Nella sua ultima il Segretario del PLI, on. de Luca, aveva previsto un risultato delle elezioni disastroso. Aveva, purtroppo, ragione. Si  è infatti verificato il peggiore scenario: quello dell’ingovernabilità, per  l’impossibilità di formare  maggioranze omogenee per Camera e Senato. S’impone dunque un’analisi  attenta e se occorre spietata di quello che è avvenuto.

È giusto in primo luogo  osservare che la Legge elettorale vigente, che era disegnata per assicurare governabilità, ha fallito clamorosamente il suo scopo. La prima cosa da fare appare dunque modificarla. Ma correggerla in modo che, il premio di maggioranza sia attribuito anche al Senato su base nazionale (e non regionale), così come era previsto nella formulazione originale della Legge Calderoli  appare costituzionalmente impercorribile, visto che la Costituzione fa del Senato una camera a rappresentanza regionale. Fu l’obiezione mossa  in questo senso dall’allora Presidente della Repubblica Ciampi a obbligare la maggioranza a modificare la legge e se oggi si tentasse di ritornare sui vecchi passi, molto probabilmente la legge sarebbe annullata dalla Consulta.

Abolire o ridurre il premio di maggioranza, che nella consistenza attuale è abbastanza scandaloso? Certo! Ma è giusto notare che, senza di esso, ogni legge elettorale ispirata al sistema proporzionale, nell’attuale stato di frazionamento del nostro elettorato,  produrrebbe risultati anche peggiori degli attuali, perché l’ingovernabilità riguarderebbe non solo il Senato  ma anche la Camera.  però è giusto andare anche al di là delle maggioranza numeriche in Parlamento per notare che, se anche uno dei tre poli, per gli effetti  del premio di maggioranza,  avesse conquistato la maggioranza nelle due Camere (o potesse conquistarla in una successiva elezione), sarebbe stato e sarebbe in futuro minoritario nel Paese e governerebbe  contro i due terzi degli italiani. Non avendo la maggioranza al Senato, questa possibilità è per questa volta evitata. Ma per il futuro, se non si cambia decisamente strada, è da temere che la situazione odierna si ripeterebbe indefinitamente. Sarebbe  perciò da chiedersi a questo punto se non converrebbe  volgersi  a esplorare la possibilità di un sistema uninominale a doppio turno sul tipo francese. Le probabilità di una chiara vittoria di uno schieramento (salvo il caso improbabile di pareggio) sarebbero in questo caso molto maggiori.  Il prezzo da pagare, non indifferente,  consisterebbe nella pratica sparizione del  partiti minori e di opinione e del loro costruttivo apporto alla politica del Paese.  SI perderebbe la possibilità di un Centro capace di mediare tra le opposte istanze. E  si perderebbe la  rappresentanza in Parlamento di fette anche rilevanti dell’elettorato (come succede in Francia col Fronte Nazionale e da noi succederebbe col Movimento 5 stelle). Ma i parlamentari eletti al primo o secondo turno con la maggioranza del 50% più uno avrebbero comunque piena legittimità.

La seconda considerazione è che metà dell’elettorato, tra astensione e voto per Grillo, ha emesso una dura condanna per la classe politica di destra, sinistra e centro  (in alcuni casi tradottasi nella espulsione dal Parlamento di esponenti come Fini e Di Pietro). PDL e PD hanno perso ciascuno quattro milioni di voti rispetto al 2008, e la lista montiana, pur superando di misura alla Camera la soglia del 10%, ha avuto un risultato inferiore alle speranze, per di più ottenuto in buona parte a spese di altre forze di centro, l’UDC in primo luogo, e non è quindi in grado di svolgere il ruolo di ago della bilancia che pure sarebbe stato auspicabile. Questo ruolo l’ha conquistato sulla carta il Movimento di Grillo, ma è assai dubbio che sia in grado di esercitarlo in senso  positivo.

In sostanza, se al di là della distribuzione dei seggi in Parlamento si guarda ai risultati nel Paese, si  può notare che si è verificato quello che avevamo scritto in varie note dello scorso anno, prevedendo che nessuno dei due poli avrebbe avuto i numeri per governare. Ne avevamo tratto allora la conclusione che la prosecuzione dell’esperienza di collaborazione avviatasi col Governo Monti sarebbe stata nell’ordine delle probabilità e avrebbe costituito forse anzi la sola soluzione percorribile.  Per questo avevamo ripetutamente espresso l’auspicio che Mario Monti  rimanesse al di fuori della mischia, mantenendosi in riserva come possibile risorsa per il Paese, al Quirinale o a Palazzo Chigi.

A urne chiuse, è facile constatare che l’alleanza PD-Sel, pur risultando in testa nel voto popolare, non ha vinto, non essendo in grado di formare una maggioranza al Senato, neppure con l’aiuto dei montiani;  ma non ha vinto neppure  il PDL, nonostante la clamorosa rimonta di Berlusconi e la soddisfazione che legittimamente esprimono i leader di quel partito quando misurano i risultati reali con quelli previsti alla vigilia. Ma a ben guardare non ha vinto, nonostante il boom elettorale, nemmeno Grillo, giacché con il 25% non si governa un Paese. Per rendere politicamente utili i suoi risultati, egli dovrebbe accettare di allearsi con uno dei due poli, ma è difficile pensare che possa accordarsi con quelli che ha così pesantemente vituperato e di cui ha pronosticato la sparizione. I suoi voti, dunque, rischiano molto di essere politicamente sterili e di dimostrarsi rapidamente tali anche agli occhi dei suoi elettori (non sterile potrebbe essere invece l’azione dei grillini in Parlamento, se scegliessero di collaborare nei fatti su cose giuste e necessarie al Paese).

Un governo omogeneo è quindi, non solo politicamente, ma tecnicamente, impossibile. Ma i problemi  che affliggono l’Italia sono tali e tanto pressanti che di un governo autorevole non si può fare a meno e sarebbe davvero criminale esporre il Paese a nuove elezioni  (specie con la legge elettorale vigente) e ad  un periodo di prolungata  instabilità. Un governo di coalizione è dunque, più che un’opzione, un obbligo al quale le forze politiche responsabili non debbono sottrarsi. Quali forze? È evidente che il PD, avendo la maggioranza assoluta alla Camera, non può essere tenuto fuori da nessuna maggioranza. Con chi deve cercare un accordo?  Nella serata elettorale, a Porta a Porta, un rappresentante del PD , non so quanto autorizzato, ha espresso un po’ frettolosamente una netta preferenza per i grillini e, anzi, si è spinto fino a dichiarare una netta esclusione per Berlusconi. Una posizione del genere – pubblicamente confermata da Vendola – se anche caratteriologicamente  comprensibile, è politicamente insostenibile e suicida. È difficilissimo credere che il Movimento 5 Stelle, affermatosi primo partito d’Italia sulla base di una diversità genetica dalla politica tradizionale, voglia ora svendere questa sua posizione. E d’altra parte, che credibilità avrebbe in Europa e nel mondo un governo impostato su una sorta di asse Bersani-Vendola-Grillo? Un accordo di questo tipo pare dunque utopico.

L’altra strada  è quella di un accordo PD-PDL. Sono i due partiti che si sono alternati alla guida del Paese e hanno contribuito ciascuno per la sua parte al suo dissesto. Sono i principali responsabili sia del forte astensionismo che del boom elettorale di Grillo. Eppure, nonostante tutto, due terzi dell’elettorato li hanno votati, consegnando nelle loro mani la possibilità di una ampia rappresentanza parlamentare.  Essi hanno dunque il dovere di cercare insieme una via d’uscita.  Se hanno un minimo di senso di responsabilità verso il Paese – un minimo di decenza, viene voglia di dire – a loro incombe l’obbligo di offrire all’Italia un esecutivo forte,  con  un programma centrato su pochi punti essenziali che dovrebbero trovare tutti concordi: drastico taglio alle spese della politica, cessione di beni pubblici, riduzione della spesa , alleggerimento fiscale, rilancio dell’economia e dell’occupazione;  e, se occorre, negoziato con l’Europa per una maggior flessibilità nei modi e tempi del fiscal compact: un negoziato per il quale un Governo di grande coalizione, con una solida maggioranza nel Parlamento e nel Paese, avrebbe tutte le carte in regola. Un programma del genere richiederebbe come minimo un paio di anni (ma meglio se durasse una legislatura intera), dopodiché si tornerebbe  a votare con una legge che assicuri e garantisca un chiaro vincitore, che  governerà  poi per il seguito.

È facile capire che un accordo del genere può avere per tutti i due partiti un costo politico ed è comunque arduo da realizzare. Ma, una volta scartata nei fatti un’alleanza PD-Grillo, è la sola strada percorribile per non andare verso il baratro. Condizione è peraltro che siano superati  i personalismi  e tanto Berlusconi che Bersani si facciano da parte; che gli uni e gli altri sappiano imporsi ai rispettivi alleati; che rinuncino a populismo, demagogia, calcoli elettorali: se non per spirito di sacrificio almeno per la propria sopravvivenza, perché se la barca affonda, affondiamo tutti e loro per primi.

Ora il pallino passa nelle mani del Presidente della Repubblica, che ha capacità e senso dello Stato più che sufficienti a gestire  la situazione per il meglio. Speriamo che la sua saggezza e il senso del dovere, o almeno lo spirito di sopravvivenza, di PD e PDL riescano a condurci  verso l’unica strada possibile nell’interesse del Paese. 

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