La società contemporanea è caratterizzata da un evidente pluralità, in tutti i campi, e da una altrettanto evidente pluralizzazione. Si può però constatare la tendenza, in particolare in politica, ad accrescere la pluralità esistente con un conseguente pericolo di “relativismo” e quindi di “nichilismo”. In termini positivi la pluralizzazione delle forze in campo sarebbe portatrice di una differenziazione arricchente che comporterebbe “integrazione” o, meglio, “interazione” tra le diverse parti ma nello scenario politico attuale la diversità dei soggetti non rispecchia il significato positivo di pluralismo, nel senso che diverse tradizioni di pensiero, diverse culture politiche, si aprono al confronto e quindi al dialogo. Prevale, al contrario, il conflitto sterile, la chiusura all’altro in qualsiasi caso: “Non voteremo la fiducia a nessuno” sottolinea, ad esempio, il leader di M5S. “Non apro tavolini né scambio le sedie. E la prima parola tocca a noi”, controbatte il leader del Pd, mentre il Pdl aspetta il partito di Bersani al varco. “E vero tocca al Pd la prima parola” – afferma Alfano – con l’invito però a “non fare sbattere drammaticamente il Paese contro un muro”.

Di certo la situazione non è delle più semplici. Prima di tutto i giochi si svolgono ancora in sedi non istituzionali che ne acuiscono i toni e ne enfatizzano l’informalità non costruttiva; in secondo luogo, in questo frangente la democrazia viene omologata ad una partita a scacchi che si svolge, rigorosamente, al di fuori del Parlamento, negli hotel, nelle sedi di partito o nei meandri del web.

Il cambiamento è necessario, un cambiamento di persone e anche di mezzi, ma abolire in blocco leggi e istituzioni è una mossa azzardata che acuisce il rischio Paese. Non si tratta semplicemente di ingovernabilità relativa o di rebus da risolvere – in questo senso il Capo dello Stato avrà il suo gran da fare nei prossimi giorni – il problema è ben più grave perché mette a dura prova la tenuta di uno Stato in termini politici ed economici, oltre che mettere in discussione la vita stessa della Repubblica.

Avere come obiettivo il superamento della Seconda Repubblica, che a sua volta aveva superato la Prima dopo Tangentopoli, non vuol dire perseguire una Terza Repubblica spuria da istituzioni e in cui le leggi, che sono il frutto di decenni di lotta per la democrazia e la libertà, vengono azzerata per far posto, in brevissimo tempo, a petizioni on line in grado si smuovere la grande massa travolgendo come uno tsunami anche ciò che deve essere ancora necessariamente conservato e custodito come patrimonio della democrazia liberale. Pluralismo non è una parola magica ma un concetto cardine della democrazia e della libertà, sostanza della storia politica del Paese e, soprattutto, pluralismo non vuol dire relativismo culturale o, ancor peggio, relativismo politico. Ci sono comunque delle regole, che sono anche delle regole di comportamento a cui attenersi, per portare avanti il governo di un paese. Il significato degli articoli di legge viene travisato o, addirittura, strumentalizzato, come l’articolo 67 della Costituzione repubblicana che reclama l’assenza di vincolo di mandato per ogni parlamentare, ciò che, all’origine, corrisponde non alla libertà di fare ciò che si vuole ma alla non dipendenza del parlamentare da qualsivoglia forza, partitica o di altro genere, come garanzia di indipendenza della sua funzione che non dovrebbe essere sottoposta a nessun tipo di condizioni.

La riforma dei partiti, della politica e della casta, in sostanza la riduzione dei privilegi dei parlamentari, viene confusa con il cambiamento di alcune regole fondamentali della democrazia e della libertà la cui tenuta dipende, per l’appunto, dalla tenuta dei suddetti principi fondamentali, come lo è l’assenza di vincolo di mandato (art. 67 Cost.). Se si è disposti ad entrare in Parlamento non è tollerabile la non conoscenza delle leggi e delle istituzioni o, tantomeno, la mancanza di rispetto nei loro confronti. Le leggi e le istituzioni possono, di certo, essere riformate ma non snobbate. È una questione di educazione civica, il cui insegnamento nelle scuole viene reclamato anche dai più avveniristici.

Punire gli abusi e far funzionare il sistema, è questo ciò di cui il Paese ha bisogno, non dell’azzeramento di leggi e istituzioni o, tantomeno, dell’azzeramento di decenni di lotta in difesa della libertà e della democrazia.

L’“antagonismo valoriale”, per dirla con Max Weber, è una caratteristica dialettica della società contemporanea e, se ben gestito, è la linfa vitale di una società liberale. Tale antagonismo, però, deve necessariamente sfociare in una coesistenza costruttiva tra le diverse forze in campo, non deve, in pratica, tradursi in intransigenza, e la mediazione non deve tradursi in confusione. La liquefazione dei principi, inoltre, non deve tradursi nella loro liquidazione e la solidità di certi principi fondamentali non deve essere interpretata come rigidità.

In questo contesto si inserisce il richiamo alla “responsabilità” e alla “misura” invocato dal Capo dello Stato, che in questo difficile frangente post-voto si rivolge a tutte le forze politiche del nuovo Parlamento con la speranza che esse si adoperino per fare l’interesse generale, mettendo da parte le appartenenze o, tantomeno, rivendicazioni inutili. “Abbiamo tutti il dovere di salvaguardare l’interesse generale e l’immagine internazionale del Paese – ammonisce Napolitano – evitando premature categoriche determinazioni di parte”.

Un appello “erga omnes” che ha l’effetto di una bacchettata sulle mani di tutti coloro che in questi giorni stanno precorrendo i tempi con programmi preventivi o ipotizzando ogni tipo di nuovo governo confondendo, in questo modo, le carte in tavola e rendendo il compito del Capo dello Stato più arduo del previsto. Con il suo richiamo Napolitano vuole inoltre sottolineare l’essenzialità delle istituzioni ricordando a tutti – soprattutto a coloro che sembrano averlo dimenticato o addirittura sembrano ignorarlo – che qualunque attribuzione dell’incarico spetta al Presidente della Repubblica per dettato costituzionale. Tutto ciò non vuol dire difendere la casta e i suoi privilegi ma rispetto doveroso delle istituzioni, perno della democrazia e della libertà. Pur ribadendo “attenzione” e “rispetto per ogni libero dibattito”, il Colle raccomanda quindi misura e realismo “in questi giorni dedicati a riflessioni preparatorie”, e non manca di rimarcare come “sulla stampa siano state affacciate le ipotesi più disparate circa le soluzioni da perseguire”. È in questo contesto che va inserito il monito presidenziale di evitare “premature” determinazioni di parte: “Si utilizzi il tempo necessario per riflettere seriamente”, sottolinea il Capo dello Stato.

La conflittualità implicita nel pluralismo deve costruttivamente risolversi in vocazione e senso di responsabilità, mettendo da parte visioni assiologiche idilliache e misurandosi, invece, con la realtà contingente e praticabile, che non è solo quella che si riversa sul web. Occorre evitare la duplice tentazione dell’assolutismo e del relativismo o, volendo usare un linguaggio politico, del totalitarismo e dell’anarchismo. Si tratta, in pratica, di rivendicare il carattere di assolutezza dei principi e nel contempo di pluralità dei valori, che sono da vedere all’insegna della perennità e, insieme, della storicità: affermare solo l’uno o l’altro, in pratica rimanere confinati all’interno di cesariste appartenenze di parte, significa sposare un’etica insolubile e sclerotizzata che rischia di rivelarsi l’antitesi del cambiamento tanto professato.

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