Dalla Democrazia nessuno scappa, si potrebbe dire. Lo “scrutinio popolare” non lo scampi – in questi strani tempi – nemmeno se sei un monarca; o così sembra, perlomeno, stando alle ultime notizie provenienti da oltremanica.

Una commissione governativa, denominata Public Accounts Committee, è stata creata al fine di “controllare” le finanze di Elisabetta II e di tutto il clan reale che naturalmente conta, tra nipoti cugini zii, parecchie persone. Come è ovvio, a capo della Commissione siederà un ex ministro Laburista, la signora Margaret Hodge.

L’aspetto più interessante di tutta la vicenda non è, come potrebbe sembrare, che lo Stato si permetta di frugare nelle tasche della Sovrana: che i tempi siano barbarici l’avevamo compreso da soli. Il vero punto sintomatico risiede piuttosto nel fatto che tale commissione sia stata nominata al fine di “accertare che vi sia un ritorno di valore per le tasse sborsate dai cittadini”.

Solo su questo si potrebbero spendere fiumi d’inchiostro, su come la nostra epoca ritenga di valore solo ciò che fornisce un ritorno economico monetizzabile. D’altra parte, i commissari in questione hanno già dichiarato che cercheranno anche di capire se la Famiglia Windsor stia davvero sfruttando al meglio il proprio brand.

Si faranno verifiche sul perché Sua Maestà non apra ai visitatori i castelli di Balmoral e Sandrigham, sul perché Buckingham Palace sia aperto al pubblico “solo” d’estate (quando appunto la Famiglia è a Balmoral – non sarebbe difficile in realtà capire che nessuno di noi amerebbe avere “visitatori” che ti entrano in camera da letto) e via dicendo. Verrebbe da ridere, se tutto ciò non somigliasse in maniera assai sinistra al triste romanzo Il destino di Hartlepool Hall di Paul Torday, da poco uscito in Italia, storia di come un nugolo di spietati immobiliaristi di successo riescano a stuprare una antica magione vittoriana riconvertendola in appartamenti di lusso per calciatori.

Non solo. Poiché vi è il fondato sospetto, a quanto pare, che la Regina usi a sproposito i soldi “pubblici”, si faranno ricerche sui costi del Treno Reale e degli Aerei Reali, senza tener presente che già negli anni ’90 il democratico Tony Blair pretese dalla sovrana la dismissione dello Yacht Reale Britannia, uno dei vanti della Marina inglese. Giusto per non farsi mancare niente, la Commissione dovrà vagliare anche i soldi spesi dai congiunti della Regina nell’assolvimento dei loro doveri istituzionali: vuoi mai che il bikini di Kate Middleton sia pagato con i soldi di Mrs Smith da Manchester!

Giova forse richiamare alla memoria l’organizzazione inglese classica che prevede una chiara suddivisione, in primis, tra beni del Sovrano, suoi privati, e beni della Corona, impropriamente definiti “pubblici”, giacché si tratta comunque di beni anticamente di proprietà sovrana e ceduti solo in seguito in leasing allo Stato che in cambio passa ai monarchi la civil list, quello che da noi si chiamava Appannaggio. Fu Giorgio III, nel 1760, a stipulare questo “contratto” per cui l’Erario si avvantaggiava delle rendite provenienti dalle tenute reali e in cambio si impegnava a mantenere il Sovrano e la Famiglia nei loro impegni ufficiali svolti “al servizio del Paese”.

Interessante risulta inoltre ricordare che la Regina, a differenza del nostro Presidente della Repubblica, non grava interamente sullo Stato. Le tenute reali del Ducato di Lancaster (18.000 ha) e del Ducato di Cornovaglia (54.000 ha) sopperiscono in buona parte al mantenimento dei Palazzi Reali e di tutto quanto ruota intorno ad essi, laddove, ad esempio, il nostro Presidente “eletto” riceve denaro – questo sì totalmente pubblico – per qualsiasi sua  necessità, dal set di tovaglioli del Quirinale alla benzina per la sua automobile.

Risultato? E’ stato stimato che il mantenimento del nostro Presidente della Repubblica costa allo Stato, e quindi a noi cittadini, sei volte il costo che i sudditi britannici si sobbarcano per “mantenere” la Regina. E tutto questo per sapere che noi siamo “cittadini” e loro sono “sudditi”: le parole, a volte, costano molto.

Non si sa se e come i Windsor usciranno da questo pasticcio – forse meno dolorosamente di come ne uscirono i Savoia da noi nel ’46 (a loro fu tolta la maggior parte delle proprietà, senza distinzione tra Beni Privati e Beni della Corona) – ma di certo anche quello di monarca, in era democratica, sembra destinato a diventare un lavoro a tempo determinato.

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