, invece, quelli in attesa della sentenza della corte d’Appello e della Cassazione.

A titolo statistico, il 37% è recluso per violazione della legge sulle droghe; il 36,8% sono gli stranieri.

Sono 24mila (il 36,5%), invece, i detenuti con una pena residua inferiore ai 3 anni e per i quali potrebbero essere concesse, condizionale d’obbligo a causa dei limiti della burocrazia nostrana, pene alternative grazie al coinvolgimento della società civile e delle imprese o la detenzione domiciliare.

Da rilevare il dato dei detenuti in custodia cautelare (la vecchia carcerazione preventiva) che si attesta oltre il 40%, a fronte di una media europea sul 25% .

A fronte di questi dati, la piccola consolazione è che il tasso di detenzione, il numero di persone detenute ogni 100 mila abitanti, è in linea con quello di altri paesi europei: 107,7 .

Un alto tasso di recidiva, infine, dimostra amaramente il fallimento della funzione rieducativa della pena (come sancito dal articolo 27 della Costituzione): poco più del 50% dei detenuti ha riportato tra due e quattro condanne; solo il 43,5%, è alla prima carcerazione.

Negli anni sono stati tanti gli appelli, sempre caduti nel vuoto, ad affrontare un problema che si dimostra strutturale e, finora, mai affrontato con serietà ed efficacia da una classe politica che non è stata all’altezza di assumersi la responsabilità di porre rimedio ad una scandalosa ed ormai senza giustificazioni situazione di emergenza.

Partendo anche solo dal maggio 1996 (XIII legislatura), in questo sfacelo e sfoggio di umiliante inefficienza sono stati coinvolti tutti coloro che, tra buonismo, accanimento e finto sdegno reciproco, si rimpallano le colpe nelle varie campagne elettorali: il principale Ministero di riferimento, quello di Giustizia, è stato ricoperto per 7 anni dal cosiddetto Centrosinistra (2 anni e 5 mesi Flick del Ulivo +1 anno e 6 mesi Diliberto dei Comunisti Italiani +1 anno e 5 mesi Fassino del PD +1 anno ed 8 mesi Mastella del UDEUR), per 8 anni e 5 mesi dal cosiddetto Centrodestra (4 anni ed 11 mesi Castelli della Lega +3 anni e 6 mesi Alfano e Palma del PDL), per 1 anno e 3 mesi dal Governo Monti (Severino).

A fronte di urgenti misure strutturali, si è assistito finora solo a soluzioni tampone. A tuttoggi, la discussione è incentrata su ipotesi valide da un punto di vista che possiamo definire umanitario (amnistia ed indulto), ma che hanno, in quanto finalizzate per loro stessa natura a decongestionare rapidamente le patrie galere, la forte limitazione di inquadrare il problema secondo un’ottica dell’immediato; proposte inefficaci, in prospettiva, in assenza di interventi strutturali e che, se uniche risposte, porterebbero ad un riproporsi ciclico futuro del problema.

Amnistia o indulto, proposte valide, però, se mantenute nella sfera dei provvedimenti eccezionali e non valvola di sfogo da aprire ogni qual volta che l’inadeguatezza della gestione politico-amministrativa raggiunga livelli intollerabili perché, altrimenti, da provvedimenti nobili scadrebbero in provvedimenti politici che altro non farebbero che svilire ed offendere quel contraltare, legittima e sacrosanta garanzia di giustizia, che è il principio della certezza della pena.

Quindi? Come intervenire? Stendendo un velo pietoso sulla demagogia dominante di una classe politica incapace di assumersi la responsabilità di scelte riformatrici strutturali, perché spesso impopolari, la risposta più elementare, un intervento finalizzato alla costruzione di più istituti carcerari, vedrebbe, prevedibilmente ad esempio, l’opposizione di Sindaci e Presidenti di Provincia schierati irresponsabilmente a difesa del proprio orticello elettorale (con il decoro cittadino o la sicurezza usati a pretesto), anziché sostenere la validità del intervento, nel diffuso atteggiamento cialtronesco del “ripuliamo tutto, ma non buttiamo la spazzatura nel mio terreno”.

Altri interventi strutturali, dal punto di vista legislativo una vera trincea politica, potrebbero consistere nel derubricare alcuni reati “minori” (o perlomeno aggiornarne i presupposti in funzione delle necessità), che sono tra i principali responsabili dell’incremento della popolazione carceraria: quello di clandestinità (dal cosiddetto “pacchetto sicurezza” Maroni del 2009) o del possesso di piccole quantità di stupefacenti (dalla Fini-Giovanardi del 2006) su tutti.

Numeri alla mano, iniziative illuminate potrebbero risultare una norma per valutare quanti dei quasi 10.000 detenuti tossicodipendenti possano essere affidati ai servizi sociali ed alle strutture di recupero; una politica estera finalizzata a seri e solidi accordi internazionali (in discontinuità con la politica estera spot della Seconda Repubblica) che permettano di far scontare la pena nel paese d’origine a quanti più si possa degli oltre 12mila detenuti stranieri (maggioranza in molte carceri del nord) condannati con sentenza passata in giudicato; in caso di buona condotta, il regime di semilibertà o lavori sociali per i detenuti ai quali rimanga da scontare un residuo della condanna.

Se un primo passo, nella sua esperienza di Governo ci ha purtroppo abituato a non osare molto di più, è stato mosso dal Governo Monti grazie al innalzamento da dodici a diciotto mesi della pena detentiva che può essere scontata ai domiciliari; oltre a norme che riducono gli ingressi in carcere di brevissima durata (il cosiddetto fenomeno delle “porte girevoli”), è necessaria, però, una azione determinata, incisiva e realmente strutturale finalizzata ad un deciso cambio di passo nella politica penale e penitenziaria.

Le idee e le possibili soluzioni non mancano, quello che è mancato, finora, è una classe politica responsabilmente moderna e liberale, rispettosa della Costituzione e dei suoi valori, capace di assumere iniziative utili al Paese a prescindere dal riscontro mediatico e dal gradimento delle masse il cui impeto ed emotività devono essere contenuti dalla solidità e dalla onestà intellettuale della stessa.

L’obiettivo al quale dobbiamo mirare è la tutela del futuro nostro e dei nostri figli tramite una scelta di prospettiva che garantisca un Governo disposto ad assumersi le proprie responsabilità ed a lavorare non per il proprio mantenimento, ma per promuovere l’immagine dell’Italia e difenderne, oltre che diffonderne, i valori fondanti come esempio di libertà. I “Liberali per l’Italia-PLI” si muovono in questa direzione.

© Rivoluzione Liberale

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