In questa campagna elettorale i principali competitor si sono impegnati, chi in un modo chi nell’altro, a promettere la riduzione delle tasse, ma nessuno ha affrontato seriamente il problema di un’Italia più competitiva. La realtà che si prospetta all’orizzonte è ben lontana dalle ‘favole’ raccontate nei programmi dei partiti per cercare di accaparrarsi l’elettorato e la crisi dura ormai da troppo tempo. Alle spalle ci sono diciotto mesi consecutivi di recessione e ciò non accedeva da vent’anni. Diciotto mesi in cui il nostro Pil è tornato indietro ai livelli dell’ultimo trimestre del Duemila. Secondo l’Ocse e il Fondo Monetario l’economia italiana è rimasta indietro del 15/20% rispetto a quella tedesca e francese, mentre i dati Istat sull’andamento del prodotto interno lordo italiano relativo all’ultimo trimestre 2012 fotografano al meglio il declino che sta portando l’Italia sempre più a fondo. Negli ultimi tre mesi dell’anno appena trascorso, rispetto al trimestre precedente – comunque non positivo con un -0,2% – l’Italia ha smarrito un ulteriore 0,9% del Pil e il raffronto su base annua (rispetto all’ultimo trimestre 2011) si rivela ancor più doloroso, dato che si registra un drammatico -2,7%.

Un tonfo nel baratro che ha coinvolto tutti i settori produttivi e che non può in nessun modo essere ignorato. I più autorevoli centri studi, anche internazionali, confermano che fino a giugno non si può parlare di crescita e i dati registreranno per alcuni mesi ancora dei segni meno; successivamente la risalita dovrebbe essere graduale. Correggere un Pil in retromarcia non è un’operazione semplice ma occorre agire tempestivamente rimettendo in moto l’economia nazionale con un netto cambio di passo in termini di competitività per il nostro Paese. Tutto ciò vuol dire aumentare la produttività, agire sul costo del lavoro, potenziare l’export ma anche rafforzare la batteria dei consumi e quindi il potere d’acquisto sul territorio nazionale. Per l’economista Daniel Gros, presidente del CEPS (Center for European Policy Studies) “l’Italia paga il prezzo delle pressioni finanziarie. Dunque – sottolinea Gros – ancor di più per tornare a crescere deve necessariamente guadagnare punti in competitività. Non c’è altra via”.

La recessione, comunque, interessa tutta la zona dell’Eurolandia. I dati diffusi da Eurostat confermano che persino la Germania ha innestato la retromarcia, dato che nel quarto trimestre 2012 il Pil tedesco è sceso dello 0,6%.  Un  dato negativo, benché celato dal ministro dell’Economia di Berlino, Roesler, che parla di “debolezza solo temporanea”. Anche il Pil francese è sceso dello 0,3% e, complessivamente, nell’ultimo trimestre 2012 l’Eurozona ha subito un calo dello 0,6% (-0,5% il dato relativo all’intera Ue), il dato peggiore dal 2009, come rileva Eurostat. “I dati sul Pil sono sotto le aspettative dei mercati e siamo consapevoli che l’attività economica resta debole e tornerà positiva solo nella seconda metà del 2013”, ha affermato il portavoce del commissario Ue agli Affari economici Olli Rehn.

Lo scenario europeo non è quindi molto più rassicurante di quello nazionale anche se l’Italia non può di certo consolarsi contemplando i guai degli altri Paesi, bensì deve agire mettendo in moto politiche più espansive in grado di creare lavoro e dare impulso alla crescita, rafforzando quindi i suoi livelli di competitività. Temi spinosi, accuratamente evitati in campagna elettorale, quando il tema ‘meno tasse’ è ritenuto più efficace sul piano emozionale, anche se le tasche degli italiani sfuggono ormai a questi meccanismi da pubblicità commerciale e più che le emozioni – o tantomeno le promesse – i cittadini vorrebbero veder realizzati i loro progetti e garantiti i loro diritti.

Di fronte ai dati, diffusi tra l’altro pochi giorni prima dell’esito elettorale, le reazioni dei vari partiti sono le più svariate. Il premier uscente sostiene che “i dati sul Pil sono negativi, ma grosso modo in linea con le aspettative” ed escludendo la necessità di una manovra correttiva, con convinzione, afferma: “Grazie alle riforme che abbiamo messo in campo in 5 anni avremo una crescita del 6%”. Il segretario del Pdl attacca, e sostiene che se l’economia è “crollata” è tutta colpa dell’estremo rigore imposto dal governo dei tecnici. Il segretario del Pd avanza il buco di 7 miliardi lasciato in “eredità dai tecnici” che molto probabilmente, senza alcuna certezza, si riuscirà a coprire grazie a “una dinamica di abbassamento dei tassi e a qualche altra sopravvenienza”.

Dovrebbe essere chiaro a tutti che la competitività non è un tema esclusivamente liberale ma è un concetto trasversale all’azione umana, “il mezzo più efficace per scoprire il modo migliore di raggiungere i fini umani”, come afferma Friedrich August von Hayek. La scienza progredisce attraverso il confronto costruttivo e la competizione tra idee; una democrazia liberale sana prospera se esiste una competizione fruttuosa tra diverse proposte politiche; la libera economia è competizione di merci e di servizi sul mercato. Arginare la forza competitiva corrisponde ad una violazione della libertà e dei diritti dell’individuo, anche se occorre stipulare delle regole di comportamento per far sì che la competizione non si trasformi in arrivismo sfrenato. Molto spesso, però, anche quando la limitazione della competizione sembra venga avanzata nel nome di un ipotetico interesse generale, nella realtà dei fatti corrisponde, invece, all’interesse di ceti o gruppi particolari: la forza competitiva viene arginata insieme alla libertà dell’individuo per favorire le rendite di posizione di varie corporazioni, infiltrate nel tessuto connettivo del nostro Paese.

Occorre quindi instaurare una mentalità nuova, decisamente più liberale non solo sul piano economico ma, prima di tutto, sul piano umano e quindi sociale e politico. Si tratta di concretizzare un nuovo sistema, più competitivo ma fondato su dei principi etici rispettosi della natura e della dignità umana, evitando sia gli effetti disastrosi di una competizione selvaggia e distruttiva sia quelli derivanti dalla rendita parassitaria di un potere ottocentesco.

Una società che sia liberale è una società più competitiva perché la competizione è la logica conseguenza della libertà individuale intesa come progresso dell’intera comunità. La stessa etimologia del termine ‘competizione’ nasconde la sua anima ‘cooperativa’: esso deriva dal latino cum-petere che vuol dire ‘cercare insieme’ la soluzione migliore. È auspicabile, quindi, che le azioni individuali siano armonizzate da una costruttiva cooperazione competitiva sia in economia sia in politica.

La competitività ha natura antropomorfica e non corrisponde ad un qualcosa che obbliga gli individui al di là della loro volontà ( e quindi anche uno Stato eccessivamente presente nella natura economica delle cose). Tornare a competere significa tornare a confrontarsi dignitosamente con il mondo esterno, in campo europeo ed internazionale; vuol dire rispondere alla domanda di trasparenza e di accountability che la società moderna esige; vuol dire un’Italia più libera dove sia rispettato il diritto di proprietà che ogni individuo ha sulla sua persona e sul suo lavoro. Al contrario, in una società di coercizione dominano “furto e parassitismo” ed è “una società che demolisce le vite e i livelli di vita”, afferma Murray N. Rothbard. Un sistema competitivo sano, invece, corrisponde ad un sistema “profondamente cooperativo in cui ciascuno si avvantaggia e dove il tenore di vita di ognuno fiorisce (se paragonato a che cosa sarebbe in una società di non-liberi). […] È nei Paesi coercitivi con poca o nessuna attività di mercato, soprattutto sotto il comunismo, che la frantumazione dell’esistenza quotidiana non soltanto impoverisce materialmente le persone, ma infiacchisce il loro spirito”.

Anche la competizione tra le diverse realtà politiche e partitiche va necessariamente posta su un terreno nuovo: non più scontri, duelli tra avversari, dichiarazioni generiche, piani fantastici quanto improbabili; ma politiche misurabili con la realtà del Paese, quantificabili in termini di risorse e di effetti sul futuro dell’Italia, della vita delle famiglie e delle imprese. Non promesse ma impegni concreti in grado di rispettare la libertà e la dignità di tutti gli individui.

Purtroppo però i risultati non sono assicurati. Secondo una recente indagine lanciata dal Corriere della Sera, “Alla prova dei fatti” – elaborata alla luce del modello econometrico di Oxford Economics sulla base delle risposte fornite dai vari partiti – non si può affermare che le piattaforme presentate siano credibili e realizzabili. Quella del Pdl, in particolare, ruota attorno a una proposta chiave – la cancellazione contabile di 400 miliardi di debito pubblico – che è di non probabile realizzazione, sia di fronte all’Unione Europea, che difficilmente la accetterebbe nei termini in cui è stata formulata dal partito fondato da Berlusconi, sia di fronte ai mercati, che non è detto farebbero diminuire i tassi d’interesse sul debito italiano in base a un accorgimento tecnico. Nel contempo anche la credibilità della proposta del Pd è diminuita, conseguentemente al rifiuto del partito guidato da Bersani di inserire i numeri (entrate e uscite di bilancio) nel suo programma. Le piattaforme delle liste ‘Con Monti per l’Italia’ e ‘Fare per fermare il declino’ si basano invece su massicce privatizzazioni, che non possono essere date per scontate. “I compratori potrebbero non essere trovati o potrebbero non volere offrire i prezzi immaginati dai programmi dei partiti”, commenta Oxford Economics.

La qualità dei programmi, misurata soprattutto valutando i risultati economici che otterrebbero nel corso della legislatura, è giudicata non esaltante: crescita economica, occupazione, reddito delle famiglie miglioreranno nel corso dei prossimi cinque anni ma in misura inferiore alle aspettative degli italiani e alla drammaticità della crisi che tormenta il Paese, da anni. Secondo Oxford Economics “il sentiero per migliorare la crescita (e la produzione potenziale), all’interno delle restrizioni imposte dalla necessità di portare sotto il controllo l’alto rapporto tra debito e Pil, è piuttosto stretto”. Si aggiungono, inoltre, un sostanzioso debito pubblico, sul quale il nuovo Parlamento dovrà necessariamente fare qualcosa di più, e le rilevanti debolezze strutturali del Paese  che tutti i partiti dovranno dimostrare di voler realmente rimuovere. Non è quindi il tempo di cedere a facili illusioni o inutili promesse. Il Paese dovrebbe tornare a crescere ma il traguardo non è vicino e, situazione politica permettendo, occorreranno comunque degli anni affinché l’economia italiana torni a sorridere e quindi a competere.

“Who can save Italy?” riportava in copertina The Economist nei giorni scorsi, su una foto a tutta pagina di una Torre di Pisa sempre più inclinata: è questa la domanda che, soprattutto in quest’ultima settimana prima dell’esito delle elezioni, tormenta costantemente tutti gli italiani che aspirano ad un’Italia più liberale e quindi più libera, più competitiva e quindi più cooperativa, sia in economia sia in politica.

© Rivoluzione Liberale

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