Durante i restauri, durati 11 anni e da poco conclusosi, delle Stanze Vaticane, è stato scoperto l’impiego di una tecnica esclusiva: la velatura a calce. Nella storia dell’arte essa appare solo in questo episodio, in quanto Raffaello Sanzio la inventò e fu l’unico a farne uso.

Si tratta di un ritrovamento sensazionale, ma è solo uno tra i tanti che hanno già avuto luogo e continueranno ad avvicendarsi. Il fautore del rinvenimento è Paolo Violini, il quale ha proceduto all’opera di restauro sulle tracce di tale procedimento, una volta trovate le prime prove nella Stanza della Segnatura e sullo scudo della Liberazione di San Pietro dal carcere. Proprio quest’opera presenta il 60% della superficie affrescale ricoperta dalla velatura a calce.

Il pontefice Giulio II aveva voluto che la decorazione dei propri nuovi appartamenti competesse esclusivamente a Raffaello, che fu impegnato dal 1508/1509 fino alla morte nel 1520 e a cui seguirono i suoi collaboratori. Solo le prime due stanze, quella di Eliodoro e quella della Segnatura con il trionfo della contrapposizione Vero – Bene nella Filosofia incarnata dalla rinomata scena della Scuola d’Atene, vedono il completo intervento di Raffaello. Le successive, quella dell’Incendio di Borgo trattante vicende riferite a papi di nome Leone (come Leone X, successore di Giulio II) e quella di Costantino con soggetto la vita del grande imperatore cristiano, hanno poco a che fare direttamente con l’artista, a parte disegno e poco altro.

È una fortuna che durante i rovinosi restauri per niente scientifici la tecnica non sia stata rimossa e riconosciuta come frutto dell’umidità, soprattutto considerata la nuova luce di cui ora può fare sfarzo. Del resto, la rappresentazione nella Stanza di Eliodoro ha come protagonista la luce stessa, per analogia potenza divina e protezione da parte di Dio.

L’affresco, da sempre riconosciuto picco del suo genio artistico, può solo far accrescere la meritata considerazione per l’artista. In esso è raffigurato un ciclo che consta di tre livelli temporali distinti e che presenta un contrasto considerevole tra quiete e movimento.

La luce naturale è presente nella luna che, nell’ultimo dei tre episodi, si svela nel passaggio all’alba, mentre la luce artificiale è data dalla torcia impugnata da uno delle guardie accortesi della mancanza del santo dalla cella. Ma è la luce soprannaturale dell’angelo dipinto due volte a sovrastare sia quella naturale che quella artificiale, riverberando sulle armature a testimonianza della maestria del maestro nel rendere l’effetto generalmente opaco.

Non è una scelta casuale quella di porre l’opera a capo dell’unica finestra della stanza come a confermare la protagonista pronta a investire chiunque la apra. La Stanza di Eliodoro ricopriva un ruolo di propaganda, poiché doveva testimoniare la benevolenza di Dio nei confronti della Chiesa, e proprio per questo motivo emergeva fin da subito tra le altre tre.

Nemmeno l’artista e biografo dei sommi artisti del Rinascimento Giorgio Vasari, che definiva gli uomini come Raffaello «dèi mortali», la nomina. La messa appunto del metodo è il risultato di una grande ricerca e abilità, tanto che il più piccolo errore è capace di compromettere l’intera opera e un immenso lavoro e conseguente fatica.Raffaello ha quindi ricercato ciò che gli permettesse di instaurare un’atmosfera soffusa, quasi onirica e di grande profondità prospettica.

Ora si può avere il privilegio di visitare le Stanze Vaticane osservando affreschi la cui concezione iconografica e il cui equilibrio delle scene sono il più possibile simili alla visione originale desiderata dall’artista. Sarà naturale un nuovo stupore, certo tuttavia non al pari di quello di Paolo Violini nello svelare nuovi dettagli con la paura, fortunatamente disattesa, di rovinare il capolavoro.

© Rivoluzione Liberale

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