Quando viaggiavo con Sandro Pertini (per i più giovani, preciso che fu Presidente della Repubblica dal 1978, e aveva 82 anni, al 1985, quando ne aveva 89) si passava talvolta il tempo giocando a scopone. Al Presidente piaceva tanto, ma non sapeva giocare. Gli uomini della scorta e i funzionari del seguito lo facevano vincere. Io, invece, ci litigavo perché volevo che imparasse a giocare e vincesse sul serio, non per compiacenza. E tentavo di spiegargli gli errori che commetteva e che non erano giustificati in un uomo della sua intelligenza.

I messaggi che allora provenivano dal palazzo erano esemplari. E, certamente, anche il popolo era migliore. Infatti, tutti cercavano di elevarsi per avvicinarsi a quei referenti, che erano mediamente personaggi semplici ma di grande spessore culturale e morale. E la gente al loro cospetto era in soggezione, perché incutevano rispetto. Erano considerati i miracolosi autori dell’escalation dell’Italia in Europa, gli artefici del boom economico, senza essersi, per altro, arricchiti. Sin da giovane Giuseppe Saragat – in esilio durante il ventennio fascista, era sempre vissuto in stanze in famiglia, con la moglie e due figli – sognava di avere una casa propria, anzi poter vivere un giorno in una villa, con giardino e le stanze da letto al primo piano. Se lo permise solo quando divenne, dal 1964 al 1971, Capo dello Stato. Avendo vitto e alloggio gratuito al Quirinale – raccontava – per sette anni misi da parte tutti gli stipendi che percepivo da Presidente della Repubblica. Due anni prima che finisse il suo mandato, Saragat consegnò quei soldi a un costruttore e accese un mutuo in banca. Quando lasciò il Quirinale, la casa confortevole che aveva sognato per oltre mezzo secolo era finalmente pronta. Ci andò a vivere con la famiglia della figlia, essendo la moglie deceduta molti anni prima.

Sandro Pertini, invece, non dormì una sola sera al Quirinale. Considerava la dimora più prestigiosa del mondo semplicemente l’ufficio. Preferì continuare a vivere in un appartamento di tre stanze, che aveva in affitto da tanti anni dall’ECA. Era l’acronimo di Ente Comunale d’Assistenza, nato nell’immediato dopoguerra e soppresso alla fine degli anni 90 perché inutile, non avendo più gli italiani bisogno di assistenza. Pertini mangiava in ufficio solo a pranzo. La sera tornava a casa per non lasciare sola la moglie, che, però, non sapeva cucinare. Per anni, infatti, il Presidente cenò con una tazza di caffellatte e qualche biscotto. Alla fine quell’abitudine era così radicata che la mantenne anche nelle cene ufficiali. Non toccava cibo per tutta la durata del pasto. Al dessert prendeva un cappuccino. Anche gli altri leader politici vivevano modestamente. I democristiani che risiedevano fuori Roma, quando venivano in Parlamento vivevano nei conventi, gli altri in pensioni molto economiche. Facevano pranzo e cena alla Camera o al Senato, dove al ristorante si pagava quanto in una mensa aziendale.

Durante i viaggi, in treno e più spesso in aereo, parlavamo continuamente Pertini e io. Si finiva spesso per litigare, polemici come eravamo entrambi. Ma ci stimavamo. Ogni tanto Pertini mi diceva: Non alzi la voce con me. Si ricordi che sono più anziano di lei. Allora ero io a offendermi. I nostri risentimenti duravano molto poco. Purtroppo non mi è più capitato di incontrare un uomo di tale spessore che pretendesse rispetto appellandosi solo alla maggiore età.

© Rivoluzione Liberale

Il brano è tratto dal libro di Roberto Tumbarello SI SALVI CHI PUÒ, un saggio divulgativo sulla Comunicazione. Secondo l’autore, comunicare è un’arte, ma anche un’esigenza di vita di cui chiunque dovrebbe avere qualche nozione per difendersi dalle insidie della società.

Per contenere il prezzo a soli 12 euro (spese postali comprese) il libro non si trova nelle librerie. Si può ordinare inviando un’email a info@edizioniradici.net, telefonando allo 0773 280474 o visitando il blog www.sisalvichipuo.net

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