C’era una volta mio nonno, mugnaio siciliano classe 1905. Socialista generoso ma schivo, padre e marito affettuoso. A parte i miei ricordi personali mi resta di lui una foto degli anni ’40 che fa bella mostra di sé in una preziosa cornice in casa dei miei genitori. Un momento che lo ritrae in semi-profilo con lo sguardo verso un angolo imprecisato di non so quale studio fotografico di quegli anni, con uno sfondo bianco e la camicia aperta sul petto, senza nemmeno una cravatta di circostanza. Un momento senza tempo, senza luogo, un momento di pura memoria. E’ un ritratto povero ma dignitoso, come tanti ve ne furono in quegli anni, ma che allo stesso tempo esprime una forza, una fierezza, una dignità che nemmeno la preziosa cornice riesce ad imprigionare nella grandezza.

La grandezza di uomo che non fece nulla di straordinario se non spaccarsi la schiena dall’età di 10 anni perché il padre era stato chiamato dai Savoia ad andare a fare la carne da cannone sul Carso, mentre in Sicilia si era ancora carne da becchino (dopo 50 anni di onorata e predatoria Unità d’Italia) per la malnutrizione, l’emigrazione forzosa, la povertà.

Anche lui, dopo il 1946, conobbe la Repubblica, la Libertà, i Partiti, la nuova Italia. Non aveva nulla di cui gioire, fece sempre una vita dignitosa e si massacrò di lavoro per i suoi figli e per sua moglie, non rubò mai anche quando la farina ed i generi di prima necessità si rubavano a piene mani ed intere fortune si costruirono con il contrabbando e la “Mano Nera”. Dopo la guerra i mulini ad acqua cessarono di essere lucrosi e lui finì a fare l’operaio in uno stabilimento di gesso sollevando sacchi da 50 chili e riempiendosi i polmoni di polveri dannose e mefitiche. Mi raccontava sempre, con orgoglio, della Costituzione, del Re, della Repubblica, della Libertà. Mi diceva sempre che i suoi figli ed i suoi nipoti (tra cui io) erano fortunati perché avevano ed avrebbero avuto una fanciullezza ed una gioventù senza un padre in guerra, senza fame, senza obbligo di lavorare, con la possibilità di andare a scuola e studiare per non avere più un padrone da servire per tutta la vita, lavorativo o politico che fosse. Mi prendeva in giro, da ragazzo, quando gli dicevo che io ero per il PLI. “Partito buono, caro nipote, ma partito di ricchi!”.

Mi lasciò, ci lasciò, in un freddo 31 dicembre del 1993. Con il senno di poi ho realizzato che la morte gli fece il grande regalo di non vedere il primo giorno del primo anno della Seconda Repubblica.

Questo articolo avrebbe dovuto iniziare e svolgersi in altro modo, ma poi ho pensato a quella foto a quella persona semplice che sapeva solo lavorare, leggere, scrivere e far di conto. A quella persona che, insieme a milioni di altre, fu costretta a diventare vecchio da bambino, subì la privazione della libertà, subì il destino di non poter diventare altro rispetto a ciò che era nato. Eppure loro e la Costituzione Repubblicana fecero grande l’Italia, non il buffone di Predappio, non i sessantottini riciclati a borghesi, non  Ghino di Tacco, non il circense di Arcore, non le sabbie mobili cangianti allestite dalla pretaglia medievale sempre al potere con mille volti diversi.

Negli ultimi venti anni ci hanno condotto, con nostro sommo gaudio e benestare, verso una deriva populista senza idee, un’ordalìa di mignotte travestite da suore della Libertà al potere, un’orgia mediatica e lacoontica di urla, coiti e gemiti volti solo alla goduria materiale di pochi ed alla mera masturbazione inconcludente di molti. Milioni di persone imbrogliate con il mito della governabilità nel ventennio più ingovernabile, meschino e povero dell’Italia. Ed oggi siamo all’epilogo, all’orgia che getta la maschera e si mostra per quel che è: un gigantesco stupro intellettuale collettivo di massa. Intere generazioni future condannate alla povertà, alla precarietà, che forse non hanno nemmeno i soldi o la possibilità per emigrare. Intere generazioni prese per i fondelli dal “nuovismo” che è stato solo il triste becchino dei sogni e dei sacrifici dei nostri nonni. Adesso gettano la maschera, tutti. Vogliono mettere mano alle riforme costituzionali, vogliono ancora di più. Vogliono cancellare le sicurezze contro la “bestia” che i nostri Costituenti avevano messo a salvaguardia del nostro futuro. Vogliono legittimare il governo dell’uomo forte, della Provvidenza, vogliono promettere un tozzo di pane a tutti in cambio del silenzio, dell’obbedienza da click; vogliono trasformarci tutti da cittadini in cliccatori di “Mi Piace” su Facebook.

Il popolo con la pancia piena e che non ha lottato per la sua libertà, si ritrova alle porte della stessa situazione del 1921. Fame, rabbia, rivolta covante. E come le tigri di un circo a cui viene fatto sentire l’odore della carne girano in torno affamate, noi cittadini adesso vogliamo il “redde rationem” e siamo pronti a giurare e spergiurare che se siamo alla fame la colpa è della democrazia e della politica. Siamo pronti allo stupro 2.0. Berlusconi non serve più, adesso la bestia ha prodotto un nuovo “upgrade” che non ha più nemmeno bisogno di mascherarsi da politico.

Guardo quella foto e mi vergogno. Ma poi penso che se vengo da lì, ho almeno il dovere di resistere per ciò che quella foto ha fatto per me e per tutti quelli che, come me, non si rassegneranno mai a mollare dinnanzi a qualsiasi tirannia sociale, bancaria, religiosa o politica che sia. Innanzi a questo scempio, a questo stupro del futuro, la resistenza non è una scelta, ma per noi Liberali è un assoluto imperativo categorico.

© Rivoluzione Liberale

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2 COMMENTI

  1. Triste. Questo articolo è triste. Ma quanto è bello. Bravo Enzo. E grazie, soprattutto della tua amicizia.

    • Grazie Massimo,
      è triste come lo sono io, dipinge il mio sentimento ed il mio senso di fallimento interiore rispetto ad un futuro che mi atterrisce e per il quale non riesco a trovare i mezzi per il cambiamento nonostante, ironia della storia, ne abbia molti di più di quanti ne avesse mio nonno. L’unica cosa che posso, che possiamo, fare è lottare sapendo, molto probabilmente, che non sarà per noi, ma per chi verrà. Quanto a noi, sono onorato di camminare al tuo fianco nell’amicizia e nella stima e sono certo che in questa lotta anche tu sarai al mio fianco, come gli Spartani che sapevano che lo scudo poteva anche caderti di mano, ma il soldato a fianco lo avrebbe sempre esteso, oltre che a se stesso, anche su di te.

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