La responsabilità rappresenta l’atto politico per eccellenza e ogni uomo politico non può prescindere dall’attualizzarlo. Il termine ‘responsabilità’ deriva dal latino ‘respònsus’, participio passato del verbo ‘respòndere’ che vuol dire ‘impegnarsi a rispondere’, a qualcuno o a se stessi, delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano.

Ebbene, mai come in questi giorni l’etica della responsabilità è tornata di moda, anche se il pericolo corrente consiste nel fatto che, come al solito, a caldeggiare sia la moda più che i contenuti delle azioni, con il rischio che l’etica della responsabilità si trasformi in una nuova forma di demagogia.

In questo contesto, gli uomini politici di tutte le forze in campo sono chiamati a rispondere delle loro azioni e delle conseguenze che ne derivano: il Paese reclama l’impegno per l’interesse generale nella persona del capo dello Stato che invoca, a tale proposito, l’unità e la coesione nazionale per dare continuità alle istituzioni democratiche. Sono inoltre noti i numerosi appelli attraverso i quali Napolitano ha sempre cercato di svegliare la coscienza etica e la responsabilità delle diverse forze politiche in campo, in particolare nei frangenti in cui esse non hanno dimostrato di compiere il loro dovere.

Tutti, centrodestra e centrosinistra, affermano di agire per senso di responsabilità e per il bene dell’Italia. Sarebbe suggestivo, infine, pensare che il nuovo programma di governo fosse enunciato in Parlamento e tutti i singoli parlamentari si assumessero la responsabilità davanti al Paese, al di là dei vincoli di maggioranze fisse e precostituite, di approvarlo o respingerlo. Lo si potrebbe definire “un governo di responsabilità”.

In sostanza, la situazione del Paese è difficile ed esige da parte di tutti i partiti una grande forza di responsabilità. Ciò vuol dire che se tutti restano chiusi dentro le proprie roccaforti, limitati dai propri veti e dalle proprie pregiudiziali, le strade rimangono senza sbocco e sarà molto difficile garantire al Paese un governo stabile. Di certo se il Pdl si dichiarasse disposto ad appoggiare il progetto di governo di Bersani “dall’esterno”, senza voler a tutti i costi entrare nella struttura dell’esecutivo, ma discutendo nella aule parlamentari i singoli provvedimenti – soprattutto in materia di riforme istituzionali e di legge elettorale – sarebbe una mossa responsabile da parte del centrodestra. Non “larghe intese”, quindi, ma ‘mini-intese’ di volta in volta rinnovabili e Bersani non potrebbe dimostrarsi avverso altrimenti graverebbe tutta su di lui la responsabilità di non dare un governo al Paese; se invece si dimostrasse disposto a dialogare – come del resto ha già fatto con Alfano in seduta privata prima delle consultazioni ufficiali tra le due grandi coalizioni, discutendo di governo ma anche di possibili candidati al Colle – il segretario del Pd dimostrerebbe il suo senso di responsabilità, al servizio dell’interesse generale del Paese. Il capo dello Stato non sembra però disposto ad accontentarsi di traballanti e improbabili maggioranze su singoli programmatici e ha chiesto a Bersani di tornare al Colle con una maggioranza certa e autocertificata, necessaria per il conferimento di un mandato pieno. Le due coalizioni più grandi sono in pratica chiamate, entrambe, ad allentare la presa sulle poltrone e a fare scelte responsabili, in pratica occorre trovare al più presto l’intesa possibile per superare lo stallo, per liberare l’Italia dalla terribile impasse politica, istituzionale, economica, sociale e civile che sembra averla trasformata in un Paese quasi illiberale.

“Dobbiamo riflettere sui nostri doveri”, afferma Karl Popper. “E dobbiamo ricordare ai nostri politici che la loro responsabilità non cessa con la loro morte (o con il loro ritiro dalla vita politica)”. Ponendo l’accento sulla responsabilità dell’essere umano occorre, in sostanza, “riconquistare ciò che è andato perduto”: il dovere della responsabilità, che per Popper è direttamente proporzionale all’autocoscienza umana. Molto spesso, invece, i politici in campo reclamano la responsabilità per gli altri e molto poco per loro stessi.

L’etica dei principi, che di per sé ha un valore assoluto – tantoché ognuno difende i propri principi rischiando di chiudersi all’interno della propria roccaforte – deve necessariamente e weberianamente coniugarsi con l’etica della responsabilità che, al contrario della prima, è un’etica ‘razionale’, e quindi liberale, che coniuga mezzi, fini e conseguenze dell’agire. In questo senso, l’etica della responsabilità dovrebbe rappresentare l’essenza della Politica che è, o meglio dovrebbe essere, l’amministrazione della res publica al servizio del Paese. In definitiva, come afferma Weber, “l’etica dei principi e l’etica della responsabilità non costituiscono due poli assolutamente opposti, ma due elementi che si completano a vicenda e che soltanto insieme creano l’uomo autentico, quello che può avere la ‘vocazione per la politica’”.

Forzando la mano, in “La politica come professione”, Max Weber afferma che l’etica della responsabilità rappresenta, in qualche misura, un modo di rispondere alla mancanza di senso, all’irrazionalità del mondo; si potrebbe dire che mai come in questi giorni la realtà appare weberiana. Ciò non vuol dire comunque abbandonare l’idea di un possibile cambiamento politico, sociale, economico. Al contrario, presa coscienza della mancanza di senso, a ciascuno, attraverso la sua responsabilità, è richiesto di rispondere, in qualche misura, alla mancanza di senso, all’irrazionalità etica della realtà. È questo il salto – che è anche un salto logico e di buon senso – che i politici, impegnati in questa vasta operazione di ‘larghe’, ‘mini’ e ‘pseudo’ intese, devono necessariamente impegnarsi a compiere. Di certo l’operazione non è delle più semplici ma, in fondo, “la politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà – afferma Weber – da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso. È certo del tutto esatto, e confermato da ogni esperienza storica, che non si realizzerebbe ciò che è possibile se nel mondo non si aspirasse all’impossibile”. Weber sottolinea però l’esigenza di una certa “fermezza interiore” per realizzare semplicemente “anche solo ciò che oggi è possibile”. “Soltanto chi è sicuro di non cedere anche se il mondo, considerato dal suo punto di vista, è troppo stupido o volgare per ciò che egli vuole offrirgli, soltanto chi è sicuro di poter dire di fronte a tutto questo: ‘Non importa, andiamo avanti’, soltanto quest’uomo ha la ‘vocazione’ per la politica”.

Si potrebbero citare altri esempi della storia d’Italia, forse anche più complicati, in cui gli uomini sono stati davvero in grado di ‘dare un senso alla storia’ – come afferma Karl Popper – con il loro spirito, la loro morale, le loro azioni. Nel 1960, ad esempio, fu il tempo delle “convergenze parallele” e nel 1976 fu la volta della “non-sfiducia” nel terzo governo Andreotti, di tutti i partiti costituzionali, Pci compreso. In tempi più recenti infine, nel 2011, con il suo diligente e paziente operato il presidente Napolitano riuscì a far dialogare i due partiti maggiori – fino ad allora orgogliosamente contrapposti – che così arrivarono a concedere la fiducia all’esecutivo tecnico guidato da Monti, sorretto infatti dall’asse ABC (ad Alfano e Bersani si è aggiunto in seguito Casini) durante tutto il periodo di governo.

Oggi dovrebbe ripetersi un simile miracolo di dialogo e di buon senso ma, purtroppo, i politici sono rientrati in un clima da campagna elettorale permanente e sembrano allontanarsi dal Paese e dalla risoluzione dei problemi reali. Solo i moniti continui del capo dello Stato riconducono tutti all’ordine, tantoché l’ipotesi più accreditata per il Colle sarebbe un nuovo mandato per Napolitano, anche se di soli altri due anni, il tempo necessario (si spera) per ricomporre i cocci. La questione è però un’altra: è possibile che nella nostra Italia, in politica (soprattutto da un ventennio a questa parte) come in altri campi, occorre costantemente mettere a posto i cocci, invece di pensare a ‘costruire’ qualcosa di nuovo e di più produttivo, e quindi di più liberale, per il Paese?

Forse il vero problema è la mancanza di un ‘partito-pivot’, come lo definiscono i politologi, ossia un soggetto che, assumendosi seriamente le proprie responsabilità, sia in grado di impugnare le redini del gioco, accentando l’onere e l’onore di impostare realmente il cambiamento. Questo soggetto, però, nel senso liberale del termine, non è necessariamente un soggetto singolo, ossia un singolo partito o, meglio, una roccaforte di partito come ne esistono tante nel panorama odierno. Potrebbe essere, invece, – e forse sarebbe auspicabile che fosse – un ‘soggetto dialogante’, il frutto di un Parlamento ‘aperto’ (nel senso popperiano) sede della libera discussione critica e razionale, che non vuol dire un Parlamento perfetto senza conflitti di valore – altrimenti non ci sarebbe pluralismo – ma un Parlamento ‘liberale’ in cui la responsabilità è etica e in cui l’etica non è un principio vuoto e astratto, o tantomeno assoluto, ma è pragmatica politica, impegno solido di tutte le forze in campo per costruire il presente e il futuro di un’Italia oggi distrutta. Come afferma Popper, “sino ad un determinato punto siamo tutti corresponsabili del governo, sebbene noi non governiamo”: un principio valido per tutti i cittadini, chiamati ad assumersi le proprie responsabilità nel momento del voto all’interno delle urne e valido, tanto più, per tutti i politici deputati all’amministrazione della res pubblica.

La corresponsabilità è libertà e la libertà è pragmatica politica, morale ed economica.

In quest’ottica ‘etica della responsabilità’ vuol dire restaurare un sistema in cui sia rivalutata la relazione tra la libertà come corresponsabilità e i vari usi che da essa non possono prescindere: la questione sociale ed economica, la burocrazia, le leggi tributarie, la giustizia, la disoccupazione, l’unità europea e, nel contempo, l’unità e la coesione nazionale. Se la politica intendesse la libertà come corresponsabilità, se tale corresponsabilità fosse sentita come trasversale alle diverse forze politiche, esse svolgerebbero meglio il proprio dovere, o meglio i propri doveri, e non farebbero della libertà una “predica inutile”. I politici, a loro volta, si distinguerebbero come portatori di diritti ma anche di doveri civici autentici e, animati da una sana e costruttiva dialettica liberal-democratica, si dimostrerebbero all’altezza del cambiamento necessario, sempre se sono disposti a cambiare davvero.

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