La crisi involutiva della classe politica italiana è sempre più sotto gli occhi di tutti. Passata, così pare, la fase dell’attenzione mediatica sugli scandali locali e nazionali, stiamo assistendo, periodicamente, a pubbliche dimostrazioni di incoerenza e di inadeguatezza da parte di quelle dirigenze di partito, da una parte così come dall’altra, che dovrebbero essere punto di riferimento valoriale e guida del Paese.

Ha raggiunto un livello sconfortante l’azione del Presidente del Consiglio preincaricato Bersani il quale, non essendo riuscito a dare una svolta al Paese non potendo esprimere una maggioranza di Governo ad oltre 50 giorni dalle elezioni, resta aggrappato, ormai con le unghie, alla propria posizione, traballante, di Governo così come di segretario di partito.

Seppur sia entrato in campagna elettorale contro le macerie della destra berlusco-leghista, partendo da un larghissimo consenso (più disaffezione dei moderati al centrodestra che non gradimento proprio consolidato, a dire il vero), ha affrontato e gestito la campagna elettorale quasi con strafottenza, quindi palese inadeguatezza, oltre che con assenza di visione di prospettiva. Imperdonabile errore aver prestato il fianco all’istrione, maestro di comunicazione, Berlusconi affrontato con inutile baldanza e sottovalutato come solo un dilettante poteva fare tanto da vedersi rimontare (basandoci sui sondaggi pre-elezioni) quasi 15 punti per giungere con il fiatone alla (non) vittoria elettorale, inizialmente data per scontata, ottenuta con un margine inferiore al mezzo punto percentuale.

Puntando, verosimilmente, sul cambio di casacca da parte di qualche grillino per ottenere la maggioranza al Senato (prassi becera nella Seconda Repubblica), non essendosi verificata questa situazione (anche grazie alla dignità istituzionale del Presidente della Repubblica che non ha favorito lo scenario di un Governo di minoranza che acquisisse col tempo i senatori) è infine restato ostaggio, almeno finora, di se stesso oltre che delle beghe interne al proprio partito.

Impegnato cocciutamente a tirare ad ogni angolo una coperta innegabilmente troppo corta, ormai impossibilitato dalle circostanze a riconoscere una evidente sconfitta, personale oltre che politica, il leader PD ha insistito per settimane, sul fronte del Governo, in una capricciosa rincorsa a Grillo tanto da subire l’umiliazione politica della nomina dei dieci “saggi” da parte di un Napolitano costretto ad inventarsi questo escamotage per sbloccare la situazione di stallo creata dalla miopia di Bersani e farlo così uscire dall’angolo nel quale si era cacciato.

Affrontando la partita per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, poi, difficilmente si può immaginare un capo di partito arrivare al punto di logorare la propria coalizione, lacerare il proprio partito, inimicarsi l’opinione pubblica favorevole solo per esprimere candidati graditi al proprio avversario politico (aspettandone in cambio il sostegno politico) il quale, cinicamente in vista di nuove elezioni, approfitta al meglio della situazione offrendogli un polpettone avvelenato che potrebbe portare al più inutile dei suicidi politici dell’era recente.

In tutto questo, a guadagnarci è ancora lui, Berlusconi, il quale, nonostante non venga ormai preferito neppure ad un pugno in un occhio dai partner internazionali dell’Italia che gli riconoscono credibilità ed autorevolezza pari a zero, dentro i confini nazionali pare si stia ricostruendo, per l’ennesima volta, l’immagine interpretando, questa volta, il ruolo del responsabile su Governo e Presidenza della Repubblica seppur abbia affrontato la campagna elettorale con argomentazioni e posizioni espressione del populismo e della demagogia più evidenti. Dimostratosi vero campione delle campagne elettorali è, in questa fase, capace di esprimere il meglio di sé nel temporeggiare e vincere, come un moderno Quinto Fabio Massimo, puntando al logoramento del avversario.

A margine delle difficoltà dei giorni nostri e dell’eterna lotta che vede da quasi venti anni Lui (Berlusconi) contro tutti gli altri stiamo assistendo, da tempo ormai, alle convulsioni politiche del fedele alleato leghista.

Ingarbugliati in una faida interna che vede, incurante del tracollo elettorale, il cannibalismo spietato dei “maroniani” far fuori i “bossiani” da ogni livello rappresentativo, sia interno al partito sia istituzionale, azzerando il confronto interno e quella elasticità verso il dissenso da sempre tollerata come valvola di sfogo nella gestione territoriale leghista, abbiamo visto in breve tempo i nuovi padroni del partito passare dalla teatralità delle scope verdi, evocate per fare pulizia secondo la tradizione politica pseudo-idealista d’immagine (in funzione anti-bossiana), all’espressione più cinica del partito di potere e di Governo. Enunciati, princìpi e dichiarazioni d’intenti sono stati accantonati, una volta portati a casa i congressi regionali e quello nazionale, da azioni che hanno reso evidente come la tanto decantata rivoluzione della Lega 2.0 non fosse altro che una lotta di potere.

Nel più classico dei “bisogna cambiare tutto per non cambiare nulla” il partito dei pen-ultimatum (c’è sempre un ultimatum per far dimenticare quello precedente) dopo la grande rivoluzione interna ed una serie lunga così di proclami… ha mantenuto il dispotismo interno di sempre e la stessa linea politica di sempre al fianco del alleato di sempre.

In conclusione una semplice riflessione. Ai nostri bambini in molti, fortunatamente, cerchiamo di trasmettere fin da piccoli una importante serie di valori tra i quali il “saper perdere” le piccole sfide quotidiane, rispettare chi vince (partendo dalla partitella a calcio per strada) ed affrontare con dignità le situazioni della vita.

Basandoci su quanto possiamo osservare, però, la quasi totalità della classe politica italiana dimostra di non saper fare qualcosa di più importante, forse l’unica cosa più importante del “saper perdere”: “saper vincere”, mantenere i piedi per terra e rapportarsi con umiltà alla vittoria piccola o grande che sia.

© Rivoluzione Liberale

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