Il voltafaccia del Governo sul caso dei due militari della Marina Italiana è denso di implicazioni giuridiche e costituisce un grave indebolimento della posizione internazionale dell’Italia.

Sotto il primo profilo va tenuto presente che i due militari non sono – né saranno mai – equiparabili a due delinquenti comuni, essendo accusati per condotte svolte nell’ambito di una missione ufficiale decisa dall’Esercito Italiano.

Sarebbe facile ricorrere ad esempi su come, sul punto, si comportano altri Paesi per azioni in ambito bellico o nell’ambito di esercitazioni in tempo di pace (vedi USA per la strage del Cermis) mentre, addirittura, nel caso di specie l’evento di cui si duole l’India, avvenuto al di fuori della sua giurisdizione territoriale, è oggi nella mani delle Corti Indiane solo grazie al fatto compiuto, creato attirando con l’inganno i due militari italiani sul suolo indiano.

Su tale aspetto il lavoro diplomatico doveva essere indirizzato non già verso l’India, ma verso i Paesi alleati e le organizzazioni internazionali per ottenere un fermo richiamo dell’India e, sul piano generale, un arbitrato internazionale.

Chiedere oggi all’India di escludere l’applicazione della pena di morte ai due malcapitati militari italiani comporta invece, un repentino riconoscimento della giurisdizione indiana, col solo corrispettivo dell’applicazione di una pena più mite.

Si versa così in una situazione di rinuncia da parte italiana alle proprie ragioni giuridiche (su cui si era tra l’altro basata per un anno la linea del Governo e la stessa scelta di trattenere in Italia i due accusati).

Per altro verso è innegabile che il rivolgimento della linea italiana è avvenuto sulla base dell’azione ritorsiva consumata da parte indiana nei confronti del nostro ambasciatore mentre è altrettanto pacifico che detta condotta cancella la millenaria tradizione d’immunità rispettata da tutti gli Stati (eccettuato l’Iran).

Su tale secondo illegittimo atto dell’India, come d’altra parte sul primo, il diritto internazionale prevede varie e specifiche misure di autotutela, riconosciute allo Stato che si ritenga illegittimamente leso nelle proprie prerogative.

Atteso che la carta dell’ONU esclude soltanto l’uso della forza nelle controversie internazionali, erano ammissibili azioni recanti danno uguale: poteva per esempio costituire misura proporzionata quella di bloccare parallelamente  l’ambasciatore indiano in Italia.

L’ineffabile Ministro Terzi ha invece scambiato due militari con un ambasciatore e ceduto senza reazione agli atti illegittimi e di frode, riuscendo poi, paradossalmente a far passare noi per frodatori, per di più, confessi e pentiti.

Frattanto, due italiani, sono stati riconsegnati ad un Paese gongolante per il successo e risultano assoggettati ad un indagine condotta con metodi medioevali, piena di contraddizioni plateali, con gravi rischi per loro e per la dignità dell’Esercito e del Governo Italiano.

Tutto ciò per la linea ondivaga di un Ministro degli Esteri che ora si giustifica in modo stucchevole aggravando la situazione, come si conviene per ogni gaffeur (vedi il riferimento al caso di Attilio Regolo e al “grande” risultato circa l’esclusione della pena d morte).

Se l’Italia deve ritentare di gestire una vicenda alquanto imbarazzante, in ordine alla quale aveva anche più di una ragione fondata sul diritto internazionale, non può che scindere la propria responsabilità distinguendosi dal suo Ministro. Che egli dunque si dimetta o, ove insista, che venga dimissionato per la tutela residua della dignità internazionale del Paese e l’integrità di due militari che certamente non sono responsabili di omicidio volontario né, a tutto concedere, di alcun altro reato doloso.

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