La questione dei 5 dei 12 ettari del Parco Archeologico di Sibari colpiti dall’alluvione del 18 gennaio non è ancora stata risolta, nonostante le denunce della Soprintendenza, gli appelli e i fondi stanziati (4 milioni di euro). A seguito dell’esondazione del fiume Crati e del suo affluente di sinistra Coscile, uno dei siti archeologici più importanti d’Italia vive giorni difficili.

Lì hanno sede tre città più o meno stratificate: Sybaris, città achea fondata nel 730-720 a.C., rinomata per floridezza leggendaria e tendente a mollezza ed eccessivo fasto; seguita nel 443/2 a.C. da Thurii, colonia panellenica voluta dallo stratego ateniese Pericle successiva alla distruzione dopo la guerra contro Crotone; la colonia romana di Copia del 192 a.C.

Vi sono inoltre i resti di un insediamento enotrio del Bronzo Medio (XI secolo a.C.) e capanne dell’età del Ferro (XII secolo a.C. ca.), con la relativa necropoli in contrada Macchiabate, da cui provengono numerosi reperti ceramici, statuette in terracotta, vasi, armi e oreficeria.

Apparentemente lo scenario è simile a quello del lontano 510 a.C., quando gli abitanti di Crotone, vinta Sibari, la inondarono facendo intenzionalmente deviare il letto del fiume Crati. Malauguratamente la storia si ripete per vie naturali: nel 2008 era già avvenuta un’inondazione.

Questo perché non sono state prese le dovute misure nel territorio calabrese, a elevato rischio idrogeologico. Così pesanti accuse vengono alzate. Si ipotizza il reato di omissione di atti d’ufficio, in quanto il sindaco di Cassano allo Jonio (sotto il cui comune si trova il territorio considerato) Gianni Papasso chiedeva da lungo tempo urgenti sopralluoghi e interventi.

Ad ogni modo, la burocrazia certo non aiuta situazioni simili, quando 5 milioni erano stati stanziati per l’area archeologica della Sibaritide nell’ottobre scorso (mai arrivati) e ora 4 per sanare il disastro. Si parla poi di agrumeti che impediscono il normale deflusso d’acqua e di costruzioni abusive.

L’ultimo episodio ha visto l’impianto drenante (l’area era stata infatti luogo di bonifica negli anni ’50) sommerso e quindi non funzionante, in unione alle falde acquifere il cui livello è salito a dismisura. 200 000m³ di acqua ne sono stati il prodotto. Una volta prosciugata l’acqua, sono rimasti 10/15cm o più di fango su pietre e mosaici, per la cui integrità si teme. Essi appunto vanno con grande attenzione ripuliti dal fango che deve rimanere umido, onde evitare ulteriori danni ai reperti.

La messa in sicurezza è d’obbligo per un’area in cui l’ultima sagomatura dell’argine sembra risalire al 1954 e il futuro appare abitato da episodi l’uno uguale all’altro, nella piena incapacità umana di porre fine a condizioni di precarietà. È sufficiente leggere il rapporto ENEA (Energia e Ambiente) registrante il dissesto idrogeologico che vede la zona scendere annualmente di quasi 3 millimetri sotto il livello del mare.

Il Professor Settis, archeologo e storico dell’arte, fra gli altri, scende sul piede di guerra, affinché venga messo in sicurezza il luogo. Non farlo vorrebbe dire non venire incontro alla popolazione locale della zona Lattughelle, ma soprattutto mancare di rispetto alla nostra identità, se ancora rappresenta qualcosa per noi.

© Rivoluzione Liberale

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