«Gabriele D’Annunzio è uno dei miei personaggi preferiti. A volte affermare questo, fa scattare nella mente dei poveri di spirito la locuzione: piace il vate piace il duce.

Ma solo a volte. Purtroppo Gabriele è uno dei simboli del fascismo, ma secondo me è il migliore, quello più intrigante, quello dirompente, quello provocante. È stato imitato da molti e le sue frasi così come le sue invenzioni hanno trovato strada nella consuetudine delle parole di ogni giorno.

Era un vero intellettuale D’Annunzio che assieme a Filippo Tommaso Marinetti, fu uno dei primi firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti, che forse, anzi sicuramente avrebbero fatto a meno dell’aggettivo finale.

Perché io credo che non si dovrebbe etichettare nessuno del suo calibro, confinarlo nella definizione, specie in una così drammatica e negativa; lui era il Vate, un uomo scomodo tutto sommato. Un uomo elegantissimo, estremamente originale, un eccessivo in tutto.

Uno spregiudicato e un narciso, che amava e veniva amato senza risparmio. Come non pensare alla Duse; come non rimanere affascinati immaginando i loro amplessi tra lenzuola di sete provenienti dalla Persia, corpi avvolti in damaschi preziosi, unguenti raffinati e droghe potenti.

Poi scriveva “si mise a coprirla di baci rapidi e leggeri quella mano che ardeva, quel polso che batteva forte” descrivendo sentimenti travolgenti da vivere solo con i superlativi.

Ecco, un uomo superlativo mi piace dire: un pazzo sfrenato forse. Ma che fascino!

Pensando alla piattezza intellettuale di oggi, a quella poesia fatta di scimmie sulle spalle e tormenti estremi, di cacca di cane e di bottiglie vuote, mi prende a sospirare attaccata a una tenda porpora; “io sono un animale di lusso e il superfluo m’è necessario come il respiro” scriveva a un amico.

Ricordati di osare sempre! Ma forse in questi tempi di punti di sospensione, i punti esclamativi potrebbero sembrare politicamente scorretti, le esortazioni potrebbero passare per imposizioni, robe che ledono i diritti, cose poco democratiche.

E allora teniamoci quello che c’è, la piatta espressione del qualunque: rifugiamoci però nelle carnali stanze del Vate, dove esaltava e amava la vita come nessuno nel suo tempo, per calmare la nostra sete di sensazioni appassionate, la nostra ricerca perpetua dell’illogica emozione.

“Eja Eja Alalà!”, come il Vate coniò nel Diciassette.»

© Rivoluzione Liberale

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