In un suo articolo di alcuni giorni fa, Stefano Angeli, da laico, ha auspicato una collaborazione tra laici e cattolici per il bene dell’Italia. Da cattolico, penso che egli sopravvaluti  un poco il peso attuale della Chiesa sulle vicende italiane. Non lasciamoci ingannare dal prestigio degli ultimi papi, dai rapporti di reciproco rispetto e  amicizia manifestatisi tra di loro e le massime autorità dello Stato  o dai gesti di devozione da  queste ultime  prodigate nei confronti del Pontificato: essi  sono il riflesso  proprio della rinuncia della Chiesa ad intervenire  in prima persona  nella politica italiana, che ha fatto cadere vecchi steccati. Neppure l’immensa ripercussione mediatica e l’emozione suscitata tra i fedeli dalle dimissioni di Benedetto XVI sono  concretamente traducibili in forza politica. Ma  nella misura in cui i cattolici fedeli all’insegnamento romano sono parte anche se minoritaria della società civile, è normale e necessario che  concorrano al suo sviluppo. Non si tratta, del resto, di una novità. La fase acuta della contrapposizione laici-cattolici (o meglio, clericali-anticlericali) legata alla fine del  potere temporale, fu superata dal  Concordato del 1929. La stessa DC, anche quando avrebbe potuto governare da sola, cercò costantemente l’intesa coi partiti laici. Giacchè  essa costituiva il socio maggioritario in quelle alleanze, è logico che la collaborazione sui temi di politica interna ed estera  non si estendesse a quei principi e valori che per il mondo cattolico rappresentavano elementi  irrinunciabili. L’ultima grande battaglia su di essi, voluta dall’allora segretario democristiano, Fanfani, fu quella sul divorzio. Fanfani volle il referendum abrogativo , pur sapendo che lo avrebbe perso, come mezzo per non provocare una rottura coll’ala cattolica integralista, rottura che, nel clima degli anni Settanta, sarebbe stata pericolosa per la nostra democrazia. Da allora in poi, anche  col centro-sinistra, sui principi si mantenne, tra DC e partiti laici, una difficile e talvolta torturata coabitazione, che tuttavia permise qualche modesto passo in avanti.

Da più di vent’anni la DC non esiste più e  Il tentativo di Berlusconi di assumere la rappresentanza del mondo cattolico e dei suoi valori, all’inizio riuscito, ha poi perso  credito – lo dico con molta tristezza – per la sua condotta privata e il tipo della sua morale pubblica, che offendono  questi valori. Venuto  a mancare il partito che li rappresentava – e fallito ogni nostalgico tentativo di ricostituirlo – i cattolici si sono dispersi  ai quattro venti. Alcuni si sono ritrovati in formazioni minori che rivendicano i simboli cristiani, altri  sono approdati  in  partiti  dichiaratamente laici, come lo stesso PD e il PLI . Molti, oggi, si riconoscono nel centro montiano, che ha  l’appoggio del PPE.  In questo modo hanno mantenuto  e manterranno in futuro, almeno credo, un’influenza  che sarebbe però  esagerato ritenere determinante.

La questione, tuttavia, è di intendersi su cosa significhi, dal punto di vista politico, essere “cattolici” nel secolo e nella società in cui viviamo. Lasciamo subito da parte  la Religione coi suoi dogmi. Integralisti ce ne sono ancora, tra i cattolici come in altre religioni, ma da un pezzo l’Inquisizione non esiste più, nessuno più rischia la scomunica  o l’interdetto per le sue opinioni religiose, nessun libro va più all’indice. Le questioni di fede vengono riconosciute come  attinenti alla coscienza di ciascuno e non influenti sulla vita della “polis”. Parliamo invece dei temi  che a questa vita attengono, come l’economia. In proposito, esiste certamente una posizione della Chiesa , resa esplicita dalla Rerum Novarum in poi, ma non esistono, a propriamente parlare, un’economia “cattolica” e una “laica”. Da sempre ci sono  cattolici liberali e cattolici statalisti e anche socialisti (in passato c’erano persino i catto-comunisti). Esiste invece sempre di più la necessità di una politica economica non ideologica ma di buon senso, che coniughi  libertà di mercato e limiti al capitalismo selvaggio, meritocrazia e tutela dei più deboli, concorrenza e solidarietà, rigore fiscale e abbassamento delle imposte, riduzione della spesa pubblica e dismissione dei beni pubblici inutili, riqualificazione della spesa a fini produttivi, investimenti  su educazione, cultura, ricerca, sostegno alle famiglie; tutte cose  realizzate in altri Paese (come quelli scandinavi) e che non appartengono a laici o cattolici, ma richiedono un governo che affronti con determinazione coerenza i nodi centrali. Su questo tipo di programma cattolici e laici possono e devono   incontrarsi e collaborare, come hanno collaborato  durante il governo Monti. Altrettanto per quanto riguarda la politica estera. Ci sono nel mondo cattolico (come nella sinistra delle reti sociali) frange che contestano  la nostra adesione  alle istituzioni occidentali, NATO in testa, e alle loro missioni militari di peace-keeping. Ma, come si è dimostrato in ripetute occasioni in Parlamento, laici e cattolici in larga maggioranza hanno mostrato di considerare la nostra fedeltà a quelle istituzioni come un punto fermo. Anche sulle questioni dell’immigrazione, il discrimine non è tra cattolici e laici, ma tra sensibilità diverse. Ci sono quelli chi, in nome di principi umanitari di per sè nobili, preconizzano una politica indiscriminatamente aperta, compresa la concessione della cittadinanza e del voto, e quelli che vorrebbero  porre dei limiti, ritenendo che proseguire sulla strada di un’apertura illimitata delle nostre frontiere sia un errore che non giova neppure a quelli che ammettiamo sul nostro territorio, nella misura in cui non trovano più nè abbondanza di lavoro nè larghezza di sostegni  assistenziali. Personalmente ritengo che ai cattolici, anche al di là degli evidenti problemi finanziari e sociali causati dall’eccesso di immigrazione,  debba  stare a cuore l’evitare che il peso di elementi esterni  e ostili alla nostra civiltà di radice occidentale e cristiana ne adulteri l’identità. Al di fuori del frastuono delle ideologie, si tratta di semplice buon senso: raggiunto il limite fisiologico, non si può continuare a ricevere tutti quelli che bussano alle nostre porte; ma a chi in casa nostra  c’è già, vanno riconosciuti pari diritti e opportunità  e ne va favorita l’integrazione, a patto di una piena accettazione e rispetto delle nostre leggi e dei nostro costumi; sulla cittadinanza “jure soli” e sul diritto di voto si deve andare però con molta, moltissima cautela; e infine, un’efficace politica sull’immigrazione  deve essere elaborata e condotta a livello dell’intera Unione Europea.

Restano  temi etici come l’aborto, la natura eterosessuale del matrimonio e della famiglia, le ricerche sulle cellule staminali, la maternità assistita, la scuola privata. Questioni importanti, certo, che hanno a che fare col tipo di società in cui siamo chiamati a vivere, ma  non riguardano i problemi che ora più stanno  cuore alla gente e richiedono  una convergenza tra laici e cattolici: lavoro, sicurezza, futuro per i nostri figli. Sui temi etici, del resto, le posizioni  in seno al mondo cattolico sono più variegate di quello che si ritiene  e la stessa Chiesa  ha fatto qualche timido passo avanti. Altri sono possibili e auspicabili. L’importante è che essi  non siano oggetto di crociate od ostacolo a fare insieme le cose necessarie per l’Italia. Sia al momento giusto il Parlamento  ad affrontarle, al di là di diktat confessionali od ideologici, senza  reciproca volontà di sopraffazione, con mutuo rispetto, come si conviene a tutto quello che tocca gli aspetti più intimi e profondi della coscienza individuale.

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