L’operazione militare francese in Mali è costata, alla Francia, più di 200 milioni di euro da quando è stata lanciata l’11 Gennaio scorso. Il 25 Aprile, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha autorizzato la creazione di una forza per il mantenimento della Pace, formata da 12600 Caschi blu incaricati di stabilizzare il Nord del Paese dopo l’intervento francese contro gli islamisti che controllavano la Regione. Questa Missione congiunta delle Nazioni Unite per la stabilizzazione del Mali (Minusma), che darà il cambio alla Misma (forza Panafricana), sarà effettiva dal prossimo 1° Luglio, se le condizioni di sicurezza lo permetteranno e “per un periodo iniziale di 12 mesi”.

Nei prossimi due mesi il Consiglio dovrà capire se la sicurezza sul terreno è sufficiente, precisa la risoluzione, messa a punto dalla Francia e adottata all’unanimità. La Minusma  potrà contare su un massimo di 11200 soldati e 1440 poliziotti, tra i quali ci saranno delle “divisioni di riservisti capaci di intervenire rapidamente”. Il testo autorizza “le truppe francesi (…) ad intervenire in sostegno a forze della Minusma in caso di grave ed imminente pericolo e per specifica richiesta” del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon. Un migliaio di soldati francesi resteranno in Mali per fronteggiare una eventuale guerriglia tra gruppi islamisti armati. L’esercito francese dispone anche di basi in Senegal, Costa d’Avorio e Ciad. La Minusma non avrà come missione la lotta al terrorismo ma dovrà “consolidare i centri urbani più importanti, soprattutto al Nord” e “impedire un ritorno di elementi armati in quelle zone”. I Caschi blu dovranno proteggere i civili e il patrimonio culturale e artistico (già messo a dura prova) e controllare che vengano rispettati i Diritti Umani. Secondo Human Rights Watch, la Minusma ha ricevuto un “incarico impegnativo sui Diritti Umani” ma dovrà “agire velocemente per proteggere i civili più vulnerabili” ed evitare rappresaglie contro i Tuareg e arabi, sospettati da Bamako di aver sostenuto i jihadisti nel Nord. I Caschi blu dovranno anche aiutare le autorità del Mali ad instaurare “un dialogo politico nazionale”, organizzare delle elezioni “libere, eque e trasparenti” e promuovere la riconciliazione con i Tuareg del Nord. Verrà nominato a dirigere la Minusma un rappresentante ad hoc dell’ONU per il Mali. L’operazione partirà solo se si verificheranno  determinate condizioni, tra le quali una “netta riduzione della capacità di azione delle forze terroriste” e “la fine delle principali operazioni di combattimento da parte delle forze armate internazionali”. I Caschi blu verranno scelti soprattutto tra le forze della Misma (gli ‘stranieri’ qui non servono), la forza congiunta dei Paesi dell’Ovest africano. Questa può contare su 6300 uomini in forza arrivati dai Paesi membri delle Comunità economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest (Cedeao) e del Ciad, oggi dispiegati a Bamako e nel Nord. “Questa iniziativa rappresenta un’altra sfida non indifferente per le NU”, ha sottolineato un diplomatico del Palazzo di vetro, “è insolito lanciare una operazione di mantenimento della Pace laddove Pace non c’è”. In un recente Rapporto, Ban Ki-moon metteva in evidenza “i numerosi rischi”, tra i quali gli “attacchi di terroristi”. Dopo una visita in Mali a metà Marzo, il sottosegretario generale Edmond Muelt invocava “minacce inedite, mai incontrate in un contesto di mantenimento della Pace”. L’aspetto insolito dell’operazione non è un dettaglio.

Certo è un operazione costosa, rischiosa e piena di imprevisti visto che i Caschi blu dovranno anche aiutare le autorità locali ad istaurare “un dialogo politico nazionale”. E’ esattamente questo dialogo la grande incognita. Se lo spiegamento di Caschi blu nel Nord del Mali è il punto di arrivo di una lunga battaglia diplomatica, sul territorio l’ora non sembra essere delle migliori e questo perché il MLNA (Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad) insiste sul fatto che non abbandonerà le armi, non prima delle elezioni e soprattutto non prima di aver ottenuto uno Statuto preciso per l’Anzwad, la macro-Regione del Nord per la quale si batte. La situazione non è da sottovalutare, sta diventando grave ed esplosiva, anche perché il MLNA esige che la Francia, ex potenza coloniale, debba , per dovere morale,  costringere il Governo di Bamako a sedere ad un tavolo per negoziare un accordo che garantisca un quadro di autonomia al Nord e una serie di garanzie internazionali. Le autorità da parte loro non hanno nessuna intenzione di cedere su quella Regione, che sembra essere molto ricca di minerali e petrolio e soprattutto terreno di azione dei traffici più sporchi. Il MNLA, gruppo ambiguo spesso accusato di essere connivente con i gruppi jihadisti, passato poi dal lato dell’esercito francese, oggi rischia di far saltare per aria il Paese. Qualche autorità locale si chiede anche a che gioco giochi Parigi che ha ufficialmente scaricato i ribelli, che vengono però definiti da qualcuno come “cavallo di Troia della Francia” in Mali. C’è poi chi afferma che il capo del Movimento jihadista Ansar Diné si trovi da tempo nel Sud della Libia dove beneficerebbe di appoggi strategici nella comunità Tuareg.  L’attentato contro l’ambasciata di Francia a Tripoli potrebbe essere frutto (anche se non rivendicato) dei combattenti di Aqmi, cacciati proprio dall’esercito francese dal Nord del Mali. Questo è probabilmente il primo atto di ritorsione dell’intervento voluto da Hollande. Battuti e cacciati dal loro rifugio nel Sahel, le autorità francesi si aspettavano che i combattenti di Aqmi, che non sono stati eliminati, avrebbero cercato di vendicarsi e avrebbero proseguito la loro lotta anti-occidente sotto altra forma. E mentre regna questa grande confusione e lo stato di allerta non solo nel Paese, ma in tutta la Regione, è ai suoi massimi, la Commissione elettorale e il Governo sventolano alla luce del sole le loro divergenze sulle elezioni.  Come lo desiderano fortemente Francia e Stati Uniti, il Governo vuole organizzare le elezioni il prima possibile, ossia a Luglio. Una vera sfida per la Commissione elettorale e questo crea un clima da Far West tra la CENI e il Governo di transizione. Per diversi osservatori locali, questo disaccordo non è che l’espressione, a voce alta, dei dubbi che aleggiano nelle menti di molti.

Tornado al futuro del Paese, François Hollande, il 28 Gennaio, diciassette giorni dopo l’inizio dell’intervento in Mali, si è complimentato per la liberazione di grandi città come Gao e Timbuctu , dichiarando che l’esercito del Mali, unito a quello francese stava vincendo la battaglia, che l’Africa tutta stava vincendo la battaglia. Il Ministro della Difesa Le Drian, lo stesso giorno spiegava in un’intervista televisiva che di fatto la missione era compiuta, non si trattava che di definire la data del ritiro delle truppe francesi, che la Francia non aveva nessuna intenzione di arroccarsi nel Paese. Oggi stiamo aspettando l’arrivo dei Caschi blu. L’ottimismo della Francia sembra essere esagerato e molti osservatori temono l’impantanamento del conflitto, soprattutto nelle vaste regioni del Nord, e la disgregazione dello Stato del Mali, caduto nel caos istituzionale dal Colpo di Stato del 22 Marzo 2012. Il più difficile deve ancora compiersi? E’ possibile che si arrivi ad uno scenario afghano? La Francia può sperare di mollare ai Caschi blu un compito che si è dimostrato andare oltre le sue forze, chiamando la risoluzione votata giovedì scorso “una grande vittoria diplomatica francese”? La missione è compiuta come hanno asserito le sue più alte autorità? Il Mali che verrà non sembra aver ancora vita facile.

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