Siamo a pochi giorni dalle elezioni, ma resta  forse una certa quantità di indecisi, tentati dal non-voto o frastornati e incerti tra le varie proposte. Facciamo dunque il punto in tanto fragore e ripassiamo le ragioni pro e contro le varie formule.

Cominciamo dall’astensione. Ci sono opzioni anche peggiori, come vedremo in seguito, ma è egualmente da scartare. Il voto è alla base della democrazia, è dai tempi dei greci il principale – e a volte l’unico – strumento di partecipazione nella  vita della “polis”. Chi vi rinuncia compie una autocastrazione che ricorda il mitico Origene.  Le motivazioni,  pur psicologicamente comprensibili, sono inconsistenti. Il rigetto verso la classe politica nel suo insieme è spiegabile  ma , se indiscriminato, è ingiusto e dannoso. La sensazione che, chiunque vinca, le cose non cambieranno, è falsa. La politica influenza le nostre vite più di quello che pensiamo. Può migliorarla (come avviene nei Paesi ben amministrati) ma può peggiorarla se è mera demagogia,  interesse personale di  chi governa  o semplice inettitudine ad affrontare i problemi. E tra i tanti che si contendono il  nostro voto, non è vero che tutti siano uguali. Ci sono i buffoni e le persone serie, i mentitori e i sinceri, i corrotti e gli onesti. Ci sono partiti e persone che meritano un’apertura  di credito per il loro passato e per la loro comprovata serietà; altri che meritano di essere spazzati via. Non è poi tanto difficile identificare gli uni e gli altri,  pur nel frastuono di una campagna elettorale sempre più sguaiata.  Cominciamo da quel centro-destra che torna a chiederci un nuovo assegno in bianco. Sul suo padre-padrone pensavamo di aver esaurito gli argomenti della requisitoria, ma lui  continua a stupirci con le sue continue trovate. Le ultime: le tangenti sono una cosa normale nel commercio internazionale (dice una cosa, ahimè,  vera, ma è gravissimo che la giustifichi, gettando nuovo fango sui giudici che fanno il loro mestiere ). Sullo stesso slancio, annuncia che ristabilirà l’immunità parlamentare! Conclusione logica: l’illegalità, la corruzione, sono parti dell’esistenza,  vano accettate, non combattute; combattuti  vanno i giudici che cercano di arginarle e protetti devono essere i politici che possano esserne parte o complici. Non sono solo teorie in aria, sono cose che, per otto anni, Berlusconi e la sua maggioranza hanno tentato di realizzare, trovando per fortuna argini nelle istituzioni. Non è però questa la sola ragione di rigetto per Berlusconi. Altre ce ne sono  in abbondanza: il liberalismo tradito, le promesse non rispettate, lo sfascio morale, il discredito sul Paese, l’averlo lasciato al bordo del fallimento per poi sputare su chi ha dovuto salvarlo;  la volontà di passare nuovi colpi di spugna sull’evasione fiscale e il degrado edilizio; il cedimento ai ricatti antinazionali della Lega e ora l’indegna decisione di aiutarla a conquistare la Lombardia  e realizzare così il disegno del Grande Nord, che costerebbe caro alla nostra unità nazionale.  Altra e non minore responsabilità, l’aver contribuito potentemente a disgustare tanta gente e allontanarla dalla politica, favorendo l’emergere di movimenti irrazionali e giustizialisti del tipo di Di Pietroe, ora, peggiori  ancora, di Grillo e Ingroia.

Questi  movimenti rappresentano, ovviamente,  opzioni anche più pericolose. Al di là di insulti, minacce giustizialiste, tintinnio di manette, non promettono nulla di buono per il governo di un Paese avanzato e complesso come l’Italia.  Vengono i brividi a pensare che gente di quel livello potrebbe coalizzarsi per avere in mano le nostre sorti.  Votare per loro è peggio che cecità, è peggio che masochismo: è un puro e semplice suicidio.

Veniamo alla sinistra. I suoi programmi e i suoi uomini  hanno già ripetutamente fallito. Bersani, da ministro di due governi  Prodi, non è riuscito ad applicare neppure una delle liberalizzazioni che pure si proponeva. Sarà magari una persona perbene, che crede nel rigore fiscale e nell’Europa, (per favore, però, eviti il ridicolo di definirsi liberale, anzi il più liberale di tutti) ma le sue eventuali buone intenzioni perdono  credibilità quando si considera che egli sarebbe condizionato dalla parte radicale del suo partito (basta pensare a Fassina per sentire i brividi) e, più ancora, dal peso di Vendola e della CGIL. Pensare che, in caso di vittoria piena (ossia di maggioranza e governo unicamente di sinistra) possa realizzare i programmi che oggi presenta  è illusorio. In realtà, resta irrisolta a sinistra la stessa contraddizione dei tempi di Prodi: un’anima riformista, di tipo socialdemocratico o laburista, deve convivere con un’anima  massimalista, dalle utopie superate e fallimentari, ma attiva e battagliera, non disposta a rinunciare alle proprie istanze. Tenere insieme queste due anime è  risultato per due volte impossibile. Un terzo fallimento sarebbe grave per il Paese.

L’opzione resta dunque quella di un’affermazione del Centro, che possa raggiungere la maggioranza o una posizione di forza tale da essere indispensabile per il governo del Paese e possa quindi imporre ragionevolezza, rigore e buon senso. Nemmeno il Centro è perfetto. Ci sono nomi e facce che si preferirebbe fossero usciti di scena. Ma il suo programma è nell’insieme ragionevole e, se applicato con serietà, potrebbe portarci a medio termine fuori della crisi. E ha come punto di riferimento qualcuno che, in un anno di governo, alcune cose le ha fatte e altre ha, perlomeno, tentato di farle. C’è in giro una tesi che trova concordi (non per caso) PD e PDL, quella del “voto utile” e del “voto inutile”. È una tesi fondata solo in superficie. In realtà, esistono  il voto giusto e quello dannoso: dannoso è votare per gruppi o persone che sono corresponsabili dello sfascio del Paese o propongono ricette demagogiche, giustizialiste e alla fine catastrofiche.

Voto giusto è quello che va a gruppi e persone che a questo sfascio non hanno partecipato e hanno credibilità sufficiente a interpretare e realizzare quello di cui l’Italia ha bisogno nella prossima legislatura. Tra questi c’è il Partito Liberale Italiano (presente alla Camera con la sua Lista “Liberali per l’Italia-PLI”), che non ha mai tradito le proprie idee, che ha anzi continuato a sostenerle e difenderle durante gli scellerati anni del nostro declino, pagando il prezzo di un effettivo isolamento. Sostenere che votarlo sarebbe inutile perché non ha la possibilità di superare la soglia di sbarramento è una  petizione di principio. Se non lo votiamo, è evidente che al 4% non ci arriverà. Ma se in tanti decidiamo di dargli il nostro suffragio, potrà ritrovare il ruolo storico che è stato il suo, dal Risorgimento agli ultimi anni della Prima Repubblica, da Cavour a Einaudi, da Martino a Malagodi, ai quali corrispondono le epoche migliori della nostra storia nazionale. Come recita il suo slogan elettorale, quando in tanti si proclamano liberali, meglio l’originale della copia e, aggiungiamo: della cattiva copia.

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