La Direzione del Pd dell’altro giorno è andata come era previsto, perché in questa fase nessuno voleva o poteva mettere in crisi aperta il partito e il suo segretario.  È possibile però capire che, nel fondo, dissensi  esistono. D’Alema, che nella cupola del PD è quello che sa ragionare a raggio più largo e non da oggi comprende che sulle questioni fondamentali per il Paese occorre un’intesa col centro-destra, ha detto quello che pensa in modo piuttosto trasparente, criticando la teoria dell’inciucio (l’abbiamo tante volte criticata anche noi: ma perché in Italia deve essere considerato inciucio quello che altrove, in Germania per esempio, è considerato normale, cioè la temporanea collaborazione di forze opposte nell’interesse del Paese? Non è una collaborazione del genere segno di vera civiltà democratica e rispetto degli elettori?). Significativamente, Renzi si è tirato fuori lasciando la Direzione senza votare e ha visto Monti per due ore. Hanno parlato solo dei problemi di Firenze? Non ci credo.

Questi dissensi non verranno per qualche settimana ancora alla luce. Se Napolitano non intraprende subito altre strade (ma mi pare difficile), a Bersani deve essere lasciata la possibilità  di presentarsi col suo programma e sfidare su questo i grillini. Credo che tutti nel PD siano rassegnati a questo percorso, che costituzionalmente è corretto. Se il tentativo del Segretario del PD fallisse – come allo stato degli atti appare certo – i giochi nel PD si riaprirebbero: Bersani, coerentemente con la linea già enunciata, punterebbe probabilmente sul voto anticipato, seguito da Vendola e dalla parte più radicale della dirigenza (ma la sua posizione in seno al partito sarebbe seriamente indebolita e forse compromessa). Un’altra parte si pronuncerà a favore di un nuovo tentativo del Capo dello Stato e Renzi si deciderà, speriamo, a giocare le sue carte.

Gli ostacoli alla linea del Segretario sono evidenti: Napolitano non può sciogliere le Camere e quindi, o si dimette in anticipo o esperisce un nuovo tentativo; ma l’ostacolo maggiore, quello politico, sta a mio avviso nei sondaggi che danno Grillo ancora in crescita di quasi 3 punti, coi quali supererebbe addirittura il centro-destra e potrebbe superare rapidamente lo stesso centro-sinistra. In queste condizioni, quale dirigente del PD che non sia accecato da una pregiudiziale ideologica può pensare di andare a breve termine a nuove elezioni? Parliamoci chiaro: la prospettiva che M5S diventi maggioranza relativa e quindi abbia titolo a formare un governo è la peggiore per l’Italia e deve spaventare tanto il PD quanto il PDL e tutti gli altri. Certo, tra i punti programmatici del movimento ce ne sono alcuni condivisibili e tra i suoi eletti ci sono tante persone perbene, intenzionate a svolgere onoratamente il loro compito, ma la bontà di certi punti non può far dimenticare il pericoloso delirio di altri e la volontà dei parlamentari grillini non sembra contare molto in una forza verticistica in cui la linea è dettata autoritariamente da Grillo e dal suo guru Casaleggio, persone a cui in retta coscienza non si affiderebbe neppure la gestione di un condominio. In conclusione, il M5S al governo sarebbe una jattura  (Vanni Sartori ne ha indicate con lucidità le ragioni in un fondo del Corriere di giovedì scorso).

Queste cose le sanno bene il Capo dello Stato, Renzi, D’Alema e altri dirigenti del PD (e lo sa ovviamente Monti). È dunque immaginabile che la via d’uscita a cui pensano non sia quella di nuove elezioni a breve termine. D’altra parte, un ”governissimo“ (che termine irritante, segno di pigrizia intellettuale!) non sembra probabile, almeno finché Berlusconi continuerà a dominare e rappresentare il PDL. È dunque naturale che ci si prospetti un governo sopra le parti che faccia le cose necessarie a recuperare il consenso di tanti elettori che, per reazione a una classe politica sorda e cieca, si sono rifugiati nel non voto o nell’appoggio a Grillo. Governo a termine? Probabilmente: ma dovrebbe essere un termine abbastanza lungo da permettere di rimettere in cammino il Paese, fare la legge elettorale alla francese che per primi abbiamo invocata e che il PD ha ora abbracciata e dare alla gente l’esempio concreto, e non a chiacchiere, di un profondo rinnovamento della vita pubblica. Se i tre partiti più responsabili trovassero l’intelligenza e il coraggio di accordarsi su un programma di questo tipo e  dare la fiducia a un  governo chiamato a realizzarlo, renderebbero un immenso servigio all’Italia ma anche a sé stessi.

Il dilemma sembra chiarissimo: da una parte c’è un 25% di italiani che vogliono Grillo. Dall’altra il 75% che non lo vogliono. Chi deve prevalere?

Un serio programma di governo potrà acquisire alcuni degli otto punti enunciati da Bersani. Altri riguardano cose superflue, come la cittadinanza agli immigrati, il voto gay e il conflitto d’interessi (dubito che siano tra le priorità della gente e che su di essi si possa trovare il consenso degli eventuali alleati di centro-destra). Nel programma bersaniano vi sono, inoltre, gravi omissioni. La maggiore sta nella mancata indicazione di come uscire dall’austerità  mantenendo però il controllo dei conti; non si dice, per esempio, se e come diminuire in modo sostanziale la spesa pubblica, premessa indispensabile per ogni riduzione fiscale che serva a rilanciare i consumi. È comprensibile che Bersani non abbia voluto entrare in dettagli che sarebbero controvertibili (come li aveva convenientemente evitati Berlusconi in campagna elettorale), ma serietà vuole che, al momento di presentarsi al Parlamento e al Paese, qualsiasi governo indichi cosa si propone di fare in modo chiaro e inequivoco.

In conclusione, rassegnamoci a qualche settimana di incertezza e di oscurità, rassegnamoci a digerire le buffonate di Dario Fo e l’arroganza di Grillo, rassegniamoci a vedere Bersani andare diritto a sbattere contro un muro. Alla fine del tunnel, speriamo che dopo una lunghissima assenza torni a brillare lo stellone, aiutato in questo caso da Giorgio Napolitano.

Una chiosa: non siamo certo tra quelli che condividono il vittimismo giudiziario di Silvio Berlusconi. In prosieguo di tempo, è giusto che risponda come chiunque altro dei suoi eventuali reati, e non si chiede certo che i giudici manchino al loro dovere per convenienza politica; la questione riguarda solo la scelta dei tempi. I processi durano da noi anni, se non decenni. È necessaria ora questa fretta improvvisa? È sensato introdurre altri elementi di dissidio in una fase così delicata e rischiosa, in cui è necessaria la maggiore serenità possibile?

Dopotutto, il futuro d’Italia dovrebbe preoccupare anche i giudici. O no?

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