Panafricanismo e rinascita dell’Africa. E’ il tema volutamente ottimista, sebbene molto lontano dalla realtà, che ha dominato i lavori del ventesimo vertice dell‘Unione Africana che si è tenuto alla fine del mese di gennaio ad Addis Abeba, Etiopia.

Ancora una volta, i Capi di Stato e di Governo africani si sono concentrati sull’attualità, dedicando gran parte dei loro lavori allo studio dei conflitti e delle crisi che continuano ad agitare e sconvolgere il loro Continente. Ovviamente, in questo contesto è la crisi del Mali che ha dominato i dibattiti. Nel suo discorso di apertura, il Capo di Stato del Benin e presidente uscente, Thomas Boni Yayi ha a lungo salutato il “coraggio” del suo omologo francese, François Hollande, per aver impedito ai gruppi islamisti di Asnar Diné, del Mujao e Aqmi di impadronirsi del Mali. L’operazione “Serval” non ha solamente fermato le razzie dei Jihadisti verso Bamako, ma sta tentando di ricostruire l’integrità territoriale del Mali. Nel suo discorso, il Presidente del Benin ha risposto con forza q quelli che continuavano ad interrogarsi, se non a denunciare, l’opportunità dell’intervento francese nella crisi africana. Qualcuno ha visto nell’intervento francese delle velleità di neocolonialismo e delle mire sull’oro e l’uranio dei quali sarebbe ricchissimo il Mali. Se è vero che le grandi potenze hanno spesso agito prima per i loro interessi, e poi per quelli degli eventuali “protetti”, Hollande, secondo diversi osservatori africani, avrebbe capito meglio degli altri dirigenti occidentali, che l’espansione dei gruppi islamici nella zona del Sahel era una minaccia per la sicurezza e per gli interessi economici degli espatriati occidentali nella regione. I francesi rapiti in Niger e la crudele sorte toccata ai cittadini occidentali e giapponesi rimasti uccisi recentemente in Algeria dal gruppo del Jihadista algerino Mokhtar Belmokhtar ne sono la tragica prova. Boni ha anche tirato fuori un’altra verità “scomoda”. Ha deplorato a lungo l’incapacità degli Stati africani di difendersi. La conquista della provincia del Nord-Kivu nel Dicembre 2012 con l’insurrezione del gruppo “M23” e l’offensiva lampo della coalizione dei  ribelli del “Seleka” (della quale non si sa in realtà da chi sia veramente composta) nella Repubblica Centrafricana, che hanno agito di fronte a forze governative allo sbando ne sono la prova recente. Nonostante la sacralità delle frontiere sia la chiave di volta della Carta dell’UE, in Mali gruppi di fanatici armati hanno occupato per più di dieci mesi il 60% del territorio senza essere “disturbati” il 10 Gennaio scorso dall’operazione “Serval”. Più grave ancora, numerosi Paesi frontalieri, membri o no della Cedeao (Comunità Economica degli Stati Africani dell’Ovest), hanno a lungo e inutilmente tentato di negoziare con gli invasori islamici, dandogli così una parvenza di legittimità e perendo tempo utile. Oggi questi gruppi vengono definiti, da quegli stessi Stati, “criminali e terroristi”. Oggi, il ruolo di mediazione della Cedao, sembra espandersi, come è giusto che sia. Il Presidente del Burkina Faso, Blaise Compaoré ha tentato, in vano, di istaurare un dialogo tra Ansar Diné e il potere di Bamako. Sono sati in effetti avviati due tavoli di discussioni a Ouagadugu. Anche Algeri ha patrocinato la via della Pace prima di essere presa in giro a sua volta da Ansar Diné. Oggi, appare chiaro che i sostenitori dei negoziati hanno preso la strada sbagliata. E’ stato giusto tentare di trattare, non avendo i Paesi della Cedeao la capacità militare di combattere  4mila jihadisti agguerriti e armati fino ai denti, ma è stato un tentativo disperato: si è così ammessa la debolezza a livello locale. Come gli eserciti del Congo, del Centrafrica e del Mali, gli eserciti della sotto-regione  mal equipaggiati e senza mezzi logistici non potevano intraprendere da soli la riconquista del Mali del Nord. Il loro compito sarebbe poi stato dalla Mauritania e dall’Algeria, due grandi vicini del Mali rimasti a lungo ostili ad un intervento armato contro i gruppi islamisti.

 Deplorando la reazione di coloro che hanno denunciato l’intervento francese in Mali, il Presidente dell’UA ha criticato indirettamente anche l’Egitto ela Tunisia. Idue fari della Primavera araba, membri anche loro dell’Unione Africana, sono diretti oggi da poteri islamici influenzati dai Fratelli Musulmani, che hanno voluto che la crisi del Mali fosse regolata tra africani e musulmani. La Tunisia e l’Egitto post-rivoluzionari sono tentati di porsi più a Nord dell’Africa che in Nord-Africa.  Bisogna comunque riconoscere che la crisi del Mali ha provocato uno choc che si spera dia una svolta positiva ai rapporti fra Stati africani. L’Unione Africana e la Cedeao dovranno assolutamente unirsi e giocare così un ruolo incisivo nella fase post-crisi che si verrà a creare in Mali. Si parla già di dislocare delle forze sotto l’egida delle Nazioni Unite, quando nessuna missione di mantenimento della Pace in Africa è stata veramente coronata dal successo in questi ultimi decenni, senza togliere nulla ai militari che vi hanno partecipato. Ottimi professionisti nel mantenimento del controllo e nei rapporti con la popolazione, ma così facendo i locali si sono “seduti” su uno status quo che non gli ha dato stimoli per crescere politicamente. Prendendo come esempio l’Amisom in Somalia (African Mission in Somalia – nata nel 2007 per volontà dell’UA con l’approvazione della missione NU in Somalia), si deve mettere in piedi una forza africana sotto l’egida dell’Unione Africana e della Cedeao con un sostegno finanziario internazionale. Si potrebbe immaginare la creazione di un gruppo “Paesi amici del Mali”, sul modello di quello per la Siria o di quello che è esistito fino a poco tempo fa per la Libia, che possa aiutare e guidare la ricostruzione del Mali. Il 29 Gennaio, all’indomani della riunione dell’UA, i Paesi donatori del Mali (ONU, UE, Francia, GB, USA e Giappone e alcuni capi di Stato africani già presenti al vertice dell’UA) riuniti ad Addis Abeba hanno promesso quasi mezzo miliardo di dollari in aiuti. E’ già un passo avanti, unito allo sforzo militare francese. Ora tocca ai dirigenti del Mali assumersi le proprie responsabilità e mostrarsi all’altezza della mobilitazione internazionale messa in moto per il loro Paese.  Questo significa dialogo, riconciliazione e rispetto per i diritti delle popolazioni del Nord del Paese. Senza questa presa di coscienza, le ostilità continueranno a rinascere dalle ceneri.

Il 20° vertice dell’Unione Africana ha anche visto l’entrata in scena della nuova Presidente della Commissione dell’organizzazione. La sudafricana Dlamini Zuma, che ha promesso un contributo di 50 milioni di dollari da parte del suo Paese per il Mali. Un bel gesto panafricano che merita di essere messo in evidenza. Ma la rinascita avverrà solo quando l’Unione Africana sarà autonoma dal punto di vista finanziario. Oggi il 90% del suo bilancio dipende da aiuti esterni, principalmente dall’UE. La strada verso la vera emancipazione e autodeterminazione è lunga, ma la presa di coscienza di questa necessità  è oggi più forte che mai, nonostante i pericoli che corre un Continente trattato per lungo tempo come inferiore e quindi fertile terreno di ricatti e corruzione. Forse veramente l’intervento della Francia in Mali può dare una seconda possibilità al Paese, al di là delle critiche sulle velleità neocolonialistiche. Il terrorismo è un nemico comune a tutti noi, la crisi del Nord del Mali ci coinvolge da vicino, perché Aqmi e i suoi discepoli non fanno distinzioni di colore e continente. 

 © Rivoluzione Liberale

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