Riuscire a trovare ancora un singolo essere umano che non abbia visto il film Braveheart e di conseguenza non sia convinto di “quanto cattivi siano stati gli inglesi” con la Scozia dal medioevo in avanti, è senza dubbio impresa più ardua dello scovare un esquimese nella foresta pluviale del Congo.

Il tema dell’indipendenza scozzese è uno di quei refrain che tornano sempre fuori, non te ne liberi nemmeno con una guerra mondiale – ciò che è stato dimostrato, giacché due conflitti planetari non hanno tacitato le rivendicazione degli uomini in gonnella.

La “questione scozzese” si trascina da anni, è vero, ma all’inglese medio (e non solo) spesso non crea altro coinvolgimento che non sia una allegra alzata di spalle e un’occhiata divertita che sottende il classico atteggiamento sornione verso tutto ciò che sta oltre il Vallo di Adriano. Anni fa, un amico inglese che stava imparando l’italiano, a proposito delle rivendicazioni in questione mi disse: “E’ tutto uno problema della Mafiosa Scozzese che vogliono indipendenza”. Naturalmente intendeva mafia (aveva già introiettato le immagini italiane classiche, ci si mette poco del resto) e con essa lo strapotere di certo sindacato laburista che in Scozia spopola e spopolava, specie in centri industriali e cantieristici come Glasgow.

Nel 1706 il Parlamento Scozzese – dopo infinite dispute che si trascinavano dall’ascesa al trono di Giacomo I, erede dei Tudor ma anche degli Stuart (infatti noto spesso come Giacomo I e VI), il quale aveva indirettamente riunito nella sua persona il governo dei due regni – siglò un Trattato di Unione insieme al Parlamento di Westminster e da lì nacque il Regno Unito (appunto) di Gran Bretagna. Tralasciando le romanticissime e fallimentari insurrezioni della Casa Stuart, che finirono nel 1745 col massacro di Culloden Moor e la fuga del prince charmant Carlo Edoardo, da quel giorno del 1706 la Gran Bretagna ha assunto l’aspetto che noi tutti le conosciamo. Ivi compresa la onnipresente bandiera, l’Union Jack.

Ma il malumore scozzese non è mai stato del tutto placato. Se dopo il 1745 gli Hannover distrussero la società dei clan fiaccando per sempre la potenza militare scozzese, è pur vero che l’identità di questa strana e fiera nazione non si è mai del tutto omologata al vicino inglese.

Gli scozzesi che combatterono tutte le guerre dell’Impero e le due guerre mondiali stavano spesso in reggimenti speciali (Scottish Highlanders, per citarne uno) e marciavano al suono delle cornamuse che intonavano Scotland the Brave (tanto da ingenerare il più genuino sgomento nei villici nostrani che negli anni ’40 si scandalizzavano a veder sfilare degli uomini che marciavano in gonnella!).

L’odio-amore che lega la Scozia all’Inghilterra sembra insopprimibile e non bastano il sostegno di star come Sean Connery, da sempre impegnato per l’indipendenza scozzese, o il miraggio di un paese indipendente che sfrutterà per suo conto tutte le sue risorse (una per tutte: il greggio del Mare del Nord): trecento anni di “lacrime e sangue” versati insieme non si dimenticano con un voto.

Questo, ancora oggi, il grande problema che attanaglia il movimento Yes Scotland che da anni, ormai, oltre alla già ottenuta devolution vorrebbe finalmente l’assoluta indipendenza. Indipendenza quindi fiscale, difensiva, amministrativa: l’isola che noi chiamiamo Inghilterra diverrebbe una sorta di condominio senza più nemmeno un amministratore, visto che il Movimento è ovviamente di ispirazione repubblicana e vede la Regina come fumo negli occhi.

Però i problemi sostanziali rimangono. Per prima cosa, a dire il vero, Yes Scotland sembra piuttosto in difficoltà nello spiegare come poter continuare a sostenere i costi del welfare con introiti dimezzati. Da poco, non essendo l’oro nero del Mare del Nord più in grado di incantare i discendenti di William Wallace, i politici scozzesi paventano una forte tassazione sulla ricchezza: e torniamo all’ispirazione fortemente Labour e Trade Union di tutto il progetto.

D’altra parte, di recente è stato anche istituito un “finto” referendum nelle Università scozzesi, una prova generale del referendum vero che sarebbe previsto per l’anno venturo, ed il risultato è stato davvero deludente per Yes Scotland: solo il 37 % degli studenti si dice per l’indipendenza, il resto ci tiene a rimanere in Gran Bretagna.

Forse alla Scozia mancano un William Wallace e un Bonnie Prince Charlie, del resto il nostro Evo è parco di personalità carismatiche a qualsiasi latitudine, ma sembra davvero che alcune battaglie non siano resuscitabili nemmeno ora che gli Hannover (o i loro nipoti) non marcerebbero più su una libera Edimburgo.

© Rivoluzione Liberale

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