Una volta era il “preferito” degli ayatollah, oggi il Presidente iraniano moltiplica le sortite che mettono a disagio il clero sciita. Con quale obbiettivo?

Lo scatto fotografico ha provocato l’ira degli ecclesiastici iraniani. Invitato ai funerali di Hugo Chavez, Mahmoud Ahamdinejad, sconvolto per la perdita di suo “fratello”, consola intimamente la madre del Comandante, arrivando persino a posare la sua guancia su quella di Elena Frias. Una scena impensabile per un dirigente della Repubblica islamica, un regime che non esita ad imprigionare le sue femministe. Troppo tardi, l’attimo, catturato dai fotografi di tutto il Mondo è arrivato velocemente tra le mani dei suoi “superiori”. “Ahmadinejad si è lasciato andare ad un atto improvvisato, in un momento di grande dolore personale”, sussurra qualcuno cercando di gettare acqua sul fuoco. “E’ nella sua natura. Ha sempre provocato ed esagerato nelle sua azioni, come qualsiasi leader populista del Mondo”. Tuttavia, qualche ora prima di questa piccola “debolezza”, il Presidente ultra-conservatore si era già lasciato andare a qualche dichiarazione, questa volta accuratamente preparata, irritando alquanto i mullah. Bisogna dire che Mahmud Ahmadinejad ha giocato su di un terreno che solitamente viene loro riservato: all’annuncio della morte di Hugo Chavez, il Presidente iraniano ha salutato la memoria di un “martire”, morto “per aver servito il suo popolo e protetto i valori umani e rivoluzionari”. Soprattutto, il Presidente iraniano ha osato paragonare il defunto leader venezuelano al Mahdi, il dodicesimo imam sparito nel VII° secolo, che dovrebbe riapparire con il Cristo come messia per salvare il Mondo e portare la Pace sulla terra. Dichiarazioni che non sono piaciute a Teheran. Nel suo sermone pronunciato nella capitale per la preghiera settimanale, l’Ayatollah Ahmad Khatami ha rimproverato al Presidente di aver venato il so messaggio diplomatico con “temi religiosi”. Stesso timido richiamo da un altro mollah influente, l’Ayatollah Mohammad Yazdi.

Queste uscite “a sorpresa” sono il marchio di fabbrica di Ahmadinejad, che approfitta di qualsiasi situazione per attirare l’attenzione, e il consenso, sia in Iran che nel Mondo Musulmano. Questo modo di fare ha fatto si che all’estero gli sia stato attribuito più potere di quello che in realtà ha. In Iran il leader rimane – e lo è sempre stato – la Guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei, rappresentante del Mahdi su terra e capo del Paese a vita dal 1989. Se quest’ultimo ha favorito la rielezione di Ahmadinejad nel 2009 a discapito delle manifestazioni popolari di opposizione, ha poco per volta preso le distanze dal suo delfino per via dell’incapacità di quest’ultimo di eclissarsi dietro ai suoi ordini. Dall’inizio del suo secondo mandato, nel Luglio del 2009, il Presidente ultra-conservatore ha creato una seria polemica, resistendo per giorni all’ordine della Guida Suprema di dimettere dall’incarico di primo vice-presidente il suo consigliere Esfandiar Rahim Mashaei. Lodando il nazionalismo iraniano, in opposizione all’islamismo degli ayatollah, Mashaei, la cui figlia ha sposato il figlio di Ahmadinejad, è accusato di essere a capo di una corrente “dissidente” avente come obbiettivo di limitare il ruolo del clero sciita, pur essendo lui stesso un ex dirigente dei servizi segreti della Repubblica Islamica. Da allora viene considerato come la pecora nera del regime e ha trascinato nella sua caduta in disgrazia il Presidente iraniano, allontanato dal potere  – anche limitato nel potere – che aveva a Teheran. Ahmadinejad da parte sua, ben lungi dal farsi intimidire, ha moltiplicato le provocazioni nei confronti della sua guida. In questo periodo ha promosso Mashaei a Capo di Gabinetto del Presidente, poi a  Direttore della Segreteria del Movimento dei non allineati o ancora a Capo dell’Organizzazione del patrimonio nazionale iraniano. E appena rientrato a Teheran da Caracas, il Presidente ha decorato il “suo” consigliere per il suo impegno nel Paese.

Il Presidente iraniano – che non può, secondo la Costituzione, presentarsi per un terzo mandato consecutivo – non fa mistero della speranza di piazzare alla presidenza Esfandiar Rahim MAshaei, cosa che gli permetterebbe di non lasciare completamente il potere e di prendere in considerazione un ritorno in forze tra quattro anni. Un copione già recitato con successo da Putin in Russia. Anche se qui non siamo in Russia e gli osservatori considerano questa eventualità altamente improbabile, vista la cattiva reputazione della quale gode il candidato. La Guida Suprema, che è riuscita ad eliminare dallo scacchiere politico il due grandi leader del campo riformatore (Hossein e Karoubi, ex candidati alle Presidenziali, oggi agli arresti domiciliari), punta ormai sulla vittoria di uno dei suo “fedeli”: Velayati, suo Consigliere Diplomatico; Haddad-Adel, ex Presidente del Parlamento e consigliere di Khamenei; Ghalibaf, Sindaco di Teheran. L’elezione Presidenziale del 13 Giugno prossimo si annuncia molto tesa, anche perché impregnata dalle tensioni che erodono il potere islamico. Se è vero che la Guida Suprema, attraverso il Consiglio dei Guardiani della Costituzione, organo del quale nomina la metà dei membri, può filtrare le candidature, deve fare il conti con il Ministero degli Interni che è incaricato di organizzare lo scrutinio: ossia con Ahmadinejad. Le elezioni devono avvenire nella calma più assoluta, in un momento storico ad alta tensione. Ecco perché, anche ultimamente, le risposte alle provocazioni di Ahmadinejad sono state così tiepide.

Quattro anni, dopo nessuno in Iran ha dimenticato le manifestazioni popolari scatenate dalla rielezione contestata di Mahmud Ahmadinejad – le più gravi della storia della Repubblica Islamica. Il movimento contestatario sembra oggi spento, soprattutto dall’arresto, nel 2010, di  due suoi leader carismatici. Ma gli osservatori più attenti affermano che la contestazione si è spostata dalla strada alle case, e questo preoccupa molto il regime, che teme che l’opposizione approfitti della crisi con Ahmadinejad per tornare in scena. Un regime che soffre della perdita di legittimità popolare ha paura di tutto: degli scioperi, delle manifestazioni delle femministe, degli avvocati che difendono i membri dell’opposizione e quindi anche delle elezioni. Ciò dimostra che il potere è ai suoi minimi storici e il popolo iraniano spera in un cambiamento pacifico. Le prossime elezioni saranno il primo passo?

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