Carlo Gambescia, Liberalismo triste, Edizioni Il Foglio, Piombino 2012, pp. 152, € 14,00.

C’è un virus nella modernità (e non solo; ma in questa è particolarmente sviluppato): quello di credere di plasmare il mondo a proprio piacimento. Ed è sicuramente vero che il progresso della scienza e della tecnica ha portato a realizzazioni mai raggiunte nella storia.

Ma dov’è che diventa virus, cioè patologico? Quando si pensa che ciò possa farsi senza rispettare le leggi che lo governano. Uno scienziato non pretenderebbe di arrivare sulla luna abolendo o non tenendo conto della legge di gravità, ma solo conferendo alla navicella spaziale energia in grado di vincerne la resistenza, e così via. Solo nel campo delle scienze sociali, e in particolare in politica e sociologia si è diffusa la convinzione che si possa fare una politica e/o una società che prescinda dalle leggi o, come scrive Gambescia (nella scia di Miglio) dalle costanti (dalle regolarità) del politico. L’esempio più chiaro ed “epocale” di questa illusione è stato il (crollo del) comunismo: il quale nella prospettiva finale (la società comunista realizzata o “senza classi”) doveva realizzare una società senza comando né obbedienza, senza pubblico né privato, senza nemico o amico: ma una società del genere nel comunismo realizzato non s’è vista neanche da lontano. Si è avuta invece la dittatura del partito (e il “socialismo reale”), che, rispettava le costanti del “politico” dato che ne massimizzava i presupposti con la dittatura, il totalitarismo, e le guerre interne ed esterne contro tutti i nemici possibili (dai borghesi ai kulaki, passando per frazionisti, imperialisti e così via). Ma non solo il marxismo aveva contratto tale patologia, che si ritrova in altre concezioni moderne. Così in Saint-Simon in cui l’ “amministrazione delle cose” nella società tecno-economica futura sostituirà il “governo degli uomini” è anch’essa una negazione delle costanti del politico. Altre, meno note, si possono trovare con abbondanza in non pochi programmi di partiti, in testi di politica o in progetti di costituzione (come notato già da de Maistre due secoli fa).

Il liberalismo, in teoria, dovrebb’essere immune da una tale patologia, perché essendo una concezione politica di limitazione del potere, proprio perciò lo presuppone e lo ritiene ineliminabile.

Ove fosse, in un futuro, scoperta la formula magica per eliminarlo, libertà fondamentali, distinzione dei poteri, controlli sui governanti sarebbero altrettanto inutili dei frigoriferi al Polo Nord. Così l’antropologia politica più consona al liberalismo è quella espressa con sintetica efficacia nel saggio n. 51 del “Federalista”: “se gli uomini fossero angeli non occorrerebbe alcun governo. Se fossero gli angeli a governare gli uomini, ogni controllo interno o esterno sul governo diverrebbe superfluo…”. Ma siccome sono gli uomini a governare gli uomini sono necessari sia i governi che i controlli sui medesimi.

Ciò non toglie che anche se in misura meno virulenta – dati i presupposti – anche il liberalismo abbia contratto tale patologia. È questo il filo conduttore del libro di Gambescia che identifica nel liberalismo “triste” o “archico” quel filone liberale che non ha mai perso i contatti con la realtà, le sue leggi e le “regolarità” del politico.

E che è ottimamente rappresentato (per ricordare i pensatori citati da Gambescia) da Burke, Tocqueville, Pareto, Mosca, Max Weber, Ferrero, Croce, Ortega y Gasset, De Jouvenel, Röpke, Aron, Freund, Berlin, e chi scrive aggiungerebbe, tra gli altri, Montesquieu, non solo per (l’enorme) contributo al costituzionalismo moderno e al liberalismo “triste”, dato l’acuto realismo che connota la sua opera e che lo riconduce, decisamente, al “liberalismo archico”. Legame con la realtà che si attenua – anche se non si perde del tutto – nei filoni di liberalismo ridens, cioè il micro-archico (Hume e Adam Smith capi-fila) che teorizza lo “Stato minimo”; quello an-archico che respinge anche l’idea di “Stato minimo”, ed è basato sull’identità naturale degli interessi, e quindi il più vicino alla patologia anti-realista (Rothbard, Hoppe, Block); il liberalismo macro-archico che rivaluta “non tanto il politico, ma il potere pubblico di governo” che diviene lo strumento per incrementare la libertà, specie dei più svantaggiati (Hobhouse, Stuart Mill, Rawls).

Concludendo, tutti i “tipi” di liberalismo, anche quelli meno realisti hanno dato un contributo a questa o quella istituzione, idea, norma o soluzione liberale: ma nessuno è stato decisivo e “comprendente” quanto il liberalismo archico. Ciò perché, tenendo i piedi saldi sulla terra, ha potuto modellare lo Stato liberale in modo efficace – proprio perché meno disponibile a sognare. Come il “socialismo reale” è stato il socialismo vincolato dalle regolarità del politico, così il liberalismo archico ha generato il “liberalismo reale”. Quello che ci garantisce, anche in tempi grami come questi, e tra tante difficoltà, degli spazi di libertà.

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