Sul lido di Pegli, nel Ponente genovese, si sarebbe dovuta inaugurare nei giorni scorsi la più grande Sala Giochi della Liguria, una delle maggiori d’Italia. Come madrina era stata scelta l’igienista dentale, ex Consigliera Regionale della Lombardia, Nicole Minetti, che ha deciso di sfruttare la notorietà conquistata grazie ai festini di Arcore ed al suo speciale rapporto con Silvio Berlusconi, per avviare una nuova, promettente, attività nel campo dell’intrattenimento.

Contro l’iniziativa è insorto il prete da strada, Andrea Gallo, sempre attivo come campione del cattocomunismo militante ed ospite di tutti i salotti televisivi goscisti, il quale si è scagliato (giustamente) contro “le macchinette mangiasoldi” ai pensionati ed alle persone deboli, definite come “uno schiaffo alla povertà che dilaga”. Come non condividere La denuncia di Don Gallo! Meno accettabile ci pare il suo attacco alla Minetti ed al succinto abitino rosso, col quale, in un volantino, veniva propagandata l’iniziativa. Tuttavia nessuno può contestare il suo diritto di insorgere contro la rilassatezza dei costumi, come esponente di un credo religioso, che invoca l’austerità (solvo, poi, praticarla poco, ma è un altro discorso). Guai se un prete rinunciasse a fare il proprio mestiere!

Quello che impressiona è invece che, il Comune di Genova, dopo aver dato tutte le autorizzazioni necessarie a realizzare l’opera e ad avviare la relativa attività commerciale, si sia lasciato intimidire dall’iniziativa di Don Gallo, facendo recapitare, a poche ore dall’avvio dell’attività, alla società Toys, promotrice della iniziativa, una delibera, assunta in tutta fretta, che, in perfetto italico burocratese, contraddicendosi, ne vietava l’apertura per vizi amministrativi, emersi soltanto in quel momento, quali l’insufficienza dei parcheggi e la non provata distanza di trecento metri dai posti “sensibili”. Sorprende come tali carenze siano state rilevate soltanto dopo la denuncia del prete, sostenitore accanito del Sindaco Doria.

Appare altresì condivisibile la dichiarazione rilasciata dal Presidente del Municipio di Pegli, Mauro Avvenente, che si dichiara indisponibile a rimanere a “guardare  passivamente ad uno Stato, che si fa biscazziere”. Come si può dissentire rispetto a chi si preoccupa che falliscono i negozi, le pescherie, i mobilifici, le attività commerciali ed artigiane, mentre invece fioriscono le fabbriche delle illusioni? Tuttavia in tutta la vicenda, non può sfuggire la contraddizione inaccettabile insita nel costume italico, per presunto moralismo, di non curarsi del legittimo interesse di chi ha fatto un notevole investimento lecito e di coloro che aspiravano ai relativi posti di lavoro, ancorché in un settore che andrebbe scoraggiato per i guasti da dipendenza che ha rivelato. Esso è stato piuttosto incoraggiato da uno Stato, che ha scoperto una fonte di entrate facili, che non determinano immediate reazioni negative dei contribuenti. Quello stesso che, seguendo una falsa eticità cattolica, per oltre un cinquantennio, ha vietato l’apertura dei Casino, come in tutti gli altri Paesi del Mondo, finendo col favorire le micidiali macchinette mangiasoldi, che si rivolgono al un pubblico più vasto e più vulnerabile, perché in cerca dell’ultima opportunità per sfidare la fortuna.

Per completare la contraddittorietà della vicenda, emerge, in tutta la sua drammatica capacità di interdizione, la fantasia dei burocrati ed il moralismo guardone nei confronti dell’abbigliamento succinto, che, nel depliant di propaganda, evidenzia le forme procaci della Minetti, incrementate dalla chirurgia estetica. Un esempio di Paese bigotto, che sconosce l’eticità laica del Mondo moderno di scuola anglosassone e che, invece, si rivela irrispettoso dei diritti soggettivi ed incline a guardare dal buco della serratura. Di questa anacronistica Italia, il prete Gallo è l’espressione più significativa.

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