Proprio 10 anni fa, il 20 Marzo 2013, le truppe di George W. Bush bombardavano l’Iraq di Saddam Hussein, sulla scia della guerra condotta da G.W. padre nel 1991. Senza il consenso delle NU, una coalizione internazionale lo lavorerà ai fianchi, con l’obbiettivo annunciato dall’amministrazione Bush di ritrovare le sedicenti armi di distruzione di massa che possedeva il dittatore sunnita. Un pretesto. Non sono mai state ritrovate.

G.W. pensava poter esportate la democrazia. Ma l’Iraq del 2013, logorato dalla violenza, la corruzione e l’instabilità politica, è lontano anni luce dalla democrazia parlamentare stabile immaginata dal Presidente Repubblicano. La dittatura di Saddam ha ceduto il passo alle violenze, violenze nelle quali il Paese è ancora impantanato. Il numero di vittime civili che hanno perso la vita negli anni che hanno seguito l’invasione si aggira intorno a 116 mila. Dopo una “vittoria lampo”, il Presidente Bush aveva annunciato con enfasi la fine delle ostilità per il 1° Maggio 2003, sventolando da una portaerei, il famoso vessillo “Missione compiuta”. Solo 10 anni dopo, mentre gli Stati Uniti piangono i loro 4486 soldati uccisi e contabilizzano 1000 miliardi di dollari spesi, cosa rimane di questo conflitto durato un decennio e del quale non si riesce a dare ancora una data ufficiale che ne determini la fine? Nonostante la partenza dell’esercito americano, promesso da Barack Obama durante la sua prima campagna elettorale e cominciato nel Dicembre 2011, la situazione è ancora pericolosamente instabile, le violenze continuano ad insanguinare il Paese quotidianamente, la rabbia verso gli USA così come la rivalità tra Curdi, Sciiti e Sunniti sono tangibili, anche se il loro livello è lontano da quello raggiunto durante il conflitto religioso. Ancora pochi giorni fa, il ramo iracheno di Al Qaeda ha rivendicato l’ondata di pesanti attentati anti-sciiti. Lo Stato Islamico d’Iraq, la “succursale” locale di Al Qaeda, ha ritrovato negli ultimi mesi una certa potenza di fuoco, sicuramente alimentata dall’insurrezione sunnita nella vicina Siria. Questa organizzazione ha perpetrato decine di attentati dall’inizio dell’anno in Iraq. “Quella che vi ha raggiunto martedì è la prima goccia di pioggia, e una prima fase, perché se Dio lo vuole, dopo di questo avremo la nostra vendetta”, si legge in un comunicato postato su un sito internet jihadista.  La frangia radicale dei sunniti d’Iraq considera il governo di Bagdad, dominato dagli sciiti, come l’oppressore della minoranza sunnita del Paese, e prende di mira degli obbiettivi sciiti con il fine di provocare un conflitto interreligioso paragonabile a quello che fece migliaia di vittime negli anni 2006-2007. La guerra è ancora una grave minaccia.

La situazione economica è anch’essa, preoccupante. Sul piano politico, Maliki è contestato dai suoi alleati della coalizione al Governo e la minoranza sunnita furiosa per vedersi “marginalizzata”. Dalla fine di Dicembre, delle manifestazioni riuniscono ogni venerdì decine di migliaia di persone nelle regioni sunnite. Due Ministri del blocco Iraqiya, laico ma dominato dai sunniti, hanno già dato le dimissioni. Altro colpo basso da incassare da parte del Primo Ministro: martedì scorso, mentre Baghdad veniva insanguinata da nuovi attentati, il blocco dell’influente chierico sciita Moqtada Sadr annunciava che cinque dei suoi Ministri sospendevano la loro partecipazione al Consiglio dei Ministri. Maliki non ha previsto di segnare in alcun modo questo “anniversario”. L’Iraq lecca ancora le sue ferite all’indomani di nuovi attentati divenuti ormai la norma più che l’eccezione, giorno per giorno 10 anni dopo l’invasione del Paese da parte di una coalizione militare diretta dagli USA. Imbrigliato nella violenza, l’Iraq ha deciso di commemorare nell’assoluta discrezione questa data. Il Governo sembra  più incline a celebrare la caduta di Baghdad, avvenuta il 9 Aprile, giornata durante la quale l’esercito americano rovesciò anche la statua di Saddam Hussein in un batter d’occhio, e che sembra per questo simboleggiare maggiormente la caduta del Regime del Presidente sunnita e del Partito Baas.

L’invasione  non ha dato le risposte auspicate dall’Amministrazione americana. Al contrario: l’Iraq non è diventato alleato degli USA nella regione. Anzi, secondo qualche esperto, la guerra ha spinto l’Iraq più vicino al girone iraniano. Il Presidente americano Barack Obama, alla vigilia del suo viaggio in Israele, ha “onorato la memoria di 4.500 americani”, morti in Iraq, senza dire una parola sulle vittime irachene, né sulla decisione di invadere, presa dal suo predecessore. Nelle strade di Baghdad, la disperazione e l’amarezza sono palpabili anche se, nonostante la tanta rabbia, la gente comune riconosce positivamente quello che la coalizione ha fatto: l’aver messo “fuori gioco” Saddam è stato un sollievo per tutti, e qualcuno arriva a vedere l’invasione come un mezzo che ha permesso di raggiungere la libertà religiosa. Si, ma a che prezzo?

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