Il 12 Dicembre 2013 il Kenya festeggerà i suoi primi 50 anni. Certamente, la situazione è cambiata dall’epoca dei regni monolitici di Jomo Kenyatta (1964-1978) e di Daniel Arap Moi (1978-2002). Il multipartitismo è ormai una realtà, e otto candidati – sette uomini e una donna – si sono presentati alle elezioni Presidenziali del 4 Marzo scorso. Ma tra loro, due solamente avevano qualche possibilità di riuscita, e i loro nomi ricordano le grandi battaglie politiche del passato.

Raila Odinga (68 anni), attuale Primo Ministro, non è altro che il figlio di Jaramogi Oginga Odinga, quel rivale che Jomo Kenyatta fece imprigionare perché chiedeva la nazionalizzazione e ridistribuzione delle terre. Il solo competitor alla sua altezza, non era altro che Uhuru Kenyatta (51 anni), figlio del padre fondatore, cresciuto a State House da quando aveva due anni. In questo duello tra “figli di papà”, gli altri aspiranti si sono contentati di fare da figuranti, ad eccezione, forse, della “signora di ferro” Martha Karua, che potrebbe un giorno avere un destino nazionale. Abili strateghi, i due competitor hanno avuto gran cura nel scegliere i loro alleati, scelti anche tra le fila di vecchi rivali. Il Luo Raila Odinga ha formato la Coalition for Reforms and Democracy (Cord) con il Kamba Stephen Kalonzo Musyoka. Il Kikuyu Uhuruto Kenyatta ha fondato la  Jubilee Coalition con il Kalenjin William Ruto. Dobbiamo vedervi delle alleanze etniche di circostanza? Durante un lungo dibattito televisivo che ha visto opporsi tutti i candidati, i principali protagonisti hanno giurato di no. Per Kenyatta, “il tribalismo è un cancro del quale soffre il Paese da molto tempo. Questo è stato fonte di malattia, una causa di morte”. Per Odinga, “l’etnicismo è una malattia di élite”. Il ricordo tragico delle violenze nate dopo le elezioni del 2007 – quasi 1300 morti e 60000 profughi – spiega questi propositi, che vanno però presi con cautela. Non solo problemi interni di “etnie”. Gli Shebab, gruppo armato islamista in rivolta contro il Governo parzialmente islamista della Somalia, avevano chiesto ai musulmani del Kenya (10% della popolazione che vive sulla costa) di boicottare le elezioni e di “lanciare la Jihad” contro le autorità keniote, che avevano mandato l’esercito a combattere gli Shebab in Somalia nell’Ottobre 2011. Si ignora ancora se i musulmani kenioti abbiano seguito l’appello, ma, mentre 99mila poliziotti venivano dispiegati in tutto il Paese per il controllo della sicurezza , si ha la certezza che la partecipazione al voto è stata altissima, malgrado la paura di una replica delle violenze etniche provocate dai brogli elettorali di cinque anni fa. Questa paura era stata percepita già all’alba, per via di due incidenti avvenuti nella regione di Mombasa, attribuiti poi dalle autorità a un gruppo autonomista locale, il Consiglio repubblicano di Mombasa, che aveva anche lui chiamato al boicottaggio delle elezioni. Questi attacchi hanno provocato la morte di 15 persone, tra le quali nove poliziotti. La paura di disordini, legata a frodi o al rifiuto del principale perdente di ammettere la sconfitta, ha spinto numerosi commercianti a smaltire le provviste prima degli scrutini. Nelle zone dove coabitano diverse etnie legate ai principali candidati, numerosi abitanti hanno preferito tornare nelle regioni di appartenenza per beneficiare della protezione del proprio gruppo tribale. Ma in totale, la partecipazione è stata importante anche se si sono osservate diverse blackout elettrici o del sistema elettronico che permetteva di identificare gli elettori attraverso un terminale biometrico destinato ad impedire i brogli.

Dopo una lunga settimana di attesa dovuta a problemi “tecnici”, Uhuru Kenyatta ha avuto la conferma di aver superato il numero di voti utile per evitare un “pericoloso” (per lui) ballottaggio. Ha vinto le elezioni Presidenziali con il 50,03% dei voti. Kenyatta avrebbe superato la maggioranza di soli 4099 voti. Lui e il suo vice, William Ruto, si sono dichiarati “fieri per la fiducia” che il popolo del Kenya aveva riposto in loro. Il suo principale avversario, il Primo Ministro Raila Odinga, ha avuto il 43,28% dei voti. La sua precedente sconfitta, nel Dicembre del 2007, che aveva portato alla vittoria Mwai Kibaki, era stata molto contestata, portando il Paese sull’orlo della guerra civile. Uhuru Kenyatta era all’epoca un uomo chiave del Presidente uscente, proveniente anche lui dalla comunità Kikuyu, la più importante numericamente ed economicamente. La Corte Penale Internazionale sospetta Kenyatta di aver giocato un ruolo di peso nei massacri nati da quell’elezione. L’ha incolpato di crimini contro l’umanità.  Sabato in tutto il Paese i gruppi vicini a Kenyatta hanno festeggiato. Per le strade di Nairobi, i suoi simpatizzanti inneggiavano “Uhuru, Uhuru”. Kisumu, il feudo di Odinga, oscillava invece tra una gelida collera e la disperazione, chiedendosi perché fosse sempre la stessa tribù “a governare”. Raila Odinga ha già dichiarato di non riconoscere la sua sconfitta, perché frutto di un voto falsato. Il suo partito aveva già annunciato venerdì il ricorso davanti alla Corte Suprema in caso di disfatta, affermando con sicurezza di avere “prove di brogli”. Se questi risultati non verranno in qualche modo rovesciati, Uhuru Kenyatta sarà il primo incriminato dalla CPI a diventare Capo di Stato, creando una situazione politica e giuridica inedita. La CPI ha già incriminato il Presidente del Sudan Omar el-Bachir nel 2009, accusandolo di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nel Darfur, ma è al potere da 20 anni. Il Presidente sudanese non è stato ancora interpellato, ma non può recarsi in numerosi Paesi dove rischia l’arresto. Kenyatta ha assicurato che, anche se eletto, assisterà all’Aia al suo processo, che potrebbe anche durare due anni, visto che dovrà conciliare questo “obbligo” con le sue funzioni “istituzionali”. Nessun mandato d’arresto verrà emesso nei suoi confronti fino a che collaborerà con la CPI, aveva già dichiarato alla fine del 2012 il suo avvocato.

Da sempre alleato con l’Occidente, polo di stabilità in Africa Orientale da lungo tempo in balia delle Guerre Civili, il Kenya è il Paese più ricco dell’Africa dell’Est. Tuttavia più della metà della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. Il Presidente Kibaki ha fatto votare una nuova Costituzione nel 2010 e portato avanti con discreto successo gli sforzi per la crescita economica (4,5% lo scorso anno) e l’educazione, facendo anche partire alcune riforme urgenti in campo di giustizia, polizia e bilancio. Sotto le sue presidenze (due) il Kenya ha confermato il suo ruolo di motore economico in Africa e diversificato i suoi partner esterni, giocando soprattutto la carta cinese. La crescita economica e il debito (keynesiano) sono esplosi. Ma il Presidente uscente pur essendo stato eletto con grande entusiasmo nel 2002 per via delle sue promesse anti-corruzione, vedrà i suoi mandati associati ai più grandi scandali finanziari del Paese e alle violenze post-elettorali del 2007. Il Presidente entrante non gode di una reputazione migliore. Gli Stati Uniti e diversi Paesi occidentali hanno già annunciato che l’elezione di Kenyatta rischierà di nuocere alle relazioni del Kenya con la comunità internazionale. Un Paese promettente sospeso tra pace e piogge.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI