Ogni paese è tenuto a fare i conti con la propria storia. Le rispettive classi politiche dirigenti hanno il dovere di muoversi, seppur tramite un certo tipo di elasticità e tolleranza che il gioco delle parti consente, con tale consapevolezza e nel rispetto dei limiti imposti dal buon senso.

Ogni tanto, però, capita il “più bravo”, quello che si crede furbo, disposto ad andare fuori sentiero alla ricerca di facile consenso ottenibile fomentando gli animi esasperati (in questo caso dalla crisi economica e dall’inadeguatezza della classe politica) e sfruttando, oltre il consentito, gli strumenti di propaganda a disposizione per aizzare la rabbia popolare, a volte non del tutto immotivata, contro qualcuno o qualcosa.

È di soli pochi giorni fa l’ultima (cronologicamente, in attesa delle prossime) esternazione infelice del capopolo Grillo il quale si sta, sempre più, ritagliando il ruolo di castigatore ribelle seguendo, parrebbe, una irresponsabile logica del tanto peggio (per l’italia) tanto meglio (per la sua politica) in una spirale di delegittimazione dello Stato e delle Istituzioni per mero tornaconto elettorale.

Premessa la piena legittimità di un’azione finalizzata alla denuncia della corruzione ed alla sensibilizzazione del cittadino verso le responsabilità del sistema o l’inadeguatezza della classe politica, ben diversa è la valutazione da farsi verso il mancato rispetto delle regole della democrazia parlamentare rappresentativa che porta a fomentare gli animi in una perversa logica che la piazza (reale o virtuale considerando tale internet e social network) possa prevalere (con prepotenza dettata dal clamore) rispetto agli organi costituzionali ed alle basilari regole democratiche.

Non nuovo a forzature basate su una certa intolleranza al confronto, al rispetto della controparte politica ed alla logica della rappresentatività (viene in mente la folle pretesa di un Governo monocolore 5Stelle basata sulla propria base elettorale, importante, ma assolutamente modesta rispetto a quanto richiesto, del 25,5%), madre di tutti gli scandali, questa volta, è stata la (ri)elezione del Presidente della Repubblica Napolitano in alternativa al candidato di Grillo Stefano Rodotà (a scanso di equivoci un uomo e politico rispettabile degno della candidatura) sostenuto dal nuovismo grillino seppur, diciamo così, proprio nuovo non sia. Oltre ad essere quasi coetaneo di Napolitano (80 anni, solo sette in meno del Presidente), infatti, stiamo parlando di un politico di vecchio corso (del quale non si mette in dubbio il profilo, ma se ne affronta la figura in rapporto ad un uso strumentale da parte del M5S) parlamentare per quattro legislature nazionali (dal giugno 1979 ad aprile 1994), eletto nel frattempo al Parlamento europeo nel 1989 (in carica fino al 1994) e Presidente del “Garante per la protezione dei dati personali” dal 1997 al 2005.

Già con questi riferimenti di base, la prima riflessione da porre quale punto fermo è che il nuovismo si dimostra fine a se stesso, se non vera e propria ipocrisia dettata da opportunismo; si tratti di Napolitano o si fosse trattato di Rodotà, infatti, siamo sempre di fronte a figure di notevole esperienza, provenienti, per di più, dallo stesso partito e, come se non bastasse, quasi coetanei.

Addentrandoci nello specifico di quanto avvenuto, poi, la rielezione del Presidente Napolitano ha ottenuto il sostegno di circa tre quarti del parlamento (considerando i parlamentari che lo hanno votato seppur eletti con un sistema elettorale disgustoso) ed il riscontro di due terzi del Paese reale (considerando la rappresentatività in percentuale delle forze politiche che lo hanno votato).

A fronte delle premesse e dei numeri sopra riportati, abbiamo assistito ad una chiara sconfitta (sia di strategia che tattica) di Grillo perdente nel braccio di ferro da “tutto o niente” nel quale aveva, invece, incastrato Bersani. Detto questo, è sufficiente solo un poco di onestà intellettuale per riconoscere che presupposti per scandalizzarsi ed urlare al “colpo di stato” non ve ne siano. Non a caso, lo stesso Rodotà si è dissociato dalle dichiarazioni di Grillo costretto, in seguito, a ridimensionare le proprie dichiarazioni.

Abbiamo assistito, quindi, ad una retro-marcia su Roma. La grande manifestazione di protesta, inizialmente etichettata mediaticamente come una marcia su Roma a rievocare un accostamento improprio tra Grillo e Mussolini, è stata seppellita sul nascere da una opportuna indignazione istituzionale e dal dissociarsi dello stesso Rodotà.

A smentire questa associazione Grillo-fascismo, accostabili solo per le logiche di partito personalistico di massa e per il sostanziale populismo, potrebbe bastare la semplice constatazione che il grillismo, inizialmente trasversale, si stia man mano modificando in un fenomeno di sovrapposizione tra il populismo diffuso (del quale azionista di maggioranza era fino a poco fa una Lega non a caso, oggi, fortemente ridimensionata) con una sinistra un po’ snob da una parte (ostaggio della solita presunzione riguardo ad un primato morale che non ha) ed una sinistra radicale dall’altra.

L’augurio, per tutti, che queste posizioni di intolleranza al diritto rappresentativo di una maggioranza democratica e le sovrapposizioni con ambienti dell’estremismo tendenzialmente violento non portino a rigurgiti di violenza che hanno macchiato il nostro passato.

Che cosa meglio di un ampio e diffuso sentimento di delegittimazione delle Istituzioni e della rabbia popolare aizzata contro qualcuno o qualcosa favorisce, se manca un trasversale e condiviso giudizio negativo della violenza culturale e del teppismo politico, una reazione spropositata ed autoreferenziata?

Ed allora che cosa aspetta la politica a porre una diga, a dare le risposte che i cittadini stanno chiedendo da molto tempo e che potrebbero stancarsi di chiedere democraticamente rivolgendosi a chi è disposto ad ottenere consenso ad ogni costo, compreso mettere a rischio l’armonia e la coesione sociale incurante di ciò che potrebbe scaturire da una condotta irresponsabile?

Non si aspetti che la situazione sfugga di mano a mediocri, quanto politicamente spietati, capipolo oppure ai loro vanitosi caporali.

© Rivoluzione Liberale

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