Al Parlamento ungherese il partito “Fidesz – Unione Civica Ungherese” del Primo Ministro Viktor Orbán si è reso protagonista di un vero e proprio colpo di mano votando una serie di emendamenti alla Costituzione che ne cambiano radicalmente il contenuto ed i princìpi; iniziativa portata a termine senza coinvolgere nel processo, come prassi nei Paesi democratici, le altre forze politiche.

I partiti di opposizione, unitamente alle Ong ungheresi, si sono appellati alla Commissione Europea ed alla Corte Europea di Giustizia denunciando le modifiche costituzionali come una violazione dei diritti umani del loro popolo.

Se la Commissione europea si è limitata a dichiarare che sta ”esaminando la situazione”, una risposta che potremmo definire molle, seppur probabilmente il massimo consentito da meccanismi internazionali evidentemente inadeguati, ha visto il Presidente della Commissione Europea Barroso sollecitare le Istituzioni magiare ad impegnarsi a rapportarsi con quelle europee per rimuovere quanto risulti incompatibile con i princìpi dell’Unione ed il Diritto Comunitario.

Dura la risposta di Orbán il quale, limitatosi ad un secco richiamo alla sovranità nazionale, ha invitato le Istituzioni europee “a non intromettersi”.

Nel iniziale tentativo di non irritare eccessivamente (o di non imbarazzare quasi a non voler “destar il can che dorme”) le diplomazie europee, l’iniziativa di riforma costituzionale è stata formalmente presentata da un deputato della Fidesz e non intrapresa, quindi, direttamente del Governo di Budapest. Non possono esserci dubbi, però, si tratti di un golpe bianco orchestrato dallo stesso Orbán.

Affrontando nello specifico la riforma, dal punto di vista istituzionale, a partire dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale degli emendamenti, viene posto, di fatto, il bavaglio alla Corte Costituzionale in quanto le modifiche alla Carta potranno ora essere messe in discussione solamente dal punto di vista formale, senza la possibilità di entrare nel merito e contestarle nei contenuti.

La Corte, inoltre, non potrà più appellarsi, in termini di Diritto, a proprie sentenze emesse anteriormente alla riforma Costituzione attuata da Orbàn del gennaio 2012. Con questa manovra viene scavalcato quello che finora era stato il problema Corte Costituzionale, responsabile, nella sua indipendenza, di aver respinto alcune delle leggi che ora vengono imposte come dettame costituzionale.

A sgombrare, qualora ce ne fosse il bisogno, il campo dai dubbi sulle intenzioni riguardo al percorso intrapreso ci pensano le limitazioni alla libertà di espressione; il nuovo vincolo al rispetto della “dignità della nazione ungherese, dello Stato e della persona” esprime un concetto sufficientemente ampio e poco dettagliato da concedere una discrezionalità interpretativa tale da consentire al regime una molteplicità di abusi.

La manovra è pesante ed avvolgente, il bavaglio totale; le emittenti televisive e radio, già osteggiate (in quanto indipendenti) sul tema delle frequenze e del monte-pubblicità, vedono, ora, il divieto di trasmettere dibattiti elettorali e politici.

Dal punto di vista puramente politico, al vecchio partito comunista, divenuto, dopo il crollo dell’URSS e del Patto di Varsavia, Partito Socialista ora all’opposizione, viene attribuita la definizione di “associazione criminale” concedendo al regime, di fatto, la possibilità di processi politici ai danni dei propri oppositori.

Nuovi poteri alle forze di polizia, inoltre, permetteranno incarcerazioni anche solo per sospetta sedizione o sospetta congiura ai danni dello Stato.

Come se non bastasse, aspetti discriminatori e di razzismo entrano nella Costituzione passando, così, da temi di discrezionalità nello scontro politico (seppur deprecabili, ma “solo” scontro politico) a riferimenti ufficiali e fondamenta dello Stato.

La unica “famiglia” riconosciuta dallo Stato è quella costituita sul matrimonio di una coppia eterosessuale finalizzato alla nascita di figli. Coppie sposate senza figli e coppie conviventi eterosessuali o omosessuali non vengono sostenute e, pertanto, non vedranno riconosciuti gli stessi diritti ed agevolazioni della famiglia definita tale.

Soltanto le religioni riconosciute dalle Leggi, poi, verranno trattate dallo Stato con pari dignità. Anche su questo tema la discrezionalità che si ritaglia il Governo è enorme.

I senzatetto, poi, divengono perseguibili penalmente se scoperti a dormire in spazio pubblico.

Infine gli studenti. A coloro che si laureano grazie agli aiuti statali sarà impedito espatriare in cerca di lavoro e saranno obbligati, pena la restituzione del equivalente degli aiuti ricevuti, a restare in Ungheria per un periodo pari al corso di laurea che può arrivare a dieci anni.

Pochi giorni prima del golpe bianco Orbán aveva già provveduto a nominare a capo della “Magyar Nemzeti Bank” (la Banca Centrale nazionale) Gyorgy Matolcsi, ritenuto dagli analisti finanziari incompetente a ricoprire l’incarico, un burocrate con il grande pregio di essere un fedelissimo del Primo Ministro.

Un altro fedelissimo, l’editorialista Zsolt Bayer, ha lanciato nei giorni successivi alla riforma un pesante attacco ai Rom: “La maggior parte di loro sono bestie e come tali vanno trattati, sono un’accozzaglia di criminali”.

In un tale contesto va rilevato come la politica culturale del governo Orbàn abbia riabilitato la figura del dittatore Miklòs Horthy (al quale vengono ora erette statue, dedicate vie e piazze) ritenuto dagli storici il migliore alleato di Hitler in Europa oltre che suo importante complice nella conduzione della Shoah.

Una nube cupa, insomma, avvolge l’Ungheria e la travolge con un duro bavaglio agli organi di informazione, una sostanziale abolizione delle garanzie costituzionali, limitazione ai diritti civili, politici e di espressione, azzeramento del potere di controllo della Corte; il tutto condito da politiche di discriminazione, da una atteggiamento verso le comunità religiose che pare destinato ad un antisemitismo di Stato e da un nazionalismo pseudomilitarista forzato e muscolare.

Tutto questo avviene nel cuore di un’Europa, Italia compresa, che sta a guardare con la mediocre passività del “interverremo se verrà dimostrato che…”. Non vi è nulla da dimostrare, non si può dare spazio, tantomeno attenuanti, al bieco populismo ed alla burocrazia: i fatti e le violazioni ai diritti civili, politici ed umani presenti nelle modifiche costituzionali ungheresi sono evidenti; non vi sono zone d’ombra, è tutto alla luce del sole e basta voler vedere. Non è necessario schierarsi a favore per essere complici, è sufficiente non schierarsi o dichiararsi neutrali per esserlo.

Un moto di ribellione culturale e di denuncia, quindi, non può che attraversare chi, figlio della cultura liberale, sia indisponibile a rendersi complice di questo abominio politico e delle nuove politiche di discriminazione di Stato che stanno nascendo a soli 300 km dai nostri confini.

© Rivoluzione Liberale

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