La decisione di Napolitano di nominare due gruppi di  “saggi” per cercare di sciogliere i nodi intricatissimi, di una crisi che sembra irrisolvibile, evidentemente non può che essere correlata alla circostanza che, nel semestre bianco, non può sciogliere le Camere. Di fronte all’irrigidimento, ciascuno nelle proprie posizioni di principio, da parte dei tre Gruppi maggiori, che siedono in Parlamento, probabilmente il primo istinto è stato quello di dimettersi per accelerare le procedure di elezione del successore.  Nel corso di una non facile notte, deve aver temuto che, sul piano internazionale, una tale decisione, sarebbe stata interpretata come un ulteriore manifestazione della gravità della crisi politica del Paese, con effetti negativi sui mercati finanziari. La decisione di nominare le due commissioni, risponde quindi esclusivamente alla necessità di prendere tempo, offrendo alle forze politiche, in esse rappresentate, un luogo riservato nel quale proseguire il dialogo, apparso bloccato ad un punto morto.

Bersani, dopo aver invano ricercato una qualche intesa col M5S ed aver insistito, come un disco rotto, nel rifiuto di qualsiasi colloquio col PDL, si è trovato di fronte ad un vicolo cieco, che ne ha determinato il fallimento. Doveva consumarsi fino in fondo il suo tentativo, per poter aprire, finalmente, una nuova fase di confronto all’interno di un PD, quanto mai diviso.

Grillo, attanagliato dalla paura di assumersi concrete responsabilità e di fronte al rischio di registrare spaccature all’interno dei propri raccogliticci Gruppi parlamentari, si è chiuso in un isolamento assoluto, che ha rivelato in pieno  la immaturità democratica del suo Movimento.

Il PDL, pur avendo offerto disponibilità per una maggioranza di larghe intese, ha pagato caro il condizionamento costituito da un leader, che ne garantisce la compattezza ed il successo elettorale, ma che si rivela un obiettivo ostacolo per il dialogo con le altre forze politiche.

Nessuno presterà eccessiva attenzione alle dotte discussioni dei due gruppi di saggi al lavoro, né alle relative proposte. Il tempo disponibile verrà utilizzato per concordare, all’interno e tra le forze politiche, la scelta della personalità da eleggere per il prossimo settennato al Quirinale. Se il centro sinistra deciderà di chiudersi in se stesso, limitandosi a un’intesa con i montiani di Scelta Civica e a cercare la ventina di voti necessari alla maggioranza tra i grillini disponibili, il Parlamento si trasformerà in una Corea ed il Governo, che dovesse nascere, non avrebbe la maggioranza per andare avanti. L’unica strada sarebbe quindi quella delle elezioni immediate.

Raccogliendo, invece, l’implicito suggerimento del Capo dello Stato, si     potrebbe aprire una fase di costruttivo dialogo nell’interesse del Paese, cominciando dal far convergere un largo consenso su un unico candidato di garanzia per il Colle, che potrebbe essere eletto sin dal primo scrutinio, come avvenne per Cossiga. Questo consentirebbe di costituire un Esecutivo istituzionale o di larghe intese, che, in un lasso ragionevole di tempo, potrebbe approvare alcuni provvedimenti economici urgenti. Inoltre basterebbe una legge di un solo articolo, che abroghi quella attuale e riporti in vigore la precedente, per raggiungere, intorno al complesso problema della riforma elettorale, un compromesso accettabile.

Si potrebbe andare quindi a votare tra un anno, contemporaneamente alle Europee, con una situazione meno rischiosa sul piano finanziario. Le forze politiche avrebbero il tempo per una riflessione complessiva e per riconciliarsi con l’elettorato, avviando implicitamente il necessario ridimensionamento del Movimento protestatario di Grillo. Anche i liberali potrebbero finalmente compiere lo sforzo di riunirsi e presentarsi agli eventuali alleati ed agli italiani in modo più consistente, forti di una proposta di cambiamento, finora rimasta inascoltata, ma che finalmente potrebbe  trovare una larga condivisione.

© Rivoluzione Liberale

 

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