Un’opera di archeologia preventiva ha svelato la villa del generale, console, oratore, poeta e mecenate Marco Valerio Messalla Corvino (64 a.C. – 8 d.C.). Una scoperta tra quelle che permettono di rendere davvero vivi e attuali la storia e i testi latini troppo spesso considerati scritti in una lingua morta. Si tratta della località Ciampino, a soli 5 km da Roma, dove sono stati ritrovati diversi ambienti termali con frammenti di mosaici, un natatio (piscina) lunga oltre 20 metri e un gruppo scultoreo di notevole interesse.

Proprio in accordo con la propaganda augustea, la villa sorgeva in un ambiente agreste ed era il fulcro della letteratura augustea e la scuderia dei maggiori poeti dell’epoca, quali Ovidio, Tibullo, Sulpicia e Ligdamo. Oltre a offrire un ambiente molto stimolante dal punto di vista culturale, la funzione di benefattore nei confronti dei suoi protetti significava protezione, consenso e supporto economico.

I resti sono appena stati rinvenuti e sono già sotto minaccia: a 10 metri dagli scavi è già stata decisa l’edificazione di 67 000 metri cubi per l’edilizia convenzionata e ulteriori 55 000 metri cubi sono ancora in dubbio. Come se non bastasse, ancora prima della recente scoperta l’area era tutelata dalla Soprintendenza Archeologia come luogo di valore ambientale, paesaggistico, storico e monumentale. Il via libera alle solite petizioni.

Gli esperti hanno affermato che il complesso termale sia una copia fedele in scala ridotta delle Terme di Ostia Antica, ma alla luce del poco tempo trascorso dal ritrovamento della scorsa estate la questione va approfondita. Fin da subito, le statue ritrovate hanno ricoperto il ruolo di protagoniste. In passato ne erano state scoperte delle parti esposte poi al Museo Nazionale Romano.

Le statue alte più di 2 metri rappresentanti Niobe e i Nibiodi sono state ritrovate all’interno della natatio, quasi colossi dormienti. Gli oltre 20 metri di profondità della piscina ce li hanno consegnati quasi integri. Niobe è un personaggio della mitologia greca che che ha ispirato molti autori fin dai tempi di Omero (Iliade, XXIV, 599-620), e tra gli altri Esiodo, Ferecide, i tragediografi Eschilo e Sofocle, Ovidio (Metamorfosi, VI, 146-312).

Vantatasi della propria prole numerosa, secondo le diverse versioni 12 – 20 figli (metà di sesso maschile e l’altra metà femminile), con la dea Latona, che invece aveva solo 2 figli, Apollo e Artemide, avrebbe causato l’ira omicida della divinità. Latona avrebbe ordinato ai propri figli di uccidere con le frecce la progenie della mortale per così punirla: Apollo avrebbe dovuto mirare ai fanciulli e Artemide alle fanciulle. Niobe dal dolore si sarebbe trasformata in pietra e avrebbe continuato il proprio pianto per l’eternità. Trasportata dagli dèi, risiederebbe sul Monte Sibilo in Frigia.

Il momento è quello della morte dei figli, rappresentato in scena nella tragedia Niobe di Sofocle (diversamente dalla prassi del teatro greco che prevedeva il taglio delle scene violente), tanto che frammenti di frecce in metallo sono state ritrovate. La carica patetica è alle stelle, quando 2 dei figli si mettono nella postura dei meditanti e guardano alla scena come per coinvolgere l’osservatore. Non si sa il nome dello scultore, ma quest artificio “moderno”, alla stregua degli innumerevoli artisti successivi, rivela grande abilità compositiva e formale.

Non è un unicum, in quanto altri esemplari scultorei sono stati scolpiti dai più abili maestri di scalpello o dipinti. Si citano allora i nomi di Fidia, Polignoto, Scopa e Prassitele. Niobe: una delle tante vittime dell’ira dei suscettibili e passionali abitanti dell’Olimpo che possono tutto. Niobe avrebbe dovuto immaginarselo, una volta sfidata Latona bella chioma. Ed ecco un’altra martire troppo superba a fiancheggiare i compagni di sventura Marsia e Aracne. Vogliamo dunque da divinità onnipotenti consegnare alla pietra, meglio al cemento, quanto appena ritrovato? Forse dovremmo ascoltare la voce dei classici, senza fraintenderla.

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1 COMMENTO

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