Liberalismo e democrazia dovrebbero essere le facce di una stessa medaglia, dello stesso Stato. Come sottolinea Benedetto Croce, “non bisogna dimenticare che il liberalismo disgiunto dalla democrazia inclina sensibilmente verso il conservatorismo, e che la democrazia, smarrendo la severità dell’idea liberale, trapassa nella demagogia e, di là, nella dittatura”.

L’impasse politico-istituzionale in cui versa l’Italia in questi giorni segna una profonda crisi della democrazia – la cui forza risiede nella maggioranza numerica – e denota l’incapacità delle diverse forze politiche di mettere in moto una vera rivoluzione liberale. Si tratta di una situazione complessa dalla quale “se ne esce solo con un’assunzione di responsabilità”, come ha ammonito più volte il Capo dello Stato.

Il liberalismo come disciplina del dialogo e del buon senso, come integrazione costruttiva tra diverse forme di pensiero, stenta a decollare. Trionfa la “tirannia della maggioranza”, una maggioranza a lungo ricercata – in questi giorni di lungo lavoro alla ricerca di un sostegno “certo” sul quale impiantare il nuovo governo – ma che non riesce a costituirsi proprio perché mancano delle carte liberali essenziali per la risoluzione dei conflitti: dialogo e buon senso da parte di tutti. Le diverse forze politiche in campo, al di là delle buone intenzioni di trovare un’intesa – abilmente manifestate di fronte al Capo dello Stato – rimangono all’interno delle loro roccaforti e più che dialogare per formare un governo di cui il Paese ha urgente bisogno mirano a difendere i loro particolari interessi proponendo delle negoziazioni, più che progetti di ‘larghe intese’.

Sono tanti i nodi da sciogliere e come al solito sono tornati tutti nelle mani di Giorgio Napolitano che con le due commissioni di ‘saggi’ sta cercando di salvare l’impossibile. L’operazione “ricognitiva” affidata agli esperti dovrebbe individuare i punti di ‘non contatto’ tra le diverse forze politiche, in pratica ciò che impedisce il dialogo e quindi l’intesa; prefigurare delle soluzioni in campo economico e sul piano sociale per uscire dalla crisi; ed infine mettere sul tavolo le riforme politico-istituzionali di cui l’Italia ha urgente bisogno, prima fra tutte la riforma elettorale.

Dopo sette anni – ha dichiarato il Presidente – sto finendo il mio mandato in un modo surreale, trovandomi oggetto di assurde reazioni di sospetto e dietrologie incomprensibili, tra il geniale e il demente”. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, riflettendo sugli sviluppi di questi giorni con il Corriere della Sera, afferma di sentirsi “lasciato solo dai partiti” e definisce questo come “il momento peggiore del suo settennato”, anche a causa delle dure critiche che le diverse forze politiche hanno rivolto alla sua scelta di un doppio comitato di specialisti, incaricati di “formulare precise proposte programmatiche” che siano in grado di divenire “in varie forme oggetto di condivisione da parte delle forze politiche”. I due gruppi di esperti sono stati incaricati di formulare una sorta di “quadro sinottico” dei problemi da risolvere e Napolitano sottolinea di non averli mai definito “saggi”: le due commissioni di esperti lavoreranno al massimo 8-10 giorni ma non si tratta di un nuovo Parlamento, o ancor peggio di un governo improvvisato, formulato direttamente dal Quirinale.

In merito alla scelta di non dimettersi la motivazione risiede nella volontà di garantire un elemento di continuità, anche perché dovendosi limitare alle risultanze degli ultimi colloqui con le diverse forze politiche il Presidente dichiara: “Sono conclusioni che fanno disperare della possibilità di governare questo Paese”. Nonostante le innumerevoli difficoltà, l’intenzione del Capo dello Stato è quella di garantire una certa “tranquillità” al Paese, assicurando ai cittadini che “lo sforzo continua”. Napolitano conferma così la solidità del suo settennato ispirato a “dare agli italiani un senso di comunità e di unità” e cancella definitivamente il progetto di dare le dimissioni.

In questo frangente così burrascoso e troppo poco prospettico, l’oggetto della riflessione democratica, ossia chi debba avere il potere nelle proprie mani, è il principale nodo da sciogliere. L’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, in particolare, sembra essere il fulcro della contesa. Di certo il Quirinale non può rappresentare un “salvacondotto” berlusconiano – come ribadito da Bersani al Capo dello Stato – ma l’Italia non può più aspettare: “Va dato un governo al Paese”, ha più volte ripetuto il presidente della Repubblica che, nel contempo, ha ribadito l’urgenza di un esecutivo “credibile” come clausola per uscire dalla crisi, nonché bigliettino da visita sui mercati internazionali.

Il congelamento dell’incarico al leader del Pd cela la volontà di evitare il ‘muro contro muro’ da parte di Napolitano, e non è escluso “un governo del Presidente” che il Pd sarà chiamato ad accettare dimostrando il proprio senso di responsabilità; sull’altro binario, invece, il presidente Napolitano cercherà di far capire al Cavaliere che è necessario alleggerire la linea per evitare di ritrovarsi un nuovo Presidente “nemico” votato a colpi di maggioranza.

Senza un governo il sistema politico-istituzionale è bloccato; la democrazia liberale è bloccata, è asfittica. In una liberal-democrazia c’è bisogno di un Parlamento e di un governo e anche se la vitalità del Parlamento è di fondamentale importanza per assicurare al Paese le riforme essenziali, l’esistenza di un governo migliora, senza dubbio, le funzionalità dell’assemblea degli eletti.

Per formare un nuovo governo servono i numeri ma occorre sottolineare che l’intelligenza di un governo risiede nella qualità dei legislatori e non nel numero che li sostiene. Il presidente Napolitano ha cercato di risolvere la questione affidando a degli esperti l’analisi della situazione, denunciando, in questo modo, la mancanza di lungimiranza da parte delle forze politiche in campo: quest’ultime, concentrate sulla spartizione del potere, finora hanno generato esclusivamente un’assoluta instabilità del potere legislativo, decisioni arbitrarie, conformismo delle opinioni e, per finire, una vuota assenza di uomini ragguardevoli sulla scena politica.

Come sostiene il padre liberale Alexis de Tocqueville (1805-1859) il potere è sempre negativo e il problema principale non riguarda l’identità di chi detiene il suddetto potere, quanto le modalità attraverso le quali controllarlo e limitarlo. Il buon governo non è la risultante del numero delle persone che lo possiedono ma del numero delle cose che è loro lecito fare. La Costituzione, in particolare, pone dei limiti all’autorità del governo e rappresenta la suprema garanzia dello Stato di diritto.

Il costituzionalismo è liberale e la democrazia si svolge all’interno della cornice costituzionale, ciò che unisce, in un unico quadro, democrazia e liberalismo. La costituzione moderna, un contratto scritto sul riconoscimento e le garanzie dei diritti e – funzionalmente alla tutela di questi diritti – sulle allocazioni dei poteri pubblici, garantisce, realmente e idealmente, lo status di individuo ‘libero’.

In questo contesto il ligio rispetto della Costituzione – seppur bisognosa, anch’essa, di cambiamenti – del presidente dello Repubblica, il suo rigido attenersi alle prassi istituzionali, denotano un saldo ancoraggio allo Stato di diritto e quindi alla tradizione liberale sulla quale la democrazia deve necessariamente fondarsi.

Le priorità da rispettare sono le seguenti: la difesa di alcune libertà individuali fondamentali tra cui la dignità sociale ed economica di tutti gli individui; il rispetto dell’uguaglianza di fronte al diritto; la sovranità dell’individuo posto, molto spesso, in secondo piano in nome degli interessi della maggioranza; diritti di cittadinanza più ampi; una legge elettorale che sia in grado di valorizzare la democrazia liberale ossia una forma di Stato che voglia garantire ai cittadini il massimo della libertà di scelta, evitando, nel contempo, situazioni di paradossale stallo politico-istituzionale come quella odierna. Si tratta di elementi pratici e di contenuto, e nel contempo di princìpi liberali, il cui naturale sviluppo è la democrazia.

La tradizione liberale rappresenta il presupposto storico della democrazia e lo Stato liberale, in particolare, rappresenta il presupposto giuridico di uno Stato democratico.

La democrazia, di certo, non dovrebbe aver bisogno di “badanti”, né tantomeno di guardiani o di arbitri, ma l’attuale impasse politico-istituzionale è troppo gravosa e dato che le forze politiche in campo non sono in grado di valorizzare le singole minoranze, combinando le diverse identità e mettendo magari in evidenza la produttività liberale dell’antagonismo, l’arbitro ‘super partes’ della Repubblica, l’arbitro istituzionale per eccellenza, ha messo in campo un’ampia azione di ricognizione per evitare che la nazione sprofondi nel baratro della stagnazione e della decadenza e auspicandosi, nel migliore dei casi, un risveglio liberale del nostro Bel Paese.

In un’ottica liberale la coesione politica e sociale è la risultante del conflitto che, come afferma lo storico e filosofo francese Marcel Gauchet, “è a suo modo produttore particolarmente efficace di integrazione e di coesione”. È proprio questa forza di coesione e di integrazione che manca all’attuale democrazia che deve quindi recuperare, necessariamente, la sua ‘forza liberale’.

In questo contesto si inserisce la crisi dei partiti dirigisti, totalitaristi e leaderisti che non fanno del gioco di squadra il loro motore ma, al contrario, affidano la politica a delle personalità. Il totalitarismo è inscritto nella genesi stessa della democrazia ed è considerato, in casi estremi, un’uscita di sicurezza di fronte a conflitti che non siano gestibili o altamente rischiosi per la coesione sociale. Occorre, invece, recuperare il valore del confronto, un principio liberale, vitale in democrazia; occorre spersonalizzare il più possibile il potere politico vincolandolo allo Stato di diritto, in pratica vincolando chi fa le leggi alle leggi che fa.

C’è bisogno di una democrazia liberale che concepisca un sistema politico in grado di essere anticipatamente critico dei rischi di decadenza (degeneranti e di involgarimento) insiti in una struttura politica non differenziata, monolitica e non plurale. Si avverte, oggi più che in altri periodi storici, l’urgente necessità di ‘una democrazia delle differenze’ – in pratica una democrazia liberale – che non dia corpo all’idea di democrazia come veicolo di appiattimento e vuoto egualitaristico ma che, al contrario, sappia immaginare una configurazione, anche giuridica, delle forme politiche all’altezza delle nuove dimensioni umane della convivenza democratica e liberale. Spetta inoltre all’individuo, quale suo dovere morale, recuperare una dimensione dignitosa dell’esistenza senza la quale – come intuiva il premio Nobel Albert Camus (1913-1960) – la libertà e la democrazia non hanno futuro e la democrazia, in particolare, rischia di trasformarsi in un affascinante scenario – la forma ‘astratta’ di uno Stato egualitario e deteriore – nel quale gli individui sono considerati, ugualmente, ‘mezzi’ e non ‘fini’.

 © Rivoluzione Liberale

 

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