Un quadro impeccabile del Risorgimento e di ciò che ne è seguito. L’affresco illuminate che lo storico e politico Rosario Romeo ha lasciato ai posteri.

Un convegno, a Roma presso la Biblioteca della Camera dei Deputati, dal titolo Rosario Romeo e la storiografia del Risorgimento, ha celebrato uno studioso che a soli 23 anni, nel 1947, vide pubblicato il proprio saggio d’esordio, Il Risorgimento in Sicilia, regione in cui Romeo era nato nel 1924 a Giarre (Catania).

L’incontro romano, organizzato su invito del Comitato nazionale per le celebrazioni del bicentenario della nascita di Camillo Benso conte di Cavour, moderato da Pietro Craveri, ha ospitato personalità illustri quali Guido Pescosolido (discepolo di Renzo de Felice e cattedratico di Storia risorgimentale alla “Luiss”), Carlo Ghisalberti (docente di Storia contemporanea e della Costituzione presso l’università di Roma “La Sapienza”) e Angelo G. Sabatini (docente universitario e presidente della Fondazione Giacomo Matteotti).

Nell’aprire la discussione, Craveri ha esposto del pensiero di Rosario Romeo, la convinzione “della totale scomparsa”, al giorno d’oggi, “della concezione ottocentesca dello Stato”. Uno “svuotamento e un’irresponsabilità” di una parte delle istituzioni, con il conseguente “scadimento della vita intellettuale e culturale”. E poi il dilemma: viene prima lo Stato o prima la Nazione. Per Romeo, ha detto Craveri, “è lo Stato” a precedere la Nazione.

Pescosolido conferma: per Romeo “lo Stato si forma e crea la Nazione”. Poi parla di Nazione politica, “che ha preceduto quella linguistica, culturale, etnica”. Pescosolido, rifacendosi al Romeo-pensiero, porta l’esempio di Francia, Spagna e Inghilterra come rappresentanti di un “processo di avvicinamento” tra i vari tipi di nazioni, “stimolato dalle grandi monarchie”, fino alla “coincidenza tra nazione politica e nazione linguistica”, seppure i loro “confini” non siano mai stati “perfettamente coincidenti”. Una “nazione di tutti”, dice Pescosolido, con una “connotazione” di partecipazione “dal basso”. Dopo la Rivoluzione francese la “discriminante è divenuta la leva di massa”, di tutti i cittadini, cui spetta “l’obbligo di difendere la Patria col servizio militare”. Pescosolido ricorda di Romeo “le battaglie culturali”, i “momenti di isolamento”, le “avversioni forti e radicali, le amarezze”, che non gli hanno impedito di essere considerato “il massimo studioso della Nazione italiana”.

A parere di Ghisalberti l’incidenza di Romeo come storico tout court “aumentò negli anni”, grazie alla sua “capacità intuitiva” da “autodidatta”. Anche se Ghisalberti ricorda che lo storico si considerava allievo di Gioacchino Volpe, che gli trasmise “la capacità di comprendere la storia”. Poi la “visione del Risorgimento come la storia del liberalismo italiano, quello moderato di Cavour”. Una “percezione fortissima dei problemi istituzionali”. Per Romeo, fondamentale fu “capire come Cavour sapesse utilizzare tutte le possibilità per la realizzazione del suo progetto”. Consapevole dei “limiti del Risorgimento” Romeo era cosciente che “non si sarebbe potuto fare altrimenti”. In tutto questo, il “quadro della realtà italiana” e “un processo di unificazione come pochi” studiosi “ci hanno saputo dare”.

Sabatini sceglie di parlare di un Romeo “analista e critico della società e della politica italiana durante la Repubblica” nella necessità di “non distinguere due diversi Romeo”, lo storico del Risorgimento e l’osservatore sagace della contemporaneità. Sabatini, quindi, ricorda il periodo “critico degli anni Settanta”, un periodo “anti-Repubblica” in cui Romeo insistette nella sua “attività di saggista e analista”, con una “presenza costante nel dibattito politico”, attraverso la “collaborazione con giornali”, quali “il Mondo”, il “Corriere della Sera” e poi “il Giornale” di Montanelli. Attraverso questa attività, dice Sabatini, Romeo ha dato un contributo “alla comprensione di tre fenomeni: il compromesso storico, la fase della rivoluzione studentesca e il terrorismo”, condizioni non distanti ma “legate l’una con l’altra”. Romeo ritenne non chiara, ambigua, la posizione del Partito comunista italiano. Riscontrava nel suo segretario, Berlinguer, un “atteggiamento moralistico”. Ma la critica di Romeo, secondo Sabatini, non si espresse solo verso i post-comunisti, ma anche nei confronti della Democrazia Cristiana (che pure ammirava), che non avrebbe più dovuta essere una “democrazia della parrocchia”, ma “aperta ai gruppi e alle classi produttive“. Quindi l’accusa verso i partiti laici, incapaci di essere “nucleo forte”, dice Sabatini, “nella contrattazione con la Dc” che vinceva le elezioni, quando invece sarebbe stata “possibile l’alternativa liberal-democratica”.

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1 COMMENTO

  1. Concordo con Romeo: prima lo Stato, poi, solo molto distanziata, la cara vecchia terribile Nazione, icona atroce sul cui altare l’Europa ha bruciacchiato, nel XX secolo, un centinaio di milioni di vite umane. Ho letto, en passant, che Borghezio ha definito il recentemente catturato Ratko Mladic ‘un patriota’. Il senatore leghista ha perso l’ennesima occasione per stare zittino. Ma, del resto, se non sparasse boiate, che leghista sarebbe?

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