In Italia, come nella maggior parte dell’Europa occidentale, prostituirsi non è un atto criminale: non viene punito chi esercita e tantomeno acquista le prestazioni, ma la prostituzione non è regolamentata in senso liberale; potremmo arrivare a sostenere che la legislazione in materia sia, quindi, un misto contraddittorio capace di rendere la questione, allo stesso tempo, non-legale e non-vietata.

Il tema è controverso, spesso affrontato, erroneamente, come un problema morale o di ordine pubblico seppur la questione sia prettamente sociale.

Lo Stato, con una posizione che potremmo quasi definire di agnosticismo giuridico, si è posto ai margini dalla controversia, senza né vietare nè legalizzare l’esercizio della prostituzione; di fatto si limita ad “ostacolarla” sanzionando, ad esempio, attività quali il favoreggiamento e lo sfruttamento.

A livello locale tocca a strumenti inefficaci quali le multe ed il sequestro degli automezzi essere validi solo per la felicità degli amministratori locali per i quali il problema diviene, al contrario e per assurdo, una opportunità di incrementare le entrate dei bilanci comunali.

In un contesto legislativo nebuloso a guadagnarci è la criminalità organizzata, italiana o, principalmente al nord, straniera, la quale, gestendo il racket ed un sostanziale monopolio, incamera gli introiti destinandoli, poi, al proprio mantenimento ed al finanziamento delle proprie attività criminali. Tra quelle collegate al tema il principale è il traffico e la riduzione in schiavitù di donne a seguito di un vero e proprio mercato (il solo giro d’affari del quale è stimato in svariati milioni di euro) sviluppato principalmente con l’est Europa e l’Africa.

In base a simili presupposti, condurre la prostituzione nella legalità, legalizzandola e rendendola una attività riconosciuta (requisito fondamentale venga esercitata in maniera volontaria e consapevolmente consenziente da persone maggiorenni), diviene uno strumento per sottrarre importanti entrate alla criminalità organizzata e per scardinare situazioni quali il sistema di schiavitù pocanzi affrontato.

Altri aspetti e conseguenze fondamentali per una normativa finalizzata alla legalizzazione sono l’emersione dalla clandestinità sociale; il controllo sanitario, da concepire e da sviluppare come assistenza per la prevenzione ed il contenimento delle malattie e non come una schedatura discriminatoria; la possibilità di registrare la propria attività, pagando le tasse così da ricevere i benefici del sistema previdenziale, quali pensione ed assistenza sanitaria; fattore collegato questo ultimo, l’emersione di una economia sommersa stimata in cinque miliardi di euro l’anno e nuove entrate, in proporzione, per il fisco.

Tema da sviluppare, seppur non collegato direttamente, è quanto ad oggi rimane un tabù, ma che uno Stato Liberale e Laico non può sottrarsi dal affrontare: l’educazione sessuale nelle scuole; fondamentale sia in termini di crescita culturale del giovane cittadino, sia per un approccio in termini che potremmo definire di educazione civica al tema della prostituzione, sia per la funzione educativa e preventiva riguardo a tematiche sensibili quali la gravidanza e le malattie a trasmissione sessuale.

Parallelamente al processo di legalizzazione, proprio per dare valore e significato allo stesso, è imprescindibile un inasprimento di tutta una serie di sanzioni contro l’illegalità ed il racket.

L’elenco è vario e riguarda lo sfruttamento, la violenza fisica e psicologica contro chi esercita la prostituzione (donna, uomo o transessuale), il traffico di persone e la riduzione in schiavitù, il fenomeno della prostituzione minorile e quello del turismo sessuale verso l’estero; indispensabile una normativa che favorisca concretamente la denuncia dei “protettori” incentivandone, nel caso delle prostitute extracomunitarie clandestine, la segnalazione tramite, ad esempio, facilitazioni al rilascio del permesso di soggiorno.

Da affrontare con durezza, infine, quel piccolo scandalo-abitazioni che coinvolge molti stranieri in condizione di clandestinità, spesso proprio le prostitute: decine in un appartamento (in violazione di ogni regolamento comunale) per guadagni spropositati a vantaggio dei proprietari di casa espressione della criminalità o, spesso, semplici approfittatori delle circostanze o delle disgrazie altrui.

In Europa, oltre alla vicina Turchia, sono sette i Paesi (Austria, Germania, Grecia, Lettonia, Olanda, Svizzera, Ungheria) nei quali la prostituzione è pienamente legale e riconosciuta; questo presuppone, con varianti locali, la tassazione, l’individuazione di luoghi preposti quali i “quartieri a luci rosse”, controlli sanitari obbligatori per chi esercita l’attività e l’obbligo di segnalare l’attività stessa.

Modernità e sviluppo passano da scelte coraggiose: la legalizzazione della prostituzione (e l’adeguamento della molteplicità di normative più o meno direttamente coinvolte) è una di queste.

La cultura liberale della quale il Partito Liberale Italiano è naturale riferimento è pronta ad accettare questa sfida e questo impegno per il bene e la modernizzazione del Paese.

 © Rivoluzione Liberale

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3 COMMENTI

  1. Caro Fabio,
    complimenti come sempre per la qualità (tecnica oltre che di contenuti) di ciò che scrivi. Questa battaglia è diventata urgente ed indifferibile e noi abbiamo un Disegno di Legge già pronto e modernissimo che va in questa direzione già approvato da un Consiglio Nazionale del 2011. Peraltro fu redatto da una commissione interamente on line che ebbi l’onore di creare e presiedere perchè ho sempre fortemente creduto in questa battaglia.

    • Ottima riflessione, speriamo che ci sia laicità in Parlamento e si possa discutere di questo tema. L’apertura alle persone straniere in questo lavoro è indispensabile perchè ormai sono la maggioranza. Fra le leggi regolamentiste si potrebbe imitare quella della Nuova Zelanda è che è davvero moderna e rispettosa dei diritti delle persone.

  2. Si in effetti sarebbe ora uscire da questa situazione ipocrita con una legislazione laica e fortemente garantista per tutte le ragazze che volontariamente hanno deciso di fare quel “”mestiere”” o semplicemente perché “”lo vogliono fare””.
    Non è lo Stato e per esso un parlamento decidere se è giusto o sbagliato, bene o male.
    Ma deve solo evitare la coercizione, l’organizzazione criminale oltreché lo sfruttamento- Questa è l’area di intervento cui si dovrebbe interessare. Fra l’altro sarebbe giusto un ordinamento tributario nel senso di inserire “”il mestiere”” da un punto di vista fiscale!
    Per finire sarei interessato a conoscere come è regolamentato in N.Z. e prego Pia
    di descriverlo mi interessa. Grazie

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