“ La Corea del Nord deve impegnarsi a rispettare la denuclearizzazione della Penisola coreana”. La Casa Bianca ha dichiarato lunedì scorso, in una conferenza stampa tenuta dal suo portavoce Jay Carney, che le condizioni per la ripresa del dialogo con la Corea del Nord rimanevano inalterate, dopo che il capo della diplomazia americana, aveva suggerito dal Giappone che altre vie potevano essere esplorate, mostrandosi troppo ‘accondiscendente’ agli occhi dell’Amministrazione Obama.

Washington ha spesso ribadito che avrebbe parlato con la Corea del Nord solo nel quadro di un negoziato sulla denuclearizzazione, negoziato  al quale dovevano partecipare sei Paesi – le due Coree, gli Stati Uniti, la Cina, il Giappone e la Russia. Il governo di Pechino viene generalmente considerato come il più vicino all’imprevedibile Pyongyang e l’unico ad avere la possibilità di influenzare, seppure in minima parte, il regime nordcoreano. Per questo motivo i capi della diplomazia cinese e americana, il Consigliere di Stato Yang Jiechi e il Segretario di Stato John Kerry, avevano dichiarato, il sabato precedente a Pechino, essere d’accordo per lavorare insieme. “Affrontare il problema nucleare in Corea serve gli interessi di tutte le parti”, ha dichiarato Yang, promettendo che Pechino avrebbe operato in questa direzione in accordo con altri Paesi, tra i quali gli Stati Uniti. “Il momento è critico”, soprattutto di fronte al “problema” creato dalla situazione tesa nella Penisola coreana, aveva dichiarato poco prima Kerry davanti al Presidente cinese Xi Jinping. Kerry si trovava a Pechino per tentare di convincere le autorità cinesi ad alzare la voce, una volta per tutte, nei confronti della Corea del Nord. Primo passo, arrivare a recuperare il difficile rapporto tra Seul e Pyongyang. Venerdì Kerry aveva diffidato Pyongyang a rinunciare a qualsiasi tiro balistico, mettendo in guardia il regime nordcoreano a non commettere “un grande errore”. Per quanto riguarda Cina e Stati Uniti, la prossima sessione del ‘dialogo strategico ed economico’ si terrà a Washington nella settimana tra l’8 e il 12 Luglio e prevede un largo ventaglio di campi bilaterali, regionali e mondiali di interesse economico e strategico a corto e lungo termine.  Se Cina e Stati Uniti fanno blocco contro Pyongyang, gli Stati Uniti da parte loro si sono detti “determinati a difendere il Giappone” che Pyongyang ha messo tra le prime vittime del suo fuoco nucleare. “Il Giappone è da sempre nel mirino del nostro esercito rivoluzionario e se il Giappone fa un minimo gesto di sfida, la scintilla della guerra lo toccherà per primo” ha assicurato l’Agenzia di Stampa nordcoreana KCNA in un suo editoriale. Il Giappone ha istallato dei  missili Patriot nel centro di Tokyo e intorno alla capitale ha dispiegato potenti mezzi di intercettazione, così come nel Mar del Giappone (Mare dell’Est per i Coreani). Tokyo può contare anche sull’appoggio dei missili americani istallati nell’isola americana di Okinawa (a sud del Giappone). Gli esperti giudicano poco probabile che la Corea del Nord miri deliberatamente al Giappone e sono convinti che la misure di protezione prese da Tokyo abbiano come obbiettivo principale quello di parare il fallimento di una prova di lancio balistico nordcoreano che, per problemi tecnici, cada per errore sull’arcipelago. Pechino e Washington unite contro Pyongyang. Tokyo armato fino ai denti. Ma non solo. Mosca e Washington intensificano gli sforzi diplomatici per risolvere questa crisi surreale.

Giovedì mattina, le autorità nordcoreane hanno fatto una dichiarazione difficile da interpretare. Il regime stalinista ha in effetti considerato “possibile’ un dialogo sincero con Washington, ma solo nel momento in cui avrà (Pyongyang) acquisito la capacità nucleare sufficiente per dissuadere gli Stati Uniti dal fare una guerra nucleare, a meno che gli Stati Uniti stessi non  abbandonino la loro politica ostile”. Pyongyang si pone quindi, nuovamente, come vittima ‘accerchiata’ dalla prima potenza mondiale e costretta da quest’ultima all’escalation militare. Questa dichiarazione arriva in un momento in cui la tensione rimane palpabile nella Penisola. Il Ministero nordcoreano per la Riunificazione ha annunciato che il Nord aveva respinto le richieste di alcuni industriali del Sud che desideravano recarsi nel sito industriale di Keasong, situato al Nord, ma sfruttato da gruppi sudcoreani. Le attività di questo importante polo industriale sono ferme dal 9 Aprile scorso per ordine i Pyongyang, e le società che vi operano desideravano verificare lo stato dei loro macchinari.  Soprattutto volevano portare viveri alle squadre rimaste sul poto. Situazione surreale quella della Corea del Nord, che fa parlare di lei per farneticazioni del suo Leader Kim Jong Un, ma della quale si dimentica la realtà di un popolo che muore di fame. La sua retorica maschera la realtà di uno Stato disfunzionale di 24 milioni di persone, sfinite dalla fame, dove 200mila prigionieri politici vivono in condizioni di privazioni estreme. Le minacce nucleari fanno scalpore, soprattutto per i titoli delle prime pagine, ma la questione dei diritti dell’uomo è fondamentale perché è il tallone d’Achille di Kim Jong Un. Assumere questo atteggiamento di grande capo militare è la sua unica salvezza, l’unico modo di farsi sentire da Seul e Washington, farsi prendere sul serio dai potenti. L’unico modo di mantenere la coesione del regime. Recenti informazioni arrivate dalla Corea del Nord a una ONG che si occupa di diritti umani nei Paesi con regimi totalitari (NKnet), fanno prova di una gravissima mancanza di cibo. Migliaia di cittadini sono stati mobilitati dal regime per le esercitazioni militari, privando le fabbriche di manodopera e esacerbando la penuria di derrate di prima necessità. Le Nazioni Unite hanno creato una Commissione d’inchiesta sui diritti umani in Corea del Nord. Un primo piccolo passo ufficiale.

Quello che rimane poco chiaro è come le grandi potenze che si sono messe in gioco in questa crisi, pensino poter negoziare con Pyongyan, imponendole condizioni. Questa strada potrebbero portare ad un effetto contrario. Mostrandosi disponibili al negoziato, dimostrano a Kim Jong Un che la sua provocazione funziona. Pyongyang non abbandonerà mai il suo programma nucleare, perché è il solo modo di farsi ascoltare. Forse sarebbe più costruttivo vedere Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud e Cina sedersi intorno ad un tavolo e trovare un modo per indebolire il regime di Pyongyang, molto meno solido di quello che vorrebbe far credere il suo dittatore. Kim ha potere sul regime, ma non il suo controllo totale. Ci sono degli altri funzionari che potrebbero accogliere positivamente l’idea di riforme. Questi potenziali competitori potrebbero creare instabilità, e le grandi potenze sedute a quell’ipotetico tavolo devono incoraggiarli e sostenerli. Se si riuscisse a far entrare in Corea del Nord libri, film e giornali ‘proibiti’ l’influenza di Pyongyang, che già poggia su basi fragili, si sgretolerebbe piano piano.

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