Barack Obama riceverà a Washington, tra Aprile e Maggio, molti dirigenti politici mediorientali alleati degli Stati Uniti, tra i quali il turco Recep ayyip Erdogan e il Re Abdallah II di Giordania, dopo aver già ricevuto emiri e principi ereditieri di diversi Paesi del Golfo. Il suo Segretario di Stato, John Kerry,  sta, da parte sua, intessendo una fitta rete di contatti nelle zone calde del pianeta. Troppi interessi in gioco non rischiano di rovinare il loro gioco?

Lo scalo a Istanbul è stato per il Segretario di Stato americano l’occasione per capitalizzare il “colpo grosso” riuscito a Barack Obama alla fine del suo viaggio in Israele,  quando aveva ottenuto all’ultimo minuto che il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu  e quello turco Recep Tayyip Erdogan avessero un colloquio telefonico. I due uomini non si erano più parlati dal 2011 a seguito della morte di nove turchi l’anno precedente, morte causata dall’assalto delle forze israeliane di una piccola flotta diretta verso la Striscia di Gaza. Questo incidente ha portato a un forte deterioramento delle relazioni tra i due Paesi, un tempo partner strategici. Per iniziativa del Presidente americano, Israele ha accettato di fare le sue scuse ufficiali alla Turchia e di negoziare le indennità. Il Gabinetto di Netanyahu afferma di essersi sentito con Erdogan per confermare questo riavvicinamento con, soprattutto, un ritorno in sede degli ambasciatori dei due Paesi. Un funzionario americano ha ammesso però prima della partenza di John Kerry per la sua serie di incontri, che lo porteranno non solo in Medioriente, ma anche in Europa e in Asia, che Washington aveva qualche riserva sulle intenzioni di Ankara. Per gli Stati Uniti, un riavvicinamento con la Turchia permetterebbe a Israele di uscire dal suo isolamento diplomatico nella regione, mentre lo Stato Ebraico teme un dilagare del conflitto in Siria e si sente soprattutto minacciato dal programma nucleare iraniano. John Kerry si è peraltro rivolto a Teheran appena messo piede sul suolo turco. Se, da una parte, ha dichiarato che i negoziati dovevano andare avanti malgrado i pochi progressi registrati venerdì e sabato scorsi durante gli ultimi colloqui che si sono tenuti in Kazakistan, ha anche asserito che “non poteva essere un processo infinito”. Il Segretario di Stato ha però confermato la volontà di Obama di andare avanti con i negoziati malgrado le elezioni Presidenziali che si terranno a Teheran il 14 Giugno, fattore che avrebbe complicato il quadro inserendo molteplici incognite. Domenica, il Ministro israeliano per gli Affari Strategici, Yuval Steinitz, ha chiesto alle grandi potenze di fissare una data limite per persuadere l’Iran a cessare il suo programma di arricchimento dell’uranio. Richieste che non sembrano toccare minimamente la Repubblica Islamica dell’Iran. Anche l’argomento Siria è stato discusso da Kerry e il suo omologo turco, Ahmet Davutoglu, che hanno annunciato a breve un nuovo incontro degli “Amici della Siria”. Poco successo hanno avuto invece i tentativi del Segretario di Stato americano di sottolineare l’importanza del mantenimento delle frontiere aperte ai siriani che fuggivano alle violenze, in riferimento alle notizie (smentite dalla Turchia) secondo le quali centinaia di siriani erano stati espulsi in seguito ad alcuni disordini scoppiati in un campo di rifugiati. Ricordiamo che dall’inizio della rivota contro Bachar al Assad nel Marzo 2011, più di 1,2 milioni di siriani sono scappati all’estero secondo le Nazioni Unite. Fra loro, più di 250 mila sono distribuiti in 17 campi di rifugiati in Turchia. Kerry doveva anche incitare la Turchia a migliorare le sue relazioni con l’Irak, il cui Governo centrale teme di vedere la regione autonoma curda vendere petrolio ad Ankara senza rendergli conto. Tanta carne al fuoco, tanti buoni propositi e tante parole. Si arriverà ai fatti?

Per il momento Kerry, almeno per quanto riguarda il Medioriente, ha affermato, durante la sua tappa a Gerusalemme, che privilegiava una diplomazia “discreta” per tentare di rilanciare il processo di Pace, ma che non avrebbe ceduto alle decisioni precipitose per farlo avanzare. Se per Kerry  la Turchia è un attore importante per lo sblocco delle mediazioni sospese dal Settembre 2010, non sembra essere dello stesso avviso la Ministra per la Giustizia israeliana, Tzipi Livni, che si occupa dei delicati rapporti con i Palestinesi: “il processo politico deve svolgersi direttamente tra noi e i Palestinesi” ha dichiarato alla radio israeliana. Kerry, al termine della sua visita nei territori palestinesi e Israele, ha comunque riconosciuto che il fallimento del processo di Pace aveva condotto a molte “delusioni” e alla “sfiducia” tra Israele e Palestinesi e ha scartato l’ipotesi di una ripresa rapida dei negoziati, insistendo sulla necessità di un lungo lavoro di preparazione affinché questi abbiano qualche possibilità di arrivare ad una conclusione, ricordando che Barack Obama non lo aveva inviato lì per imporre o dettare un piano di Pace, ma per promuovere lo sviluppo economico nella Cisgiordania occupata. Kerry ha giudicato “costruttivi”  i colloqui avuti con Netanyahu, Abbas e il suo primo Ministro Fayyad, e ha salutato l’iniziativa di Pace del 2002 presentata della Lega Araba, definendola come “importante contributo al dialogo”. Ma i commentatori israeliani si mostrano pessimisti sulle possibilità di successo di Kerry, avendo la radio militare già diffuso la notizia che il Governo israeliano si rifiutava di presentare una mappa con segnato un futuro Stato Palestinese, richiesta da Abbas, o dei “gesti simbolici di buona volontà” per convincerlo a tornare al tavolo dei negoziati. Il Ministro per gli insediamenti, Uri Ariel, un colone membro del Partito nazionalista religioso  Focolare  Ebraico, ha escluso qualsiasi congelamento della colonizzazione. Il Presidente Palestinese, che aveva ricevuto Kerry a Ramallah (Cisgiordania), ha reiterato le sue esigenze per far si che riprendessero i negoziati: un congelamento della colonizzazione ebrea in Cisgiordania e a Gerusalemme Est e una ripresa dei colloqui sulla base delle frontiere del 1967, ossia prima dell’inizio dell’occupazione israeliana. Lo stallo sembra insormontabile.

Da una situazione a dir poco complicata verso un vespaio di ancora più difficile gestione. Kerry, dopo una breve tappa a Londra per una riunione dei Ministri degli Esteri del G8,  sta volando verso il Sud Est Asiatico, in questo momento “punta di diamante” della politica estera americana.  Washington sembra, per ora, controllare la crisi con la Corea del Nord nel migliore dei modi. L’aver rinunciato al collaudo del missile ICMB, nonostante le provocazioni continue da parte di Pyongyang,  è stata una mossa apprezzata da tutti, Putin compreso. Ma se si riuscirà ad evitare la guerra termonucleare minacciata dalla Corea del Nord, sarà per merito di chi? Cina o USA? In effetti sono loro i grandi protagonisti della politica estera in quella Regione.  Ban Ki -moon, in un colloquio telefonico con il Ministro degli Affari Esteri cinese, Wan Yi, ha dichiarato essere “fiducioso che la direzione cinese avrebbe fatto del suo meglio per contribuire a placare la situazione e aiutare Pyongyang a modificare il suo atteggiamento”. In fondo la Cina è il solo partner e il solo alleato della Corea del Nord, dilaniata tra la sete di “vendetta” verso i capitalisti guerrafondai (Seul, Washington, Tokyo) e la “fame” di riforme e di beni di consumo che solo Pechino può farle avere.

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