Dopo 30 anni di conflitto e 45mila morti, Ankara è riuscita a spingere il ribelle curdo Abdullah Ocalan a chiedere ai suoi uomini il cessate il fuoco. Una svolta nella Storia. Così ha salutato la stampa turca l’appello a deporre le armi lanciato pochi giorni fa da Ocalan, capo ribelle, imprigionato a vita dal 1999 nell’isola-carcere di Imrail. “Siamo arrivati ad una fase nella quale le armi devono tacere (…), i guerriglieri devono ritirarsi al di là delle frontiere turche”, ha dichiarato il leader curdo in un messaggio letto da un suo portavoce davanti ad una folla di centinaia di persone. “Sta nascendo una nuova era dove la politica prevarrà sulle armi”, ha aggiunto in occasione della celebrazione del Newroz (nuovo anno curdo).

Di origine indo-europea, i Curdi  – un popolo formato da 25-35 milioni di persone, a maggioranza sunnita – sono sparsi in tutto il Medioriente: in Iran, in Iraq, in Siria e Turchia. Tranne l’effimera Repubblica di Mahabad, creata in Iran nel 1946, questo popolo non è mai riuscito a realizzare il suo sogno e creare uno Stato Curdo Indipendente. Al contrario, hanno alle spalle una storia disseminata di discriminazioni e persecuzioni nei diversi Paesi che popolano. In Turchia, che conta dai 12 ai 15 milioni di Curdi, Ankara ha per lungo tempo proibito l’uso della lingua –  perfino pronunciare la parola “curdo” – all’interno delle sue frontiere, pena per i trasgressori un procedimento giudiziario. Per arrivare al loro fine, i Curdi hanno creato nel 1978, sotto l’impulso di Abdullah Ocalan, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), che si è lanciato nell’opposizione armata contro Ankara nel 1984. In 30 anni, il conflitto ha provocato la morte di 45mila persone, vittime non solo di scontri a fuoco, ma anche di numerosi attentati. Il Movimento è sulla lista delle Organizzazioni terroristiche della Turchia e di molti Paesi occidentali tra i quali Stati Uniti e Unione Europea. Nonostante cinque annunci di cessate il fuoco lanciati dagli anni ’90 in poi, il 2012 si è rivelato essere stato un anno particolarmente cruento, per via degli intensi combattimenti tra esercito turco e ribelli del PKK.

L’elemento di novità sta nel fatto che i guerriglieri curdi beneficiano dall’estate del 2012 di un nuovo Stato nel quale riparare: la Siria. Con la complicità del regime siriano, i combattenti del Partito dell’Unione Democratica (PYD) – formazione armata siriano-curda vicina al PKK turco – hanno preso il controllo del nord del Paese, che amministrano, permettendo ai ribelli del PKK di avere una via di fuga. Secondo alcuni osservatori, sembrerebbe che recentemente i soldati del PYD abbiano preso possesso di alcuni pozzi petroliferi abbandonati dall’esercito siriano. Repressi per mezzo secolo, i Curdi della Siria si sono visti offrire sul piatto d’argento l’autonomia che tanto sognavano. La situazione dei Curdi in Iraq ha i contorni ancora più definiti. Dopo l’invasione americana, possiedono dal 2005 il loro proprio Governo autonomo – il Kurdistan iracheno – presieduto da Massaoud Barzani. Dati importanti questi che, incrociati con la recrudescenza della violenza in Turchia, ha spinto Ankara ad agire e reagire. I servizi segreti turchi cominciano nel 2012 a stabilire un abbozzo di dialogo con il prigioniero di Imrail. Un mese dopo, tre Parlamentari del Partito per la Pace e la Democrazia (PDP, partito Curdo riconosciuto da Ankara) incontrano Ocalan per tre volte per negoziare un cessate il fuoco. Il “processo di Imrail” diventa il “processo di Pace”. A differenza dei precedenti fallimenti, l’annuncio di Abdullah Ocalan fa parte di una road map predefinita, e non è che una prima fase di tale disegno. Ankara ha dato a Ocalan l’opportunità di esprimersi in come portavoce del Movimento Curdo, anche se, è da notare che il capo ribelle non ha definito nessun calendario per il ritiro dei suoi guerriglieri. Da parte del Governo, il Primo Ministro turco, che ha dichiarato essere pronto a “mandar giù una pillola amara” pur di arrivare alla Pace,  ha già fatto togliere le misure restrittive che ponevano Ocalan in isolamento. Recep Tayyip Erdogan ha anche depositato in Parlamento un pacchetto di leggi che sancirebbe la liberazione di centinaia di curdi incarcerati per il loro legame con il PKK. Ma il mistero avvolge sui reali cambiamenti  di cui vorrebbe far beneficiare le popolazioni curde: posizione della questione etnica nella Costituzione, decentralizzazione del potere e insegnamento del curdo in Turchia sono solo alcuni dei problemi da affrontare. Qualcuno si chiede anche quale possa essere la reale influenza di un uomo di 63 anni, imprigionato da 14 e le cui tesi marxiste-leniniste appaiono oggi superate in una Turchia globalizzata. Certamente Ocalan non ha che da guadagnarci nel porsi come importante personalità in seno alla sua comunità. Ma se mantiene quest’aurea simbolica, ha perso forza e non controlla più il braccio armato del PKK. Dalla retrovia di base in Iraq, il Capo del comando militare dell’Organizzazione, Murat Karaylan, ha tuttavia dichiarato che avrebbe rispettato l’appello. Il problema vero viene dalle opposizioni nazionaliste e kemaliste, che, rispecchiando parte dell’umore dell’opinione pubblica turca, sono insorte contro ogni tentativo di apertura verso il PKK.

Il gesto storico di Receip Tayyip Erdogan potrebbe non essere del tutto disinteressato. Obbligato a lasciare il suo incarico nel 2015, il Primo Ministro islamista, accusato di autoritarismo, vorrebbe vedere  attuata la riforma della Costituzione del suo Paese per poter rafforzare i poteri del Presidente, carica che vorrebbe fare sua con le elezioni previste per il 2014. Non sono pochi gli osservatori che hanno esternato la loro preoccupazione sulla possibilità di uno scambio tra il riconoscimento della causa Curda e un sostegno ad un futuro regime presidenziale. Per questo, l’appoggio di 36 deputati del BDP curdo al Parlamento turco non è da sottovalutare. Ma la Pace Curda non è solo politica. Un possibile regolamento del conflitto in Turchia fa nascere la speranza di estendere il miracolo economico turco fino alle zone curde del sud-est dell’Anatolia, che subiscono da più di 30 anni gli effetti devastanti della guerra. La rinascita del commercio con la zona di confine con l’Iraq, soprattutto con la regione autonoma Curda del nord di questo Paese ricco in petrolio, farebbe bene alle zone curde della Turchia. Ci sono moltissime sfide da raccogliere lungo il cammino che porta alla Pace, dai diritti fondamentali della popolazione (tutta) alle questioni politiche ed economiche, ma le autorità turche questa volta devono dare un seguito costruttivo all’impegno preso nei giorni scorsi. 

© Rivoluzione Liberale


CONDIVIDI