Niccolò Foscolo – Ugo è un nome che adotterà solo successivamente, da poeta- fu un uomo che caratterizzò fortemente  lo scenario culturale e politico italiano durante la sua epoca. Lo caratterizzò principalmente, ovviamente, come poeta e romanziere ma anche da uomo che, dall’alto della sua figura e della sua importanza letteraria, riuscì a dare un’impronta ideologica, a creare un’idea su come sarebbe dovuta essere l’Italia, o meglio, su come meritava che fosse:  un Paese unitario e solido non solo dal punto di vista linguistico e culturale ma, soprattutto, politico.

L’Italia ancora, tra la fine del 1700 e gli inizi del 1800, viveva una situazione di divisione e instabilità istituzionale, governativa e politica molto grave poiché esistevano troppi Stati, troppi regni individuali e magari contrapposti  che causavano arretratezza sociale e scarso sviluppo economico del Paese, il tutto sotto il giogo opprimente e repressivo del governo asburgico.

La vita, le opere neoclassiche e l’amore per la patria

Foscolo nacque nel 1778 a Zante, una piccola isola greca situata nel mar Ionio appartenente alla Repubblica di Venezia. Proprio la sua nascita  su un’isola greca permette di avere la miglior chiave di lettura di buonissima parte delle sue composizioni letterarie: dalle odi “All’amica risanata”, “A Luigia Pallavicini caduta da cavallo”; ai fortemente neoclassici “I sepolcri”, poemetto formato da 295 endecasillabi sciolti, definito da Foscolo carme, che è una sorta di epistola indirizzata al suo caro amico e maestro Pindemonte in cui parla della funzione eternatrice della poesia, di come sia il perfetto strumento di conoscenza e ammirazione dell’artista anche dopo la sua morte così che anche i posteri potranno leggere e apprezzare le composizioni e ricordarlo molto più della tomba che, invece, prima o poi è destinata alla decadenza, e in cui esprime tutte le sue teorie atee e materialistiche tipicamente settecentesche; e l’inno “Le Grazie”  in cui tratta il tema della bellezza serena, armonica, dolce e allegorica; fino ai sonetti, famosissimi sono “ A Zacinto”, “Alla sera”, “In morte del fratello Giovanni”, “Alla Musa”, tutti con una forte componente autobiografica. Con queste ultime composizioni però si avvicina molto di più all’altro suo aspetto imprescindibile  ovvero le tematiche passionali, nostalgiche e sentimentali del Romanticismo.

Foscolo sarà sempre molto orgoglioso di ciò, metterà sempre in evidenza la sua diretta discendenza dalla cultura classica, quasi come se fosse un marchio distintivo, una garanzia, un riconoscimento quale giusto erede di una civiltà fiorentissima che è alla base della formazione intellettuale  di ogni poeta e perciò di tutta la letteratura italiana ed europea.

L’omaggio più significativo e più sentito al suolo natio è ovviamente il sonetto “A Zacinto” in cui si evince il suo forte amore per la patria ma soprattutto per quella cultura,  questo avviene fin dal titolo: il sonetto, infatti, viene intestato  proprio Zacinto  perché questo è l’antico nome greco di Zante. In questo sonetto c’è un’esplosione di classicità, di riferimenti mitici e mitologici, Foscolo infatti parla della nascita di Venere proprio da quelle sponde sacre, da quelle onde, descrive come rese feconda quell’isola col suo sorriso- è forte ed evidente anche il richiamo lucreziano  al “De rerum natura”, in cui viene definita alma Venus, Venere datrice di vita, essendo dea dell’amore.

Questo elogio alla classicità, alla bellezza armonica, alla perfezione e alla ricchezza nasconde, e neanche troppo a dire il vero, una profonda tristezza, una forte nostalgia – non c’è termine più esatto e aderente per la descrizione di questo sentimento del poeta poiché il significato letterale è appunto “dolore per il ritorno” che coscientemente sa che non potrà mai avvenire-  per un luogo in cui il poeta sa di non poter più tornare, è destinato per sempre all’esilio in terra straniera, dove nessuno potrà piangere sulla sua tomba, che resterà illacrimata e senza degna sepoltura.

Il particolare rapporto col Romanticismo e le idee anticonformiste

Ecco che si palesa l’altro aspetto del carattere  foscoliano e, conseguentemente, della sua poetica: il suo essere romantico, nostalgico, il provare dolore , sofferenza per la terra d’origine ormai perduta, il senso di estraneità, l’essere in un luogo ma non sentirne l’appartenenza. Foscolo è una sorta di apolide ma al tempo stesso è un cosmopolita perché i suoi ideali, i suoi valori sono condivisibili in modo universale. Tutto ciò però non lo visse solo astrattamente nelle sue opere, come mera mano che scrive, ma questa condizione di disagio l’avvertì pienamente nella sua vita poiché ebbe una mentalità fortemente liberatoria ed egualitaria. Queste posizioni politiche lo portarono ad abbandonare Venezia, troppo conservatrice, troppo oligarchica per il suo spirito aperto; Venezia ormai era troppo opprimente, troppo chiusa, nonostante fosse la stessa città in cui imparò la lingua italiana  e dove costruì la sua formazione quasi esclusivamente da autodidatta.

Con queste idee così rivoluzionarie, che il giovane Foscolo si creò nel corso degli anni,  non poté che vedere di buon occhio l’arrivo, come uno spiraglio di luce, come la conquista finalmente arrivata della tanto agognata libertà del Paese, in Italia di Napoleone che portò con sé i valori della Rivoluzione francese che si stava svolgendo proprio in quegli anni, anni concitati, tumultuosi, pieni di vita e speranza  per un futuro migliore. Foscolo ammirava tanto il generale francese tanto che imbracciò  le armi e si arruolò anch’egli nelle truppe napoleoniche. C’è da dire però che Foscolo non combatté solo per Napoleone ma compose per lui un’ode celebrativa, come illustre esempio e grande portatore di libertà.

Ma una delusione, una delusione molto cocente attendeva di lì a poco il fervente e sempre politicamente attivo Foscolo poiché dopo pochi anni, durante i quali furono portati avanti gli ideali democratici, di libertà, di valori giusti per il popolo. Infatti Napoleone, decise di cedere la Repubblica veneta, tra i pochi Stati ancora autonomi e con propria costituzione, all’Austria firmando il trattato di Campoformio nel 1797.

Il prodotto letterario delle sue idee politiche

Foscolo visse tutto ciò come un vero tradimento, fu un terribile trauma per lui, tanto da segnarlo profondamente, non credendo più in quel che fino a quel momento era stato di  fondamentale e vitale importanza, non avendo più speranze politiche perché ormai disilluso in ogni ambito. Questo suo stato d’animo fortemente disincantato e amaro lo riversò totalmente nella sua prima opera importante, il romanzo epistolare  “Ultime lettere di Jacopo Ortis”.

Con quest’opera possiamo ritenere Foscolo un vero antesignano del genere romanzesco, anche se di tipo epistolare, se si considera che il primo vero romanzo in Italia si avrà col Manzoni con i “Promessi sposi” nel 1821, anno della prima versione dell’opera.

Le “ultime lettere”, quindi, inaugurano in Italia  un genere nuovo, completamente nuovo, molto molto criticato e disprezzato dalle élite letterarie presenti nei vari centri culturali italiani, poiché fino a quel momento i grandi letterati si son sempre espressi in versi, componendo odi, sonetti, rime e usando figure retoriche altamente risonanti. Il romanzo, invece, ebbe un’origine borghese per questo in Italia non  attecchì molto, inizialmente, poiché la classe media, quella abbastanza benestante da poter acquistare libri e opere letterarie, era quasi inesistente, al contrario nel resto dell’Europa, sempre più progressiva, sempre più libertaria e innovatrice rispetto all’Italia, in ogni aspetto della vita.

Il romanzo in Europa

Infatti il genere del romanzo nacque in Germania ma molto, molto celermente si diffuse anche in Francia e in Inghilterra con grandi nomi importantissimi per la letteratura mondiale come Balzac con la Commedia umana; Flaubert, in madame Bovary evidenzia proprio gli aspetti e i caratteri borghesi e molto ipocriti della società francese; Stendhal, la certosa di Parma; Dumas padre e figlio; Hugo col suo gusto fortemente gotico con cui rappresenta l’altro aspetto del Romanticismo: il nero, il tenebroso, la profondità psicologica e dell’inconscio, il pessimismo, il rifugio in un altro mondo spesso creato artificialmente con l’uso di droghe e allucinogeni, ma di questi ultimi aspetti il massimo esponente fu il grandissimo Baudelaire. Ed anche inglesi come Scott, il fondatore del romanzo storico a cui Manzoni  si rifarà ma al tempo stesso se ne distaccherà e criticherà il metodo conoscitivo e d’indagine della storia; Austen che con i suoi romanzi presentò la vita della borghesia della provincia inglese; Dickens; per non citare poi la letteratura americana e russa.

Insomma, il Foscolo si alimentò di tutto questo, lesse moltissimo i classici ma anche molta letteratura europea del suo tempo e da quelle letture si base concepì l’Ortis, che possiamo, senza troppo sbagliare, dire essere figlio del Werther – la prima edizione si ebbe nel 1798 poi il romanzo fu ripreso, modificato e pubblicato altre volte fino alla definitiva stampa del 1817 quando ormai Foscolo era in esilio a Londra.

Il rapporto speculare tra Foscolo e Goethe

Grandissima ispirazione Foscolo la ebbe, infatti, proprio da “I dolori del giovane Werther” del Goethe. Questo romanzo è un’opera giovanile ma anche la più autobiografica di tutta pa produzione foscoliana: Jacopo è l’alter ego di Ugo, il protagonista vive vicende, prova sentimenti e fa propri gli stessi valori e ideali del Foscolo. Sono entrambi giovani intellettuali, molto ferventi, pieni di iniziative e speranze ma che vivono come una claustrofobica chiusura la società. La tematica di fondo è la stessa, il conflitto tra l’intellettuale e la società, ma una differenza sostanziale li allontana: Werther vive un conflitto sociale, da intellettuale libero non riesce ad entrare e a capire i meccanismi e le logiche della società borghese, perciò non potrà mai avere un rapporto sereno e appagante con la donna che ama che invece fa parte di quel ceto, a cui dovrà rinunciare poiché lei sposerà un arrampicatore sociale e a causa di questo dolore, Werther si ucciderà.

L’intreccio di Goethe è più propriamente psicologico e privato, le disavventure di un giovane innamorato che si scontra col suo ceto d’origine e da cui si discosta poiché ha una sensibilità superiore, una veemenza passionale non comprese dall’algido e arrivista mondo borghese. Foscolo invece  si spinse oltre. Infatti oltre alla tematica psicologica – perché anche Jacopo è innamorato di una borghese che sposerà un altro uomo e per questo anche Jacopo si ucciderà- ma Foscolo si occupò anche della tematica politica ovvero il senso angoscioso di una mancanza, la mancanza di un ceto sociale in cui riconoscersi, la mancanza di una patria unita, di un tessuto sociale unitario, coeso, forte in cui potersi inserire e in cui, forte del suo intelletto, della sua cultura, porsi come guida, come esempio di giusto modo di vivere in società.

Nel romanzo di Foscolo si evince fortemente la delusione poiché è stato composto in seguito alla Rivoluzione francese e soprattutto dopo Campoformio, c’è la delusione rivoluzionaria disattesa, la mancanza di una concreta trasformazione profonda. In tutto questo,  qual è unica soluzione che Jacopo trova? L’unica via che gli si offre per uscire da questa situazione così negativa, immodificabile, insostenibile non è altro che il nulla eterno, la distruzione totale, la fine di tutto, secondo le teorie materialistiche e fortemente nichilistiche che sono proprie anche di Foscolo.

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