Era davvero una nottata da lupi. La pioggia batteva incessante contro le finestre ed il vento accompagnava lo scrosciare dell’acqua con il suo selvaggio ululato; sembrava quasi che acqua ed aria avessero messo alla frusta terra e fuoco per stabilire per sempre il loro violento predominio. L’onorevole Lanfranco Tremoggia non riusciva a prendere sonno nel suo grande letto del prestigioso appartamento romano che aveva comprato tanti anni prima. Era alla settima legislatura consecutiva e tutti lo chiamavano amorevolmente il “sottomarino” per la sua capacità di navigare sulla tranquillità dei fondali mentre sulla superficie del mare della politica scoppiavano le tempeste più violente. Tremoggia non era un brillante oratore ne, tantomeno, un grande produttore di epocali idee politiche; tuttavia possedeva una conoscenza dei regolamenti parlamentari e degli statuti degli innumerevoli partiti che aveva cambiato, che lo rendevano uno specialista della vita parlamentare. Non c’era problema o crisi alla quale egli non sapesse dare una soluzione con una trovata regolamentare o un complesso sistema di emendamenti, postille ed ordini del giorno.

La deriva “nuovista” degli ultimi anni aveva enormemente aiutato Tremoggia a conquistarsi il suo permanente spazio nei palazzi del potere. Con la morte della politica delle idee e dei valori, quelli come lui nuotavano nel loro brodo di coltura primordiale. Bastava essere buoni amici dei preti ed ascoltare quello che la gente voleva sentirsi dire che non c’era più la preoccupazione di spiegare al popolo chi si era e cosa si voleva; bastava far vedere, con opportuna oculatezza, con chi si stava. Per lui non esistevano idee buone o cattive esistevano solo situazioni opportune o meno opportune ed una fattispecie poteva benissimo trovarsi, nel suo personale modo di concepire la politica, oggi in una categoria e domani nell’altra. L’unica sua certezza, sulla quale non aveva mai cambiato posizione, era che l’umanità si dividesse in due grandi categorie: coloro che guidavano e tutta l’enorme massa che non chiedeva altro che essere guidata e lui aveva sempre e solo voluto guidare.

Ma quella notte Tremoggia, come poche altre in vita sua, era inquieto; qualcosa dentro di lui si agitava insieme alla violenza dell’acqua e del vento che picchiava sulle finestre. Si girava e rigirava nel letto senza riuscire a prendere sonno, tormentato da qualcosa cui non riusciva a dare un nome. Un tonfo sordo nel buio lo fece scattare immediatamente a sedere sul letto, con le coperte improvvisamente scostate via dal suo braccio che aveva deciso di liberarsene prima che glielo ordinasse il cervello. Era sicuro di essere solo in casa ed era ancora più sicuro di non avere sognato. Nel buio cercò l’interruttore dell’abat jour sul comodino. Click clack. L’interruttore scattò a vuoto e la luce non si accese. Provò più volte e ad ogni tentativo fallito il suo respiro si faceva più pesante, ansimava sudando. Decise di alzarsi dal letto ed accendere la luce della stanza. Ma quando si mise a sedere per alzarsi la sua mente, sempre lucida e razionale, vacillò come mai aveva fatto. I suoi piedi non toccavano alcun pavimento. Le piante si agitavano frenetiche alla ricerca della familiare superficie piatta e fresca del parquet in legno, ma non trovavano altro che il nulla, la profondità dell’aria che si avverte quando si crede di toccare la terra. Un tuono tremendo squassò la notte ed il diaframma di Tremoggia iniziò a contrarsi spasmodicamente nell’incapacità di controllare il vuoto sensoriale attorno a se. Cosa sarebbe successo se si fosse alzato lo stesso? Sarebbe precipitato nel vuoto? O si sarebbe svegliato da un brutto sogno cadendo dal letto sul pavimento?

“Che succede Onorevole? Non trovi più la sicurezza del pavimento? Non sai scegliere se alzarti o restare al sicuro sul tuo letto?”. La voce che gli parlò gli fece perdere qualsiasi controllo. Era roca, gutturale e di una profondità sconosciuta a qualsiasi tono umano. Tremoggia tornò bambino, quando aveva le paure che tutti i bambini del mondo avevano per l’Uomo Nero ed il Babau che in agguato, nella notte, insidiavano le anime candide per portarle all’Inferno. “Chi sei? Cosa vuoi da me?”, chiese il tapino rannicchiandosi contro la spalliera del letto e coprendosi completamente con la coperta fino a lasciare scoperto solo il viso. “Tu vuoi sapere chi sono? E a che ti servirebbe saperlo? Pensi forse che conoscendomi potresti trattare il tuo destino con me?” e così dicendo la “voce” tuonò in una risata che era essa stessa l’archetipo della perdizione e della crudeltà. “Io sono te Onorevole! Io sono qui e ti ho in pugno senza che tu nemmeno mi conosca e tu subirai tutto quello che io deciderò senza poter fare nulla per cambiare il tuo destino. Ti è familiare questa posizione….Onorevole?”. Tremoggia era semplicemente paralizzato dal terrore, per la prima volta in vita sua si trovava in balìa di una situazione che non poteva far nulla per volgere a suo favore.

“Allora sto per morire, sto per andare all’Inferno!”, disse l’Onorevole con la voce ormai ridotta ad un flebile sussurro. “L’Inferno? Morire?”, una nuova cavernosa risata riecheggio in quella camera da letto sospesa nel nulla. “L’Inferno è una cosa seria Onorevole, non se ne farebbero nulla di un viscido vigliacco come te, non darti troppa importanza”, prosegui la “voce” con fare perentorio. “Non morirai, ma sconterai in vita la tua condanna finché tu stesso non ne decreterai la fine”.

“La mia condanna? E quale sarebbe questa condanna?” rispose ancor più terrorizzato Tremoggia. La “voce”, con un tono da rettile strisciante, gli rispose prontamente. “Quando ti sveglierai sarai condannato a vivere per sempre e per sempre verrai eletto come parlamentare. Ad ogni voto, per ogni decisione che prenderai, delle persone potrebbero morire, senza un perché, senza motivo alcuno. E per ogni persona che ucciderai con il tuo “voto” avrai un fantasma che ti seguirà ovunque e che solo tu vedrai. Quei fantasmi saranno il ricordo di tutte le tue decisioni, di tutte le tue scelte”.

“Ma questo è terribile! Come potrò evitare, anche volendolo, di uccidere qualcuno se non so quale è la decisione giusta e quella sbagliata?” si ribellò Tramoggia. “Perché ti domandi solo ora questo, brutto verme?”, tuonò la “voce” annichilendo il parlamentare. “Fino ad oggi ti sei mai posto il problema delle conseguenze delle tue scelte sugli altri, ti sei mai chiesto se assecondare solo e soltanto la tua ambizione ed il tuo tornaconto avesse mai provocato le sofferenze di qualcuno? Bene, ora sei stato accontentato! Vivrai per sempre e sarai sempre potente, ma dovrai conoscere ogni volta il prezzo delle tue decisioni, ed ogni volta sarà per sempre!”.

Tremoggia, ad un certo punto, capì e rassegnato chiese alla “voce”: “Non c’è davvero altra soluzione?”. “Si che c’è!” rispose la “voce” suadente. “Ogni notte nessun pavimento sorreggerà il tuo letto, proprio come stanotte, e solo quando avrai deciso di alzarti e cadere nel vuoto libererai te stesso e tutte le tue vittime dalla tua condanna”.

L’indomani alle sei e mezza del mattino l’Onorevole Lanfranco Tremoggia si svegliò e telefonò al suo assistente per farsi venire a prendere a casa. Mentre si faceva la barba si accorse che un neonato con le orbite degli occhi completamente bianche lo osservava nello specchio. Sorrise e diede il primo colpo di rasoio.

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