Hugo Chavez “lotta per la vita”, afferma da giorni il delfino dell’uomo forte del Venezuela, il vice-Presidente Nicolas Maduro. Ma la popolazione comincia ad abituarsi all’idea di un Paese senza Chavez. Se la gente è divisa per quanto riguarda la successione del loro leader, tutti si trovano d’accordo nell’affermare che le sfide per il loro prossimo Presidente saranno sostanziali.

La catena di metallo che tiene uniti una quarantina di studenti  nel cuore della capitale Caracas, si allunga di giorno in giorno, man mano che si aggiungono manifestanti. I partigiani dell’opposizione, che hanno per la maggior parte sostenuto il candidato sconfitto alle ultime presidenziali, Henrique Capriles, reclamano, da parte loro, che si ponga fine al mistero che avvolge il Presidente. Secondo il vice-Presidente Maduro, Hugo Chavez è sempre intubato e curato per una grave insufficienza respiratoria in un ospedale  militare di Caracas, dove lotterebbe per la vita. “Chi ci governa ora? Se è Chavez come ci dicono, che ce lo dimostrino così possiamo valutare la sua capacità di intendere e di volere. Se non è più così, che si indicano le elezioni, come lo vuole la Costituzione”, urla la popolazione.

Dalla parte dei sostenitori di Chavez , c’è completo silenzio sullo stato di salute d’El Commandante.  A Piazza Caracas, migliaia di “chavisti”  brandiscono foto del loro Presidente, scandendo slogan rivoluzionari, maledicendo, en passant, l’imperialismo e mostrando con fierezza i nuovi cartelloni dove si può leggere il motto: “Io sono Chavez”. Qualche “infiltrato” tra la folla definisce “molto abili” gli strateghi del Partito Socialista. Infatti, quando Hugo Chavezè partito per Cuba il 10 Dicembre scorso, dove ha subito la quarta operazione, il tradizionale slogan “sono chavista, sono rivoluzionario” è stato messo in cantina e sostituito dal più incisivo “Io sono Chavez”. Quando ha lasciato il Paese, i dirigenti del Partito hanno da subito cominciato a dire che Chavez sarebbe rimasto nei cuori di tutti, nello spirito di tutti, che tutti erano Chavez. “Io, io sono Chavez, tu, tu pure sei Chavez… “ Per gli analisti questo è un chiaro messaggio di transizione, affinché il giorno in cui si dirà la verità, la pillola sarà meno amara da mandar giù.

Nessun membro del Governo, poi, vuole  “staccare la spina” ad un Presidente già fuori gioco perché non ancora pronti alla “successione”.  Sembra che Maduro, anche se scelto da Chavez come suo delfino non abbia, per gran parte dei membri della maggioranza, il carisma e le capacità per guidare un Paese. Ma il Governo, pur rendendosi conto di questo, non sa come uscire da questa impasse e temporeggia. Più i giorni passano però, più la pressione sale e le divisioni tra i venezuelani  si accentuano.  Divisione e tensione che molti definiscono “figli bastardi di Chavez”. A Piazza Brion de Chacaito, laddove si incrociano quotidianamente chavisti, membri dell’opposizione, ricchi e poveri, i venezuelani sembrano concordare almeno su una cosa. Il Paese ha bisogno di un cambiamento radicale, totale. Ne hanno tutti abbastanza. Poco importa che ci si trovi a destra, al centro o a sinistra. Chavez ha creato divisioni assurde, i venezuelani si sentono tutti venezuelani e basta, e puntano su questo per ritornare un giorno uniti. Alle elezioni del 2012, il candidato dell’opposizione, Henrique Capriles ha raccolto il 44% dei voti contro il 55% di Chavez. Giovane, dinamico e moderato, avrebbe perso le elezioni perché la gente comune non gli ha perdonato di aver cominciato la carriera politica in seno ad un Partito elitario. Gli ultimi sondaggi danno Maduro al 50% e Capriles al 36%, ma ultimamente, il giovane avvocato proveniente da una delle più ricche famiglie del Venezuela, è stato apprezzato da molti per il suo lavoro “in strada”, per la sua volontà di inclusione di tutti i venezuelani e la fine della polarizzazione. Un uomo d’affari intervistato per strada ha affermato voler vedere eletto Maduro solo “perché il popolo si renda conto che non è l’uomo giusto e finisca per eleggere, convinto, Capriles”. Anche se gli analisti politici temono questa possibilità. Rieleggere lo chavismo vorrebbe dire vedere morire l’economia del Paese, già agonizzante.

Il Venezuela è colpito da una crisi economica pesante. Il bolivar ha persi il 30% del suo valore a Febbraio e da allora i prezzi dei prodotti di base è considerevolmente aumentato perché difficilmente reperibili. Carta igienica e burro sono diventati generi di lusso. Il prossimo Presidente troverà un Paese corrotto, disorganizzato e praticamente completamente distrutto.

I coltelli si affilano a Caracas. Non solo tra i due “competitor” di maggioranza e opposizione, Manduro e Capriles. Il clan di Chavez è numeroso. Manduro ha forse il pregio di aver permesso al Venezuela di avere rapporti privilegiati con Russia e Cina, oltre alla sua nota vicinanza con il Presidente, ma questo forse non basta. In ottima posizione c’è Diosdado Cabello, che ha seguito Chavez in tutto il suo percorso “rivoluzionario”. Quando ha vinto le elezioni nel 1998, è stato Cabello a creare la rete delle organizzazioni “chaviste”. Ex membro dell’esercito, come il suo mentore, Cabello mantiene forti legami con le forze armate. Poi viene la famiglia, quella vera: Adan Chavez, fratello maggiore di Hugo Chavez, fondatore del Partito Socialista Unificato del Venezuela e maggiore confidente del leader venezuelano. L’attuale Ministro delle Scienze è il genero di Chavez, Jorge Arreaza, portavoce del Presidente dall’inizio della sua malattia. Questo per i più “vicini” a Chavez. L’opposizione, che sarà della partita, promette a questi candidati chavisti, abituati ad avere tutte le strade in discesa, una strada tutta in salita.

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