1948. Nasceva lo Stato di Israele. Uno Stato che nessuno sembrava volere, che stentava a farsi riconoscere dagli altri; con un atto unilaterale (e per molti anche un po’ presuntuoso) lo Stato ebraico entrava prepotentemente nella storia. Una storia che aveva dimenticato la Terra Promessa e i milioni di Ebrei sparsi per il mondo. Nel 2013, durante la visita del Presidente degli Stati Uniti, in Cisgiordania, la canzone del rapper Alaa Shiham scandisce il verso  «Obama vuole uno Stato per noi, ma dice che lo Stato ha bisogno di più tempo. Aspettiamo da sempre, possiamo aspettare ancora». 

Dal 20 al 23 marzo Obama fa visita in Israele per la prima volta, dopo essere stato rieletto. Tre giorni in cui si parla di pace, di scelte consapevoli dei giovani ebrei. La pace non potrà mai esserci senza una “Palestina indipendente”, senza un accordo che sia leale fra il governo Netanyahu e Abu Mazen, afferma Obama. Parole che infondono speranza fra i giovani che assistono al discorso del Presidente statunitense, tenutosi al Convention Center di Gerusalemme, il 20 marzo. Un primo giorno di visita allo storico alleato: già, perché fin dalla sua nascita, gli Stati Uniti hanno sempre sostenuto Israele. Per questo oggi lo stato ebraico si può ben definire ‘uno storico alleato’. In effetti, pochi paesi possono vantare un’alleanza continuativa e senza strappi ( tranne un indebolimento sotto la Presidenza Bush) con la superpotenza. Uno di questi è sicuramente Israele.

Obama parla sicuro, inizia il suo discorso con  un caloroso ‘ Shalom ’, il saluto israeliano. All’appello di pace, seguono gli argomenti più scottanti: il pericolo nucleare iraniano, i rapporti con la Siria di Assad. La convergenza politica sullo stop al nucleare iraniano rende Israele sempre più forte e il cemento dell’alleanza sembra essere inossidabile. Il rilancio di un accordo con i Palestinesi resta sempre sullo sfondo ma rimane una questione ineludibile nonostante Obama preferisca non esporsi troppo. La posizione dell’inquilino della Casa Bianca però rimane sempre la stessa: due stati, due popoli. Una soluzione dualistica, che per molti anni ha causato troppi conflitti civili, troppe rappresaglie causate da un antico odio. Il presidente americano si inserisce anche nella questione Israele – Turchia dicendosi ‘ fiducioso’; sembra avere ragione: le parole di Obama convincono il premier israeliano Netanyahu a chiamare il presidente turco Erdogan per porgere le sue scuse dopo lo spiacevole incidente di Mavi Marmara.

Sembra molto più di un’alleanza, quella fra Israele e Stati Uniti. L’ultimo giorno di visita Obama lo dedica alla visita in Giordania dove, accolto dal Re Abdallah II, assiste alla parata militare. Anche in Giordania, Obama afferma il suo sostegno al paese e la preoccupazione per la crisi siriana che potrebbe diventare un terreno molto fertile per le forze jihadiste, non resiste poi a non richiamare il pericolo iraniano. Chissà che ancora una volta Medio Oriente e Stati Uniti non riescano a mettersi d’accordo sulla questione fondamentale che li lega… la paura della nascita di una potenza nucleare a turbare gli equilibri della regione.

© Rivoluzione Liberale

 

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