Nelle settimane scorse, a dire il vero per forse troppo tempo, l’Italia si è dedicata a ragionare e discutere riguardo all’ipotesi di dimissioni anticipate del Presidente della Repubblica rispetto alla scadenza del proprio mandato (per lasciare, in sostanza, strada libera a Bersani e/o Berlusconi…).

Probabilmente, però, bisognerebbe riconoscere che il tempo impiegato, chi in veste ufficiale e chi nelle discussioni tra amici, sia stato speso invano avendo in molti sottovalutato la determinazione e, soprattutto, lo spessore politico di Giorgio Napolitano.

Facendo un passo indietro, negli ultimi anni, in maniera marcata proprio nel settennato Napolitano, abbiamo assistito ad un progressivo cambiamento, sia simbolico sia nella essenza politica, del ruolo del Presidente della Repubblica. Assolutamente da rilevare, nella valutazioni, come la Costituzione non abbia visto modifiche nei nove articoli relativi alla massima carica dello Stato.

Nonostante il dibattito politico abbia affrontato, principalmente nel periodo della cosiddetta “Seconda Repubblica”, la tematica di una riforma presidenzialista (seppur con una azione poco incisiva e proprio per questo probabilmente basata su presupposti principalmente propagandistici con solo in subordine un vero sentimento riformista), non si è mai giunti a percepire come realmente raggiungibile una revisione costituzionale in tal senso. Gradita e promossa dalla destra berlusconiana è stata, fin qui, invisa alla sinistra ed al universo centrista e di conseguenza mai portata a termine o tantomeno, al netto della propaganda e delle forzature unilaterali, oggetto di approfondita discussione parlamentare.

Ironia della sorte, ci voleva un ex-comunista come l’attuale inquilino del Colle a legittimare tale (ipotesi di) riforma perchè, analizzando nella maniera più fredda e distaccata la situazione politica che stiamo vivendo, ad altra valutazione non possiamo arrivare se non quella che stiamo vivendo, “de facto”, in un contesto che potremmo paragonare, tranquillamente e perlomeno in considerazione del ruolo attivo di Napolitano, al semi-presidenzialismo francese.

Di fronte, quindi, ad una classe politica inadeguata tanto da necessitare un Governo “Tecnico” sul quale scaricare le colpe prima (per l’incapacità di assumersi le proprie responsabilità in vista di scelte impopolari) ed una sorta di baby-sitter ora (per l’incapacità di arrivare ad una mediazione di base per la costituzione del nuovo Governo e l’elezione del nuovo Presidente), il ruolo del Presidente della Repubblica viene, suo malgrado, esaltato tanto da divenire guida politica oltre che vero, probabilmente ormai unico, riferimento istituzionale.

Tale situazione è dovuta alle qualità di Napolitano, sempre più autorevole a livello internazionale, ma in buona parte alla debolezza ed alla scarsissima qualità della classe politica stessa che, ignobilmente, rifugge alle proprie responsabilità delegando al Presidente un ruolo, Carta alla mano, non suo.

 Abbiamo pertanto assistito, anzi stiamo vivendo in diretta, ad una riforma presidenzialista consolidatasi nelle prassi senza, di fatto, essere stata oggetto di un percorso legislativo.

A testimoniarlo, ce ne fosse ulteriore bisogno, la cosiddetta “moral suasion”, il potere d’influenza, esercitata da Napolitano e recepita come un vero vincolo condizionante e non più, come in passato, come dei richiami recepiti con fastidio ai quali dare risposte più che altro formali.

Il Presidente della Repubblica è via via passato dal proprio caratteristico ruolo di garante a vero protagonista attivo della politica italiana; buona sorte del Paese, riconosciamolo, tali poteri sono stati nelle mani del uomo giusto in termini di equilibrio ed onestà intellettuale.

In vista dell’imminente elezione del nuovo Presidente, però, qualora tali funzioni acquisite nel nome della prassi non venissero chiaramente esplicitate e regolamentate, si potrebbe trattare di un precedente pericoloso in quanto il successore (se non sarà Lui) potrebbe essere figlio (o figlia) di logiche di parte o di mediazioni al ribasso; non all’altezza, quindi, della gravità della situazione e, conseguentemente, del equilibrio necessario ad affrontare situazioni e problemi futuri.

L’Italia ha espresso, suo malgrado, uno dei presidenti che ha saputo meglio interpretare a livello europeo il presidenzialismo e le logiche di tale sistema. La destra si è ritrovata, senza meriti, il sistema che richiede da circa venti anni; la sinistra contraria a tale sistema, come sempre fonte ed ostaggio delle proprie contraddizioni, ha espresso tale alta figura che molti in Europa, ora, ci invidiano. Basterà questa situazione paradossale a spingere la classe politica ad affrontare seriamente e legittimare tale “ipotesi di riforma”?

© Rivoluzione Liberale

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