Siamo in pieno tunnel e occorreranno tempo e pazienza perché le cose si decantino e un po’ di saggezza  prevalga, anche se i divieti incrociati vanno per ora nella direzione opposta. Solo  Berlusconi  si mostra  aperto. Egli sa infatti che la rimonta elettorale  sarebbe stata inutile se il PDL restasse  tagliato fuori dal gioco politico e si realizzasse una combinazione PD-Grillo che sarebbe funesta per le idee che egli rappresenta e per i suoi interessi aziendali.  Non penso che si spingerà  sino a proporre un’alleanza formale col PD, ma è assai probabile che nelle prossime settimane cruciali mantenga un atteggiamento che lo farà apparire il più ragionevole e responsabile tra i protagonisti della crisi politica. Aspettarsi simile atteggiamento da Grillo appare allo stato delle cose illusorio. Decisiva sarà dunque la posizione che alla fine assumerà il PD.

Tornare a votare non è possibile finché al Quirinale c’è Giorgio Napolitano, che non può sciogliere il Parlamento negli ultimi mesi del suo mandato. Una soluzione diversa, sia pur temporanea, va dunque trovata, ma quale? A stare alle indicazioni piuttosto ambigue di Bersani, si tratterebbe di una maggioranza PD-M5S. Allo stato degli atti, però, non si vede come essa possa esistere e funzionare. Quando si leggono le rispettive dichiarazioni, si ha l’impressione di un dialogo tra gente che parli lingue del tutto diverse e incomunicabili tra loro. Lasciamo stare anche gli insulti personali di Grillo a Bersani:  sono le rispettive strategie a opporsi. Quella di Bersani è di attrarre il  M5S in un accordo, quasi sicuramente a termine, per superare lo scoglio della fiducia e poi realizzare insieme alcune iniziative che possano far recuperare alla sinistra una parte del consenso perduto. Ma perché Grillo dovrebbe omologarsi a un sistema che dichiara di voler distruggere? Il suo interesse – la sua logica strategia – sta nell’obbligare PDL-PD ad un accordo che lasci a lui il comodo ruolo di oppositore ed erede del malcontento popolare, o di provocare un’implosione del sistema, contando comunque sulla possibilità di affermarsi alle prossime elezioni  come maggioranza in grado di governare. Non altro significa la linea che egli ha enunciato: niente voto di fiducia, eventuale adesione alle singole proposte di legge. Poiché è impensabile che questo Bersani non lo sappia, se non si tratta solo di tattica per darsi un alibi per un accordo col PDL (non lo credo) è presumibile che egli abbia un Piano B e un Piano C. Proviamo a immaginarli. Piano B: acquisire il voto di  qualche decina di senatori grillini (ne basterebbero una trentina). Dalla  base del M5S vengono  infatti inviti a un accordo con la sinistra, ma è difficile che possano tradursi  in pratica a meno di una vera e propria implosione del grillismo che appare improbabile a breve scadenza. Piano C: presentarsi alle Camere con un programma attraente per il Paese,  non ottenere la fiducia e, una volta eletto il Capo dello Stato, andare a nuove elezioni contando sul recupero di una parte dell’elettorato di Grillo, di Ingroia e di altre formazioni minori della sinistra. Naturalmente correndo il rischio che questa operazione non riesca e che invece una parte dell’elettorato moderato che si è astenuta o ha votato per Monti e altre formazioni dello stesso segno, sia spinta a ritornare al PDL dandogli la maggioranza.

Non è detto che la linea di Bersani – uscito indebolito dalle elezioni – sia condivisa fino alla fine da tutto il PD.  Cosa  pensano in realtà l’ala moderata o Renzi? Già D’Alema ha proposto qualcosa che non è del tutto in linea colla posizione del Segretario, cioè la ricerca di intese non a senso unico con Grillo ma con l’insieme delle forze presenti in Parlamento, che includano l’assegnazione a PDL e M5S delle presidenze di Camera e Senato (è chiaro che il PD si riserverebbe la scelta del Capo dello Stato). Nella cupola del PD, D’Alema è quello che è più capace di pensare a largo raggio. La sua impostazione, senza dubbio intelligente, avrebbe però un senso solo se nel quadro dell’intesa istituzionale vi fosse la disponibilità di Berlusconi o Grillo o tutti e due a permettere l’esistenza di un Governo a guida PD.  Questa sarebbe la soluzione atta a superare lo scoglio di un ”governissimo” che la base del PD pare respingere. Ma è difficile che una persona dell’esperienza di D’Alema possa credere che Grillo starebbe al gioco, o che il PDL darebbe via libera a un esecutivo, sia pure a termine, guidato da Bersani. Se non si  tratta di pure elucubrazioni, il recondito pensiero dell’ex-Premier potrebbe dunque andare ad una personalità generalmente accettabile, con un programma minimo condiviso. In realtà, quello che credo D’Alema consideri un punto chiave è  la nuova legge elettorale, che egli suggerisce sia uninominale a doppio turno, sul modello francese che abbiamo in una nota precedente indicato come il migliore per garantire chiare maggioranze in Parlamento senza ricorrere a premi o altri marchingegni truffaldini. Non è casuale che su quel sistema potrebbero convergere gli interessi del PD e del PDL, e né Grillo né il Centro sarebbero in grado di bloccarlo. La posizione di D’Alema si iscrive dunque nella sua vecchia, realistica tendenza ad accordare con Berlusconi i punti essenziali dell’agenda istituzionale.

L’altra soluzione consisterebbe in un governo fondato su  un’ intesa programmatica tra PD e PDL per un limitato numero di punti comuni e per un periodo minimo di due anni (o almeno per il tempo necessario a varare la nuova legge elettorale). Sarebbe certamente la migliore per il Paese,  ma al momento vi si oppongono ostacoli resi ancora più pesanti dalle irresponsabili posizioni enunciate a sinistra. E tuttavia ci chiediamo  perché quello che in Germania e altrove (in Belgio per esempio) accade senza scandalo in momenti di necessità, da noi debba apparire così difficile.

Un’ulteriore possibilità può consistere in un “Governo del Presidente” che possa realizzare alcune cose necessarie (elezione del Capo dello Stato, legge elettorale, provvedimenti di emergenza per la crisi economica e sociale) e poi porti il Paese a nuove elezioni. Il candidato naturale a dirigerlo potrebbero essere Giuliano Amato o l’attuale Governatore della Banca d’Italia, Visco. Altre possibilità possono essere escogitate dalla fantasia politica. Ma nessuna soluzione può fare a meno, oltre che del risaputo equilibrio e abilità del Capo dello Stato, di un grande senso di responsabilità dei protagonisti: un senso di responsabilità che, allo stato delle cose, i due veri protagonisti Bersani e Grillo non hanno ancora dimostrato di possedere.

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