Oggi il muro sembra particolarmente alto, insormontabile, quasi impossibile vederne la fine ed il principio. Ma poi sarà mai esistita una fine ed un principio del muro? Bah! Ammesso che esistano non li ho mai visti. Il muro è il muro, nessuno lo esamina, nessuno lo mette in discussione. Senza il muro il mondo sarebbe invaso dalla “nuova lebbra” e l’ordine e la felicità andrebbero a farsi friggere. Certo come primo incarico non poteva andarmi peggio, essere assegnato a fare la sentinella al comparto Est è molto dura. Il comparto Est del muro delimita la zona dove si sono spontaneamente concentrati i malati di “1776”; durante l’addestramento ci hanno spiegato che da quando esiste il muro tutti i lebbrosi hanno cominciato ad aggregarsi spontaneamente per codice di patologia. Non mi intendo molto di questa roba, ma è come se dopo la “Grande Divisione” la parte malata dell’umanità avesse deciso di continuare a vivere non più mischiandosi, ma auto-ghettizzandosi sulla base della propria malattia. La “nuova lebbra”, infatti, non colpiva il corpo deformandolo, ma deformava il pensiero unico in migliaia di modalità diverse fino a distruggerlo completamente arrivando a pericolose forme di deviazione. Quasi ognuna di queste modalità di manifestazione della “nuova lebbra” era stata codificata con un numero perché si temeva che anche solo pronunciare la classificazione della patologia potesse essere fonte di diffusione del contagio. Con il tempo nessuno sapeva quasi più quale fosse la corrispondenza tra il codice numerico e la sottospecie della “nuova lebbra” (anche se si vociferava che esistesse una tabella originaria ben custodita nel grande server) e si andava ormai per codice. I “1776” erano fra i più temuti, nessuno osava nemmeno guardarli in faccia; si vociferava addirittura che fossero riusciti, tramite riti immondi ed arcani, ad ipnotizzare delle sentinelle facendole impazzire e saltare il muro dalla loro parte. Se saltavi il muro dalla parte dei lebbrosi eri finito, contagiato, morto per sempre e per sempre lebbroso. Quando, due mesi fa, venni assegnato a questo incarico il mio brigadiere di picchetto (uno che sta sul comparto Est del muro da 32 anni! Un vero duro!) mi disse chiaramente che i “1776” erano una razza maledetta, bastarda e che sicuramente tramavano ancora per sovvertire l’ordine, abbattere il muro e diffondere la “nuova lebbra” in tutta l’umanità per riportarla al caos della democrazia. Insomma sorvegliare i “1776” era quanto di peggio potesse capitare ad un novellino di primo pelo come me. Ma, mi avevano fatto intendere, resistere qualche mese li mi avrebbe fatto prendere ottimi punteggi per una promozione a sentinella scelta.

Eppure oggi è una di quelle giornate dove il turno sembra non finire mai. La città vicino al muro ronza come sempre; l’ansimare delle migliaia di pedalanti che fanno girare la grande dinamo per produrre energia oggi sembra più fragoroso, fastidioso, sembra quasi che l’intera città respiri all’unisono al ritmo della loro pedalata senza la quale morirebbe in pochi istanti. E’ li che voglio andare dopo la promozione: a sorvegliare i pedalanti! Non c’è il rischio di entrare a contratto con la nuova lebbra ed i pedalanti hanno le funzioni cerebrali di tipo emotivo disattivate.

Mentre guardo la città e penso, un pianto richiama la mia attenzione dalla parte sbagliata del muro. C’è una bambina bellissima sotto il muro, piange a dirotto, sembra disperata, inconsolabile. Singhiozza e si dispera di continuo e la sua manina bianca e paffuta mi indica sopra il muro. La madre cerca di tirarla via, ma lei non sente ragione, si butta per terra e si dispera ancor più pestando il terreno. E’ una scena penosa, saranno anche dei malati e saranno anche pericolosi, ma come si può restare insensibili al pianto di una bambina. Mi guardo intorno e so di essere solo, non rischio di essere visto da altre sentinelle a quest’ora. Decido di farlo, anche se fosse una trappola finchè sto sul muro non rischio nulla. Guardo la madre con sguardo severo e le chiedo: “Ehi tu, lebbrosa! Non sai nemmeno far stare zitta quella piccola canaglia? Mi sta disturbando! Perché piange così?”. La madre sembra costernata, abbassa lo sguardo mentre tiene per le spalle la figlia recalcitrante, sembra quasi che sia più infastidita di me in questo dialogo. “Sentinella, la mia bambina piange perché vuol vedere e sapere cosa c’è al di la del muro ed io non so più come spiegare che a noi è proibito ciò! E’ una bambina tremendamente testarda!”. Rido fragorosamente ed in maniera sguaiata. “E che ti aspetti lebbrosa?! Che la vostra stirpe malata e maledetta produca generazioni ordinate ed ubbidienti? Sei nata dalla parte sbagliata del muro!” e continuo a ridere. “Ma se vuoi, se firmi l’abiura, puoi passare da questa parte e curarti unendoti ai pedalanti!”, la provoco sottilmente. “La tua bambina verrebbe con te e saprebbe cosa c’è al di la del muro.”. La donna mi guarda sprezzante ed afferra sua figlia per le spalle come per portarla via; “Non c’è nulla per noi, dietro il vostro dannato muro!”. Ma la bambina non si muove, non piange più. Ha il volto sporco di terra mischiata con le lacrime, ma i suoi occhioni azzurri e silenziosi puntati su di me sono peggio di una coltellata. Poi, ad un certo punto, si muove e va alla base del muro; da sotto una pietra raccoglie un fiore, un fiore vero come non se ne vedono dalla nostra parte. La bambina lo raccoglie e, tenendolo in mano, stende il suo dito ancora una volta verso di me. Il fiore è giallo, intenso, quasi accecante; assume ai miei occhi una dimensione dieci volte maggiori di quelle reali. Non so cosa fare, mi sono fatto trascinare in una situazione pericolosa: è proibito parlare con i lebbrosi ed ancor di più guardare fiori veri. Quel dito, quel fiore e quegli occhi mi puntano ancora, poi, dopo un attimo che pare un’eternità, la bambina mi chiede: “Cosa vedi sentinella?”. Non capisco se si riferisce al fiore o vuole ancora sapere cosa c’è dall’altra parte del muro. Immerso in questo dubbio mi volto e rivolto tra il fiore e la mia città, tra la parte malata e quella sana divise dal muro. Tra ciò che mi hanno sempre nascosto e ciò che mi hanno sempre insegnato. Ed è a quel punto che chiedo alla bambina: “Come ti chiami?” rendendomi conto di non averla chiamata, per la prima volta in vita mia, “lebbrosa”. Lei continua a tenere il dito puntato verso di me, con il fiore in mano e mi risponde: “Mi chiamo Libertà. Ma dimmi sentinella, cosa vedi?”. Quella domanda mi fa imbestialire, mi rende ogni attimo più fragile, più insicuro. “E tu Libertà, non vuoi sapere il mio nome?” rispondo per prendere tempo. “Il tuo nome non è importante per me. Tu sei sentinella ed anche se diventassi generale non ti apparterrai mai. A che ti serve un nome proprio!”. “Non è vero!”, urlo di frustrazione “Noi siamo veramente liberi, siamo liberi dalla paura, siamo liberi dalle scelte, siamo liberi dal crimine e dal tormento, siamo liberi dalla fame, voi siete schiavi della malattia, voi siete impuri!”. Sudo, ansimo, continuo a volgere lo sguardo ora alla città, ora al fiore. La bambina sorride ed il bianco dei suoi denti si miscela all’azzurro dei suoi occhi ed al giallo del fiore. E’ bellissima ed il suo dito rimane puntato verso di me. “Cosa vedi sentinella?”, mi chiede ancora una volta. Crollo a sedere spossato sulle pietre della mia postazione. “Non lo so più” rispondo, poi tolgo l’uniforme e scendo dal muro verso di lei. Do un ultimo sguardo verso la città, la vedo diversa. Adesso mi sembra nera, cupa, ostile, cattiva. Vedo già i miei ex colleghi correre verso di me per arrestarmi e mandarmi fra i pedalatori. Tutto è cambiato improvvisamente, la bambina mi ha stregato e la lebbra già si fa strada dentro di me. Ma quanto è dolce scender dal muro e sentire l’inebriante profumo del fiore offertomi da Libertà.

© Rivoluzione Liberale

 

441
CONDIVIDI

1 COMMENTO

Comments are closed.