I problemi del nostro sistema sanitario sono tanti, forse troppi. Ad aggravarli maggiormente sono le spese esorbitanti, la maggior parte delle quali possono essere inserite nella lista degli sprechi. L’elenco è lungo, tanto che in dieci anni, precisamente dal 2000 e al 2010, la spesa sanitaria è passata da 69,3 miliardi di euro del 2000 a 110,6 miliardi di euro del 2010 (+60%). Le cifre sono state elaborate dal centro studi Sic Sanità in cifre di FederAnziani, il compendio che mette sotto osservazione i bilanci delle Asl, delle aziende ospedaliere, degli istituti di ricerca e le banche dati del ministero della Salute, delle Regioni e dei vari organismi che si occupano del comparto. Dal rapporto emerge, per esempio, che il ticket medio pro-capite è passato da 14,3 euro del 2009 ai 21,8 euro del 2011 (+53%). I cittadini ormai dal 2012 acquistano con i loro soldi il 50% dei farmaci (6,3 miliardi di euro) rispetto alla spesa sostenuta dal Ssn (12,3 miliardi di euro), mentre la spesa sanitaria media pro capite nazionale resta quasi invariata negli ultimi tre anni, da 1.782 euro del 2008 a 1.883 euro del 2010. Inarrestabile il trend in aumento delle attività cliniche e di laboratorio per tutte le branche specialistiche, arrivate alla somma stratosferica di un miliardo e 344 milioni di prestazioni eseguite nel 2009, pari a 22,27 per residente. Indignano, inoltre, gli sprechi elevati nei centri trapianti, che sono complessivamente 50 dislocati su tutto il territorio nazionale, con una media annuale di poco più di 60 trapianti per centro. Persistono infine gli sprechi per alcuni parametri di bilancio delle Asl tenuti sotto osservazione dal Centro Studi, ovvero pulizia e lavanderia, alimenti e mensa, utenze telefoniche, spese legali, riscaldamento e assicurazioni, che nel triennio preso in esame (2007-2009) hanno depauperato le casse dello Stato per circa 4,5 miliardi di euro in sprechi ingiustificabili. Appare evidente che il nostro sistema sanitario abbia bisogno di un epocale cambiamento all’insegna della sostenibilità. Si tratta di un percorso complesso che va a coinvolgere diversi aspetti dell’intero sistema.

Cosa fare?

Innanzitutto è necessario intervenire sull’omogeneizzazione delle spese per materiale e attrezzature (aghi, protesi, macchine pesanti, diagnostiche, mezzi di contrasto). Alcuni esperti propongono l’istituzione di un unico centro d’acquisto. L’attuale gestione degli acquisti non funziona, come dimostrano chiaramente i dati diffusi di recente dall’Osservatorio dei contratti pubblici, che ha messo sotto indagine le principali stazioni appaltanti operanti in ambito sanitario su tutto il territorio nazionale. Le cifre pubblicate si riferiscono alle elaborazioni dei prezzi di riferimento relativamente a dispositivi medici, farmaci per uso ospedaliero,  servizi sanitari e non sanitari individuati dall’ Agenzia per i servizi sanitari regionali (Agenas) tra quelli di maggiore impatto sulla spesa sanitaria complessiva. Da uno sguardo alla lista si scoprono alcune situazioni imbarazzanti: una siringa monouso dovrebbe costare tre centesimi, e invece Asl e ospedali la pagano un prezzo medio di sette centesimi (ma alcuni arrivano anche a 65). Anche se stiamo parlando di centesimi, c’è una differenza non trascurabile del 133,3% su ogni singola siringa. La stessa cosa accade anche per i farmaci. Per esempio, la levofloxacina, il principio attivo che serve a curare le infezioni, che ha un costo standard di 80 centesimi a flacone (500 mg) viene acquistata al quadruplo del suo valore reale: 3,22 euro per flacone, una differenza del 302,5%. Con la conversione alla sanità elettronica si possono tagliare gli sprechi e allo stesso tempo far crescere l’efficienza. Certificati, archiviazione di documenti, prescrizione dei farmaci sono tutti settori in cui la digitalizzazione può portare a lungo termine a un risparmio enorme di risorse. È la tecnologia che viene in soccorso della salute per un sistema sanitario futuro più sostenibile.

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