Roma, Corviale. Dopo cinque anni trascorsi in carcere, Marco (Maurizio Tesei) torna a casa, deciso a intraprendere una vita normale e retta, per allontanarsi dalla malavita di quartiere, che lo ha costretto, in passato, ad entrare nel giro di traffici sbagliati. Il tentativo, tuttavia, è inutile. Persuaso dai suoi ex “compagni”, riprende infatti a spacciare, trascorrendo le sue giornate seduto su una panchina, in attesa del cliente pronto a compragli la “roba”. Sennonché un giorno passa dalle sue parti Sonia (Ughetta D’Onorascenzo), volenterosa studentessa universitaria, convinta come Marco, con il quale instaura un’amicizia, di riuscire a rendersi indipendente dal pericoloso ambiente in cui è cresciuta. Purtroppo però, la dura realtà dalla quale è attorniata risucchia anche lei in un vortice di violenza e miseria, travolgendo nel suo percorso anche Faustino (Michele Botrugno), Massimo (Germano Gentile) e Federico (Fabio Gomiero), tre ragazzi di vita, condannati ad un unico e drammatico destino.

Sono storie di vita al limite quelle raccontate dall’audace esordio cinematografico di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini sullo sfondo dell’estrema periferia romana, in cui la spinta apparente della cocaina si unisce alla solitudine di un’esistenza votata alla sopravvivenza, in cui la rassegnazione al traffico illecito si scontra con la voglia di riscatto. Nell’immensa desolazione dello sbiadito Serpentone di Corviale, Faustino, Massimo e Federico se ne stanno al sole, seduti sui gradoni, tra una striscia e due calci al pallone, senza alcun’idea, motivazione e soprattutto speranza di redenzione. Solo Marco e Sonia cercano, o quantomeno tentato di cercare una via d’uscita al vuoto alienante che li circonda. Il primo, però, finisce per rimanerne invischiato definitivamente, malgrado il climax liberatorio finale, mentre la seconda, l’unica realmente decisa ad emanciparsi, ne diventa la vittima sacrificale. Sono ragazzi di vita, come quelli pasoliniani, condannati fin dalla nascita, predestinati, più che veri e propri colpevoli. Fragili e silenziose esistenze inserite in un non-luogo che soffoca e non dà scampo.

Minimalista, disadorno, scarno ma poetico, lo stile del duo romano ha il merito di trattare con misura e compostezza un tema, la periferia degradata, spesso martoriato da pellicole traboccanti di retorica e facile commozione. Via gli orpelli estetizzanti allora e largo spazio ai contenuti, seri e profondi, senza quel fastidioso porsi ex-cathedra, che va tanto di moda al giorno d’oggi. Quella intrapresa da Botrugno e Coluccini è la giusta via (possibile?) per una nouvelle vague italiana.

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1 COMMENTO

  1. Non avendo visto il film, sono comunque tentato da questa pregevole recensione. Da quanto ho capito, il richiamo alla poetica cinematografica di Pasolini, è più che centrato.

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