Luna: è così che si faceva chiamare. Aveva scelto questo nome perché le sembrava stupido prendere un nome qualsiasi, un nome che, come qualsiasi altro, sarebbe stato solo una bugia detta ad un bugiardo di passaggio a cui pochi euro vendeva il suo corpo per la strada. In fondo Luna le pareva adatto, quella forma sempre diversa sbiadita di notte che vedevi in cielo di notte che cos’era se non lei, lei che illuminava incerta e flebile il buio di tanti uomini persi.

Luna aveva 19 anni quando venne in Italia. Luna voleva andar via, via da quel posto dove pure sognare era follia. Il ragazzo che le aveva detto di precederla qui voleva sposarla, le aveva promesso una vita insieme, lontano dalla povertà, lontano dall’orfanotrofio dove era cresciuta. Le aveva detto che un suo amico aveva fatto fortuna ed aveva aperto un’impresa di pulizie ed era disposto a darle lavoro; lui avrebbe fatto il muratore ma doveva ancora sbrigare delle cose in patria. E come pegno d’amore le regalò il viaggio in Italia, il viaggio su quel traghetto che a lei, lei che non aveva mai visto il mare, sembrò la più grande e bella nave da crociera del mondo.

Durante quel viaggio Luna non si staccò mai dalla ringhiera che dava sull’acqua; guardava il mare ed il cielo e pensava che Dio fosse talmente bello e buono che ogni uomo poteva trovarlo nel blu che non saziava mai gli occhi, nel blu dove non c’era confine tra acqua e cielo.

E quando Luna arrivò a quell’indirizzo della città di mare dove il traghetto l’aveva lasciata trovò il suo destino, un destino dove non c’era nessun fidanzato, dove non c’era nessun lavoro, dove non c’era nessun Dio. Le vennero tolti i documenti, venne picchiata e stuprata per giorni e giorni e le dissero che avrebbe dovuto prostituirsi per pagare il debito del viaggio, il letto ed il poco cibo che le davano. Se solo si fosse azzardata a denunciarli alla polizia le dissero che avevano molti amici potenti e che non avrebbe mai più rivisto il sole. Giusto per farle capire che facevano sul serio, come se non fosse bastato tutto quello che le avevano fatto, dopo qualche giorno presero una sua compagna di sventura ed usarono le sue piante dei piedi come posacenere per un’intera serata solo perché aveva fatto pochi clienti quel giorno.

E così Luna era finita su quel pezzo d’asfalto a fare la vita, lei che voleva solo viverla. Ed invece si sentiva morta; un’anima straziata dentro la prigione di un corpo a gettoni, dentro quel maledetto involucro che tanti desideravano solo per pochi minuti ma che nessuno si era mai premurato di accarezzare e coccolare. Luna era una delle poche persone al mondo che sapevano cosa significava essere desiderati senza essere amati. Tutta la sua esistenza era una bugia; persino con se stessa. Per non impazzire del tutto e non finire schiava dell’eroina che molte sue colleghe usavano per sfuggire a quella bestiale realtà, aveva deciso di fare il “gioco della felicità”, un gioco che aveva imparato a fare nelle sue tristi giornate all’orfanotrofio appreso da “Polly Anna”, un libro che aveva avuto il permesso di leggere. Luna immaginava che ogni cliente fosse un principe che potesse portarla via da lì ed ogni volta che il “principe” la scaricava li dove l’aveva presa, lei pensava che era stata fortunata perché aveva sognato di scappare con un uomo che l’aveva abbandonata.

Ogni giorno che passava Luna aspettava i suoi principi, li amava, si donava loro e tornava al suo castello fatto da una sedia rotta e pieno di cani randagi che erano i suoi fedeli cavalli e con cui divideva il suo pasto fatto da un misero panino. Luna era nuda per la strada, spogliata della sua vita, della sua dignità, della sua libertà. Luna era una prostituta, una di quelle che per tutta una vita si vedono giudicate da un dito puntato addosso, una di quelle che un bambino guarda attonito dall’auto mentre la madre gli spiega che è una donna cattiva ed il padre annuisce mentre immagina di possederla di nascosto. Luna era il monumento all’ipocrisia di un popolo che pretende di definirsi libero mentre compra a buon mercato la schiavitù ed il silenzio di quelle come lei.

Finché venne il giorno che Luna incontrò il suo principe. Il sole stava per tramontare, fra poco sarebbe venuto il suo protettore a prenderla. E quell’auto si fermò. Era un uomo anziano come ne aveva incontrati tanti, ma negli occhi aveva qualcosa di diverso; aveva imparato a sentire l’animo degli uomini dai loro occhi e quelli che vedeva, in quel crepuscolo del giorno, non gli parlavano di istinto animale di accoppiamento. Si chiamava Ruggero e le raccontò che era vedovo e non era mai andato a prostitute; quel giorno tornava dall’ospedale dove gli avevano diagnosticato un male che gli dava pochi mesi di vita ed, appena vistala, aveva sentito l’impulso di fermarsi. Ruggero scoppiò a piangere improvvisamente e le prese le mani dicendole che non voleva morire e quelle mani fredde, ruvide ma gentili che per la prima volta la fecero sentire un essere umano furono per Luna la cosa più bella di tutta la sua vita.

Consolò Ruggero senza amarlo e gli chiese di lasciarla al Luna Park della città. Arrivati che furono, chiese a Ruggero di regalarle il suo cappotto, cosa che lui fece, e scese dall’auto. Non era mai stata al Luna Park ed aveva tutto l’incasso della giornata. Era scappata, sapeva di essere morta, morta come Ruggero, una morta che camminava ma che destava il desiderio degli altri. Indossò il cappotto ben stretto e, per la prima volta dopo tanto tempo, si sentì libera dalla sua nudità. Pagò il biglietto per una giostra a forma di nave e, per tre minuti, navigò con il pensiero in quell’immenso blu dove cielo e mare erano come Dio.

Comprò una bambola di pezza come quella che tanti anni prima aveva avuto all’orfanotrofio e dopo averla pagata vide una bambina accompagnata dalla mamma che piangeva indicando la sua bambola con il ditino. Nel Luna Park si diffondevano le note e le parole di una canzone che in quel momento in Italia aveva molto successo: “…cambierebbero le cose, T’immagini se con un salto si potesse, si potesse anche volare, se in un abbraccio si potesse scomparire….”.

Si inginocchiò davanti alla bambina porgendole la bambola e le disse “Ciao piccolina, lei si chiama Luna ed ha tanto bisogno di una mamma, vuoi essere la sua mamma?”. La bimba sorrise e fece di si con il capo. Luna guardò la madre che fece un segno di assenso e diede la bambola alla bambina, poi s’incamminò sparendo nel buio.

Luna dopo il blu del mare aveva trovato il nero dell’asfalto e della bestialità degli uomini. E nel nero dell’oblìo dal quale era venuta è scomparsa senza avere nemmeno il nero di un titoletto di giornale per la solita puttana trovata uccisa per la strada. Luna non c’è più, Luna che voleva andar via.

© Rivoluzione Liberale

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