Il freddo che fa stamattina è assolutamente anormale, oltre che ad essere palesemente fuori stagione. Sembra quasi che Dio abbia messo l’intero Polo Sud in bocca ed abbia deciso di soffiare solo sulla nostra città. Ho un appuntamento fra mezz’ora e sono quasi arrivato, ma non esiste un dannato posto dove possa rifugiarmi dal freddo nell’attesa; accidenti a me ed alla mia mania di arrivare sempre in anticipo.

Guardandomi intorno vedo un riparo, ma farei bene a farmi subito passare dal cervello la balzana idea di utilizzarlo. Si tratta del portico d’ingresso di Villa Kiarlòs, una villa gentilizia di inizio ‘900 che sin da bambini ci è stato detto di evitare accuratamente perchè nessuno di quelli che vi è entrato è mai uscito sano di mente o, peggio ancora, vivo.

Quando ero bambino mia madre, certamente per spaventarmi e non farmi bighellonare nella zona, mi raccontava che li dentro viveva Kostas Kiarlòs un giovane greco ultimo discendente della sua famiglia, che era scappato dal suo paese quando proprio li era iniziata la rivoluzione dell’Alba Dorata. In giro si vociferava che il giovane Kostas fosse un pericolosissimo uomo libero e che, quando Alba Dorata conquistò il mondo intero, fosse ricercato dalla Milizia in mezzo mondo come agitatore e sovversivo.

Eppure non avevo mai visto nessuno azzardarsi ad entrare li dentro, nemmeno la Milizia e loro non potevano di certo avere paura di un singolo uomo, che per giunta ora avrebbe dovuto avere almeno 80 o 90 anni. Secondo me era tutta una colossale balla per spaventare i bambini e tenere lontani i curiosi da quel posto. Non mi sarei stupito se il reparto speciale “Grillen” della Milizia, specializzato in comunicazione sostenibile, avesse messo in giro quella voce per fare di quell’edificio una base segreta senza spendere un centesimo per proteggerla. Quale che fosse la verità nessuno, da quando ho una memoria autonoma, si era mai azzardato a varcare la soglia di Villa Kiarlòs che pure era sempre stata spalancata e senza cancello alcuno.

Ho deciso che sono abbastanza grande per credere alle storielle degli spettri e che sono sufficientemente vecchio per buscarmi un malanno se resto ancora mezz’ora qui fuori ad aspettare. D’altra parte devo solo ripararmi dal vento gelido sotto il portico e non certo bussare alla porta. Ammesso che esista un padrone di casa non credo se ne avrà a male se faccio un po’ di compagnia ai suoi macilenti pilastri mentre aspetto il mio tempo.

Il portico è maestoso e non pensavo, vedendolo sempre dalla strada, che si fosse conservato così bene, decido di appoggiarmi sul pilastro alla sinistra del portone d’ingresso, qui il vento arriva molto debole e mi sento perfettamente riparato pur avendo un ottima visuale sulla strada; sembra quasi che pure il freddo abbia paura anche solo di passare in questa vecchia dimora.

Guardandomi intorno mi accorgo che il grande portone in legno non è perfettamente chiuso e, con mio grande stupore, sento l’irrefrenabile impulso di guardare dentro. E’ come se quella dannata porta mi chiamasse. Non devo farlo, non devo entrare, non devo guardare. Anzi devo andare via subito ed al diavolo i malanni ed il freddo. Ma non posso, una parte del mio cervello sta costruendo ipotesi, immagini, situazioni. L’unico modo per metterlo a tacere è aprire quella porta e dare un’occhiata, solo una, veloce, e poi via. Ma che sto pensando? Cosa sto per fare? Devo essere completamente impazzito. Mentre cerco di dominare la mia curiosità, la mia mano è già sulla grande anta di legno e la sta scostando. Il cigolìo è un vero e proprio strazio amplificato che lacera ogni mia convinzione e conoscenza della fisica. E’ un rumore inumano, come se i cardini stessi volessero preannunciarmi la mia sorte in una lingua che non posso capire: la lingua arcana del terrore istintivo, la modulazione di suoni innominabili che solo le mie ghiandole surrenali comprendono mandando quantità massicce di adrenalina in circolo nel mio corpo. C’è ancora un piccolo pezzo del mio cervello che mi dice di andare via, ma infilo la testa oltre la porta, in un buio che nemmeno nel sonno ho mai percepito, un buio denso, umido, un buio che nemmeno l’immaginazione riesce a squarciare.

Tic, tac, tic, tac. C’è un orologio che cammina, deve essere una pendola, una grande pendola per come si sente in maniera nitida. Eppure il ritmo del ticchettare è troppo veloce per appartenere ad una pendola, sembra più un orologio da taschino come quelli che si usavano proprio agli inizi del ‘900. Devo essere completamente impazzito, se fosse un orologio da taschino per sentirlo in questo modo dovrei averlo ad un centimetro dalle orecchie.

Tic, tac, tic, tac. “C’è Qualcuno?”, dico a voce alta cercando di vincere la mia paura, “La porta era aperta e stavo cercando riparo dal freddo, vado via subito” e mi accorgo di essere completamente avvolto dal buio, sono in mezzo al buio. Non è possibile! Dovrei vedere lo spiraglio di luce che entra dalla porta pochi centimetri dietro di me, non l’ho sentita chiudersi, non ho sentito quel rumore d’inferno, non ho sentito nulla e sono in mezzo al nulla.

Tic, tac, tic, tac. Ogni movimento di quell’orologio mi acuisce i sensi, mi fa scattare di terrore, ma è l’unica cosa che mi collega con i miei sensi, con il mondo reale della percezione. Sono paralizzato, non riesco nemmeno ad emettere un suono, il buio mi avvolge completamente, mi abbraccia e si estende anche alle mie facoltà fisiche; sento soltanto quel maledetto orologio: Tic, tac, tic, tac. Ora, improvvisamente, è cessato anche il ticchettìo. Sono solo, cieco, sordo, muto e disperso in una dimensione dove non sento nemmeno più il tempo scorrere. Mi passo le mani addosso, sono nudo, tutto appiccicoso. Tic, tac, tic, tac. L’orologio ha ripreso a scorrere, vedo una luce bianchissima davanti a me e delle mani che si agitano freneticamente che provengono da essa. Vogliono afferrarmi! Deve essere la Milizia, mi sento risucchiare in un vortice tremendo, sono morto. Tic, tac, tic, tac.

Complimenti signora Italia, è un bellissimo maschio! Compilo subito il certificato di nascita. Oggi 2 giugno 1946 è nato….Come lo chiamerà signora?” “Voglio che sia…Libero”. 

© Rivoluzione Liberale

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